L’indebolimento dell’asse con Usa e Ue impone all’Italia nuove strategie per sostenere export, investimenti e crescita. L’obiettivo è raggiungere 900 miliardi di esportazioni entro il 2030 attraverso nuove alleanze economiche, innovazione e attrazione di capitali.
Freddamente. Momento delicato per la priorità dell’interesse nazionale italiano di aumentare l’export sul piano globale. La strategia geoeconomica in atto per tale scopo si è finora basata sulla duplice convergenza con Stati Uniti e Ue come moltiplicatori di forza e «ombrello» per la piccola/media potenza politica dell’Italia combinata con la creazione di bilaterali strategici/privilegiati con un numero crescente di nazioni del Mediterraneo costiero e profondo (Asia centrale, Pacifico e Sudamerica), facilitati appunto dalla presenza dell’ombrello Da qualche mese tale ombrello si è indebolito. Dentro l’Ue, Francia e Germania mostrano segni di non voler lasciare all’Italia uno spazio eccessivo di manovra. La relazione con l’America a conduzione Trump si è indebolita. Da un lato, l’indebolimento geoeconomico causato da quello geopolitico non è al momento grave. Dall’altro, la tendenza in prospettiva non è positiva per l’Italia e quindi va avviata la ricerca di un terzo moltiplicatore di forza per la strategia di Italia globale (titolo di un mio libro del 2023, editore Rubbettino). Quale?
Per indirizzare la risposta, ricordo che il governo italiano ha definito l’obiettivo di arrivare a 700 miliardi di export annuo nel 2027-28, a partire dai circa 620-30 miliardi oggi stimabili pur in modo impreciso. Questa cifra è a rischio. Non solo: il mio gruppo di ricerca stima che la crescita necessaria trainata dall’export per dedebitazione e rafforzamento industriale nazionale ottimale, entro il 2030, stia attorno ai 900 miliardi l’anno. In sostituzione di questo numero, stimiamo un obiettivo di 750 miliardi qualora ci fosse una crescita robusta dei consumi interni e un più rapido adeguamento alla rivoluzione tecnologica portatrice di più produttività. Ma la probabilità di questa minore dipendenza dall’export grazie all’aumento dei consumi e produttività interni non è elevata. Pertanto, la ricchezza nazionale resterà molto dipendente dall’export per molti anni. Va aggiunto che ora l’Italia ha raggiunto il quarto posto al mondo come esportatore, ma togliendo dalle statistiche il mercato delle nuove tecnologie legate all’Intelligenza artificiale dove altre nazioni stanno prendendo velocità come razzi. In sintesi, la missione di breve/medio termine è:
a) arrivare nel 2030 il più vicino possibile a un export di 900 miliardi l’anno; 800 comunque sufficienti; b) accelerare la rivoluzione tecnologica con impatto positivo sovrano pur con ampie collaborazioni internazionali; c) attrarre più capitale estero per investimenti in Italia. Come?
Non facile, ma il tentarlo aumenta la probabilità di invertire il declino economico dell’Italia, ora in riduzione ma non ancora invertito, e di ottenere crescite del Pil superiori allo zerovirgola come attualmente previsto. La strategia per farlo è un mix di molteplici azioni esterne e interne. Azione M3, cioè relazioni più strette e reciprocamente produttive con le nazioni del G7 extra Ue e America, cioè Giappone, Canada e Regno Unito. I trattati doganali dell’Ue con Tokyo e Ottawa hanno dato un vantaggio particolare all’export italiano: su questa base vanno approfonditi bilaterali basati sul reciproco vantaggio e collaborazioni tecnologiche.
Con il Giappone tale approccio sta decollando e, con il Canada, Roma recentemente ha trovato un accesso produttivo ai minerali critici. Va approfondita ancora di più la relazione con Londra, anche pensando a una proiezione italiana di sicurezza verso l’Atlantico settentrionale e il Baltico, ricordando che l’industria militare italiana ha una forte presenza nel Regno Unito e che Londra è un tradizionale protettore degli Stati baltici. In cambio, più proiezione di sicurezza nordica nel Mediterraneo. Geometria variabile intraeuropea, azione «Eurobipack»: relazioni variate su programmi specifici dove l’Italia approfondisce co-interessenze bilaterali concrete e selettive, enfatizzando un’idea di alleanza europea non a conduzione diarchica, ma condivisa da tutti, linguaggio già impostato dal governo. La Francia vuole la conduzione delle euro-operazioni nel Mediterraneo: nel prossimo vertice bilaterale va negoziata, invece, una condivisione che non limiti la proiezione di Roma verso l’Africa e una collaborazione per spostare più risorse europee verso il Mediterraneo stesso. E tanti altri dettagli.
Ma l’Italia ha la forza per negoziarli? Potenzialmente ce l’ha con i compromessi di reciproca utilità per l’inclusione dei Balcani occidentali nell’Ue ed altri. In sintesi, diluire l’Europa franco-tedesca con un’Europa fatta di collaborazioni nazionali eurocompatibili. Senza escludere cooperazioni rafforzate selettive, ma facendo la «sindacalista» in difesa delle nazioni più piccole. Un collaboratore di ricerca mi ha segnalato che se nel 2027 la sinistra vincesse le elezioni politiche, l’Italia perderebbe forza negoziale a causa dell’europeismo lirico che cederebbe sovranità a Francia e Germania, facendo diventare l’Italia solo una spiaggia per vacanze. È un rischio notevole, ma anche stimolo per una collocazione dell’Italia euro convergente ma aperta a negoziare i propri interessi enfatizzando una qualità che altri Paesi non hanno: individuare i reciproci vantaggi collaborativi.
E con l’America? Riconvergere in silenzio aspettando l’esito delle elezioni presidenziali del 2028 per poi siglare un bilaterale. Qui non c’è spazio per analizzare la modernizzazione interna utile a un’Italia globale, ma va enfatizzato che la capacità tecnologica competitiva c’è e andrebbe meglio connessa al capitale di investimento attraverso una nuova Borsa tecnologica a Milano, fattore fondamentale per il terzo moltiplicatore sul piano dell’attrazione di capitale finanziario dal mondo. Dettagli in un prossimo aggiornamento.






