Sui social, la chiamano «shit storm», «tempesta di m…». È un uragano, la furia cieca dell’ostinazione popolare, pronta ad abbattersi su chiunque osi derogare ai principi ritenuti sani, giusti. Pino Insegno, di questo moto acritico, sordo e ipovedente, è stato l’ultima vittima. «Pinochet Insegno». «Ridicolo». «Filo fascista». «Fai schifo». La tempesta gli è piovuta addosso nelle ultime 48 ore, quelle seguite al comizio del centrodestra. Insegno ha presentato Giorgia Meloni parafrasando un passo noto de Il Signore degli Anelli. «Verrà il giorno della sconfitta, ma non è questo», ha detto sul palco di piazza del Popolo, l’ultimo prima del voto. «Sono qui per presentare una donna straordinaria, una madre, la prima presidente donna di un partito italiano e di un partito europeo», ha continuato, e apriti cielo. L’intellighenzia sinistroide ha avuto un sussulto, poi il rigurgito. Insegno, eroe popolare, si è trasformato in un mostro, un fascista. È stato lapidato, virtualmente e violentemente. «Parlano di fascismo, ma quale fascismo? Non esiste. Io sono per l’integrazione, non sono per l’inclusione perché l’inclusione implica la presenza di muri», ci ha detto l’attore-doppiatore, «i social e gli hater mi fanno ridere. Prima di parlare, bisognerebbe sempre analizzare chi si ha di fronte, la sua vita. È successo quel che è accaduto con il discorso della Meloni sull’aborto. Sembrava volesse negarlo. Ha solo aggiunto una postilla, per tutelare le donne che vogliono un figlio senza poterlo mantenere. C’è approssimazione».
E, forse, poca libertà di espressione.
«Parliamo tanto di libertà, di democrazia, ma qui si sta facendo razzismo al contrario. Io credo che una bella idea non abbia bisogno di etichette, destra, sinistra. Qualora arrivasse da destra, il centro e la sinistra dovrebbero sostenerla. Qualora dovesse venire da sinistra, dovrebbero sposarla il centro e la destra. Nella Meloni intravedo una possibilità».
Quale?
«Io sono commendatore della Repubblica, carica che mi è stata data per meriti sociali da Giorgio Napolitano. Faccio tanto per gli altri e lo farò ancora, senza bisogno di dire cosa. A sinistra, trovo ci sia dispersione delle idee: si preferisce dare 10 lire a pioggia a 1.000 persone che pensare a individuarne dieci che abbiano una necessità reale».
Quanto le costa esprimersi con una tale franchezza?
«Non dico nulla, non faccio nomi. È sufficiente analizzare la mia storia televisiva per rendersi conto di quanta poca libertà esista all’interno dello spettacolo. Mi mancano degli anni, all’improvviso ho smesso di fare tv. È accaduto nonostante gli ascolti e i successi. Il doppiaggio, il teatro sono meritocratici, la tv no».
Come stanno reagendo i suoi colleghi?
«Non faccio nomi, ma ho ricevuto attestati di stima da personaggi molto più importanti di me. Mi hanno detto che ho avuto coraggio, quel coraggio che ad altri miei colleghi manca, per paura che venga loro tolto qualcosa. Un attore può salire su un palco e dire di essere della Roma e di sinistra. Allora, non avrà problemi. Il contrario non è concesso».
Scatterebbe subito l’accusa di apologia del fascismo.
«Che poi io ho presentato il libro di Walter Veltroni e nessuno mi ha dato del comunista. Il problema reale, comunque, che esula da me, è l’Europa. Noi siamo sempre il Paese satellite, quelli cui hanno detto 1 euro 2.000 lire e si sono sentiti rispondere di sì. Non ci sono più Craxi, Moro o Berlinguer, statisti di questa levatura».
Come ha conosciuto la Meloni?
«Un rapporto vecchio di oltre 20 anni. Ci siamo conosciuti a una festa, quando lei muoveva i primi passi. L’ho aiutata con l’impostazione della voce, siamo rimasti amici. È rimasta femminile, benché in un mondo di uomini si sia dovuta adattare. Credo che se ci fossero le donne al potere non avremmo guerre. Le donne sono madri, hanno un istinto che l’uomo non possiede. Nel mondo moderno, però, le madri cominciano a mancare. Lo darei a loro il reddito di cittadinanza».
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