Giorgia Meloni ha celebrato ieri, 24 settembre, un anno di governo. Fratelli d’Italia ha diffuso una sorta di «riassunto» delle cose fatte e a pagina 26 c’è un capitolo intitolato: «La nuova Rai». Si legge: «I cittadini potranno fruire di un servizio pubblico non più fazioso, in grado di garantire il confronto tra visioni e sensibilità differenti: il libero confronto tra idee diverse è fonte di ricchezza per tutti». Nelle ultime settimane lo sport preferito era misurare gli ascolti di «TeleMeloni» che non piace alla gente che piace. Ce n’è abbastanza per bussare alla porta di Angelo Mellone, tarantino, cinquant’anni tondi tondi, che in Rai ha percorso tutto il cursus honorum fino ad approdare nella primavera scorsa al ruolo di direttore dell’intrattenimento nel day-time: fa compagnia all’Italia. Giornalista, ricercatore, docente di televisione all’università di Salerno, autore di diversi romanzi, il solo a narrare oltre il luogo comune Taranto e l’acciaieria-città, musicista, con una lunga serie di programmi firmati e condotti. Uno che la televisione la fa prima di dirigerla.
Che effetto fa essere etichettato come l’uomo della destra, un pilastro di TeleMeloni?
«Fa sorridere perché è un titolo che viene sempre buono per i giornali. Offende se penso alla carriera che ho fatto in Rai. Tredici anni camminati a passo pesante e lento: dal primo incarico come dirigente della produzione radiofonica a qui. Ho fatto tutti i programmi d’intrattenimento, tranne Sanremo, qualcuno l’ho condotto. Sono considerato un dirigente anziano, anzi anzianissimo e in tutti questi anni mai un mio programma ha avuto una critica di parzialità. Credo che l’idea di TeleMeloni sia una boutade ideologica di chi vuole sostanziare un racconto dei fatti al di fuori della realtà. Altro conto se con questa espressione s’intende ciò che è avvenuto e sta avvenendo, e cioè che c’è un’azienda che ha deciso d’investire sul tema del pluralismo, ma aggiungendo, non togliendo. Dando voce a pezzi di società, di cultura che prima non l’avevano. È quello che ogni giorno si sforzano di comunicare il nostro amministratore delegato e il nostro direttore generale».
C’è un programma che può dare il segno di questa evoluzione?
«Ce ne sono tanti, ma cito ad esempio una puntata che feci qualche tempo fa sulle foibe. Nessuno mi ha rivolto una critica, per l’elementare motivo che quel racconto era fatto per testimoniare la sofferenza di quegli italiani, ma non aveva nessun obbiettivo e nessun linguaggio propagandistico».
C’è già un segno che possiamo cogliere di questa nuova Rai?
«Sì: è il momento in cui sento più libertà, siamo culturalmente più liberi, più inclusivi che in passato. Ecco, l’inclusività è il tratto distintivo: significa dare voce a tutti».
Ma nella programmazione, nel palinsesto è cambiato qualcosa?
«In televisione ci sono programmi che funzionano e quelli che vanno sulle piattaforme, ci sono quelli che fanno ascolto e poi quelli più coraggiosi. Generalizzare è sbagliato. Però una differenza c’è: il tema del racconto nazionale è più presente e non è un dato politico, è una scelta culturale e narrativa. Penso che stiamo vivendo la fase storica più anti-ideologica della televisione. Se si segue un paradigma ideologico si finisce per essere etero-diretti, si svilisce il lavoro che si fa. Bisogna pensare a contenuti, pubblico e conto economico».
Lei ha fatto dei programmi di territorio la chiave del successo: è la forza del concetto di Nazione?
«Il termine Nazione è il più accogliente che ci sia. I programmi di territorio sono il racconto dell’identità nazionale, sono il racconto di un Paese unico al mondo. Se la narrazione dell’identità nazionale diventa un fatto politico e su questo si fa una critica vuol dire che c’è un pezzo di mondo culturale che vaneggia. Noi abbiamo raccontato di tutto e tutti: Fenoglio, don Milani, D’Annunzio, le tradizioni e le lotte operaie, la fatica degli artigiani, i borghi e il patrimonio culturale».
L’accusa che le fanno è di essere troppo sudista…
«Alessandro Leongrande disse di me che ero un sudista nazionalista mentre Pino Aprile è un sudista borbonico. Io sono un meridionale che non sopporta il piagnisteo dei meridionali, che sogna un Sud ipercompetitivo, ma che allo stesso tempo racconta le radici, le custodisce, che s’interroga sullo spopolamento dei borghi, che è contro la gentrificazione delle città e la metropolitanizzazione dell’Italia. L’Italia è un Paese di province, una nazione di paesi».
