«L’America ci proteggeva mentre spendevamo in welfare. Ora si è rotta»
Marco Bassani (Imagoeconomica)
Il prof Marco Bassani: «Nel Vecchio continente detestano il tycoon, ma tra un anno saranno tutti in fila da lui. I dazi ingiusti? Per Donald è una questione di reciprocità».

Marco Bassani, da docente universitario ed esperto di storia delle dottrine politiche, che idea si è fatto dei dazi comunicati l’altro ieri dall’amministrazione Trump?

«Dal 1945 ad oggi l’America ha accettato che imponessero dazi sui suoi prodotti. Tanto rimaneva comunque lo Stato più ricco del mondo».

I dollari che spendeva per le importazioni rientravano comunque come investimenti a Wall Street.

«Se si guarda con attenzione, la parola chiave dell’amministrazione Trump è reciprocità. Alcuni miei colleghi economisti stimavano l’impatto dei dazi europei sulle merci americane (fra tariffe doganali e imposte indirette) pari al 37%. Non ci andavano lontano. La Casa Bianca valuta il 39%».

Come reagirà l’Unione europea?

«Trump ha posto i dazi sulle merci Ue in misura pari al 20%. Io credo che le discussioni avverranno Stato per Stato. L’Unione europea di fatto non esiste. È un cartello dei governi funzionale alla gestione del suo declino. Che questo possa reggere di fronte alle pressioni di quello che di fatto è l’imperatore del mondo ho i miei dubbi. Rilanciano la palla in avanti con la parola d’ordine del riarmo della Germania. Anche questo funzionale al salvataggio dell’industria tedesca. Provo a fare una sintesi brutale…».

Provi!

«L’Unione europea nasce essenzialmente per mascherare la forza della Germania e la debolezza della Francia. Questa è la sua vera ragione d’essere. Trump ha semplicemente messo a nudo tutto questo».

Fuori dall’Ue saremmo perdenti, recita la narrazione…

«Talmente perdenti che il Regno Unito, fuori dall’Ue, si è visto imporre dazi del 10% e non del 20% come a noi. Sia chiaro. Da vecchio arnese liberista e libertario quale mi ritrovo a essere, io sono assolutamente favorevole al libero scambio senza barriere. Ma il cuore di tutto questo rimane la reciprocità. Se vivessimo in un mondo veramente senza barriere, ti accorgeresti che la quota di ricchezza mondiale degli Stati Uniti non sarebbe del 25% ma arriverebbe presto al 40%. La situazione è di una semplicità estrema».

Cioè?

«Se non vuoi i dazi di Trump non devi imporglieli a tua volta. Sentire l’Unione europea che difende il libero mercato è come ascoltare Rocco Siffredi che ci fa una predica sulla castità. Risparmiateci questo strazio e questa ipocrisia».

Mi tolga una curiosità, da cittadino americano.

«Della Florida…».

Perché gli americani votano con il computer? Non sarebbe più semplice votare su con carta e matita e poi si contano le schede?

«Mio padre era presidente di seggio nel 1976. Mi raccontava che gli scrutatori del Pci cercavano di annullare ogni singola scheda. Si attaccavano a tutto. Qua ti esce una scheda e la controlli per rivedere se hai cannato qualcosa; puoi annullarla e rivotarla se non ti torna qualcosa. Assieme alle presidenziali si vota su tante altre cose a seconda dello Stato in cui ti trovi».

Altra curiosità fuori sacco. Da poco insegna in un’università telematica. Queste metteranno in ginocchio quelle tradizionali?

«No, assolutamente. L’università digitale si rivolge a un pubblico diverso. I lavoratori studenti, assai più che gli studenti lavoratori. Persone che altrimenti non penserebbero minimamente a fare l’università. Hanno il diploma e si rendono conto che con un titolo di studio riuscirebbero ad aumentare il proprio stipendio. Quanto potrebbe costare far frequentare le università in una grande città a famiglie che vivono in Valtellina o nelle Isole Eolie? Minimo 25.000 l’anno. Contro i 2-3.000 euro di un’università telematica. Gli esami sono serissimi. Test a risposte multiple e quasi sempre in presenza fisica e luoghi accessibili. La tecnologia al servizio di una domanda reale che esiste nel Paese. S’immagini quante sono le persone, fra i 20 e i 50 anni, con la licenza media superiore. Che sono uscite anche da un liceo oppure dai geometri. Investono i fine settimana in lezioni anziché andare all’Ikea. La laurea vale mediamente il 30% in più dello stipendio».

Si perde in condivisione e in relazioni interpersonali e didattiche dal lato degli studenti?

«Parliamone. Dopo il primo anno frequenta mediamente sì e no il 20% degli studenti. Ho insegnato 30 anni alla Statale di Milano. Ditemi che differenza c’è fra una performance fatta da un professore con 600 studenti in aula oppure, al contrario, una lezione ultra-preparata con slide dettagliatissime in una lezione che lascio registrata e lo studente ascolta quando può. Corsi molto ben strutturati e dal punto di vista didattico perfetti!».

Torno all’America. Gli Stati Uniti di Trump si stanno dichiaratamente disinteressando dell’Europa.

«Racconto ridicolo. In America c’è stato un cambio enorme. Queste elezioni hanno significato una vera e propria rivoluzione. Gli europei hanno puntato tutto su Kamala Harris pensando che Trump sarebbe stato fatto fuori. Le cose cambiano e se tu sei dall’altra parte della barricata non te ne capaciti. Prima del 1917 era impensabile avere i bolscevichi al governo. Il punto è che questa rivoluzione è accaduta nel cuore del pianeta. La periferia che fa? Continua a sognare l’America di Biden. L’Europa ci metterà sei mesi e forse un anno. Poi tutti in fila da Trump».

Rimane l’ostilità americana.

«L’America chiede che l’Europa si riarmi dai tempi di Eisenhower e gli va pure bene che si riarmi apparentemente contro di lei. Però intendiamoci. I protagonisti del riarmo, che vedremo fino a che punto arriverà, sono soprattutto Stati nazionali; l’Europa non c’entra niente. Non c’è nulla di comune o di europeo a partire dall’esercito».

Trump parla senza ipocrisie di annettere la Groenlandia, il Canada e Panama. Un approccio che non eravamo più abituati a vedere da tempo.

«Anche Eisenhower lo diceva apertamente. Gli europei ci sfruttano perché li proteggiamo e loro spendono in welfare. Per ogni dollaro speso nel mondo per l’assistenza sociale, 50 centesimi sono spesi in Europa. Che ha un sedicesimo della popolazione del pianeta. Perché lo possono fare? Perché li difende l’America che ora si è rotta le palle. Parla un linguaggio da potenza? È una potenza con oltre un quarto del Pil mondiale. L’America è il motore politico, culturale, militare ed economico nel mondo. Non ci si può aspettare un multilateralismo quando il mondo è invece unipolare. La Groenlandia starebbe meglio se potesse sfruttare le sue risorse grazie all’America. Prima che lo faccia lo Cina, visto che la Danimarca non può far nulla. L’America si sta riprendendo il controllo dell’istmo di Panama che lei ha costruito e per il quale sono morti tanti americani».

Da non perdere