Beh i paesi sono anche la sua ricchezza: il 98% dei prodotti Dop e Igp nascono nei borghi…
«Le identità nostre stanno nei campanili, tutto quello che desertifica questa “geografia” distrugge: i distretti industriali, come il racconto dei nonni, le abilità contadine e artigiane, i dialetti, i riti che affondano le radici nel paganesimo, le leggende. Faccio questa osservazione da meridionale innamorato di un Sud veloce, contemporaneo. Ma una lettura della contemporaneità non puoi farla se non racconti e senti le radici. Penso che ogni ristorante di sushi sia una bastonata a queste identità, sono convinto che si debbano riconnettere i ragazzi, ed educarli, a quella tradizione a partire dalla nostra enogastronomia che se vogliamo è il paradigma di territorio, tradizione, abilità, identità. Oggi i borghi che sopravvivono sono quelli dove i giovani si caricano sulle spalle le tradizioni portandolo nella quotidianità e nella contemporaneità. Purtroppo di giovani ce ne sono sempre di meno».
Ma come fate a raccontarlo ai giovani se non guardano la tv?
«Alcuni dei prodotti che fa Alberto Angela sono proiettati nelle scuole. Dobbiamo moltiplicare questa attività, che è totalmente servizio pubblico, e far sì che i giovani siano i narratori in prima persona di queste identità, di queste tradizioni».
Da questa esigenza nasce anche Il Provinciale, la sfida di portare il territorio in prima serata che lei ha affidato a Federico Quaranta?
«Sì, le prime serate de Il Provinciale si rivolgono a un pubblico alto, ma l’esigenza è quella di interpretare l’Italia della città diffusa fatta della rete dei paesi. Una grande narrativa della provincia per restituire dignità al termine provinciale è un compito del servizio pubblico. La Rai parla tantissimo all’Italia della provincia. Parla con tanti linguaggi; penso ai programmi di Antonella Clerici, di Mara Venier, di Alberto Matano o Caterina Balivo. Da Unomattina ai Fatti Vostri fanno un racconto popolare che si incastra e compone il mosaico. Io per esempio ho un rapporto faticoso con la cronaca nera, ma eliminarla sarebbe un errore. Ho rispetto per tutti i conduttori, per tutti gli autori, per tutti i registi e i programmi che ho curato e la cura è sempre la stessa. Se uno dovesse fare la televisione secondo i propri gusti compirebbe un pericoloso errore».
La sua Italia è quella di Linea Verde?
«L’agricoltura e l’enogastronomia sono la matrice della nostra identità e della nostra economia. Se non si capisce questo non si capiscono i distretti industriali, non si capisce la composizione sociale. Il nostro invito a chi guarda è di mettersi in viaggio per scoprire, per vivere il nostro racconto che si declina come ho già detto in diverse angolazioni: dalla sostenibilità, al turismo in bici, dal mare, alla montagna ai distretti industriali. Sono le Linee: Life, Bianca, Blu. Linea Verde della domenica è l’ammiraglia, un programma di grande e crescente successo. Ma in tutte c’è l’uomo al centro, sono in qualche modo programmi francescani dove uomo e natura non sono antagonisti, ma l’uomo è al centro».
Lei, nato nell’unica città veramente industriale del Sud, ama i borghi, la campagna?
«Io ho sangue marino. Papà di Taranto, ma mamma genovese e ascendenze algheresi. E il mare è l’Ulisse: parte ma ritorna, sente la radice. Mia nonna mi portava a scoprire i paesi, ho mangiato la carbonara nei Sassi di Matera quando erano ancora spopolati. Quest’anno guardando il tramonto a Pisticci sui calanchi mi sono commosso. Mia figlia che non è nata a Taranto ed è partita per il Canada ha voluto che ci tatuassimo le coordinate geografiche della nostra casa al mare per portassi appresso le radici. Vuol dire che certi valori sono positivamente contagiosi».
Come quelli che ha portato quest’estate in teatro?
«Ho portato in teatro Carlo Pisacane: socialista, che disperatamente cerca di essere custode della sua terra. È un personaggio semidimenticato, come il Risorgimento. Ecco io mi sono autoassegnato la missione si testimoniare queste radici. Come quando racconto Taranto, l’unica città del Sud che ha avuto un’immigrazione. Sono un autore, un musicista per formazione e faccio e ho fatto il manager, dirigente di un prodotto, ma con questa angolatura narrativa».
Tornando ai giovani: è possibile portare la televisione dentro i loro contenitori?
«È difficilissimo: ogni volta che esporti il modello televisivo sui social cigola, se porti l’estetica dei social in tv non funziona. I nativi digitali neanche sanno cos’è un palinsesto e noi dobbiamo adeguare linguaggi e mezzi».
A questo serve la partizione delle direzioni per generi e non più per reti?
«Sì, penso sia il modello contemporaneo per passare da broadcaster a media company, per produrre prodotti cross-mediali. Dobbiamo pensare a prodotti capaci di diventare clip e non trasferire sulle piattaforme programmi pensati per la tv lineare. E dobbiamo evitare la concorrenza tra le reti sui medesimi target come ancora avviene».
Ma che pubblico guarda ora la televisione?
«Per dirla con Andrea Di Consoli e Marcello Veneziani noi accompagniamo le solitudini, raccontiamo gli scontenti. Dobbiamo raccontare la vita perché le persone si riconoscano nel nostro racconto».
Un racconto che magari distrae dagli affanni o che li rende protagonisti? Come i caregiver?
«È l’idea per un nuovo programma: grazie! Una tv che si prende cura di chi si prende cura».
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