«I cellulari in classe? Mi fido dei ragazzi»
Ansa
  • Il ministro Marco Bussetti spiega perché non è favorevole a proibirli: «Il divieto assoluto può essere controproducente, ma ogni istituto deciderà in libertà come prevenirne l’uso scorretto. Il 5 politico? Non sono d’accordo: i voti vanno da 1 a 10. Con i bulli serve il pugno duro».
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Lo speciale contiene due articoli.

Ministro Marco Bussetti, lei si è detto favorevole ai cellulari in classe. Può spiegarci la ratio di tale posizione?

«Facciamo chiarezza: non sono favorevole a un uso indiscriminato degli smartphone in classe. Quando l’insegnante spiega, devono stare spenti nello zaino. Penso però che il divieto assoluto sia controproducente, perché la nuova tecnologia può essere una valida alleata della didattica, se viene impiegata per innovare e migliorare le metodologie d’insegnamento».

Non sono sufficienti i tablet per un uso didattico delle tecnologie?

«Il punto non è fare un elenco di ciò che è possibile utilizzare o meno. Gli insegnanti sanno decidere cosa è meglio per i propri studenti in base alle esigenze didattiche e alle diverse occasioni di apprendimento. Dobbiamo avere fiducia in loro e anche nei ragazzi».

Ma non si rischia la distrazione di massa in un’epoca in cui i livelli di attenzione sono ai minimi termini?

«Nessuno si sognerebbe di autorizzare l’utilizzo in classe di elementi che mettono a rischio la formazione di qualità dei nostri studenti. Vorrebbe dire tradire la missione educativa della scuola. Le trasformazioni in atto nella società riguardano la vita del nostro sistema di istruzione. Ammetterlo aiuta a far crescere i nostri giovani e a far progredire la scuola. Nei giorni scorsi è stata presentata una proposta di legge su questo tema».

In che modo verrà regolato l’uso di tali apparecchiature?

«Ogni istituto può prendere liberamente e in autonomia decisioni su questo tema, prevedere le misure organizzative più adatte a prevenire un uso scorretto di queste apparecchiature. Dobbiamo poi considerare un altro aspetto: i nostri giovani non sono degli sprovveduti».

Ha preso in considerazione il problema della dipendenza tecnologica che patiscono molti giovani?

«Educare gli studenti a un uso corretto dei dispositivi è proprio funzionale ad arginare distorsioni, dipendenze. E l’educazione all’uso corretto di questi dispositivi passa anche dalla famiglia».

Si è parlato del 5 politico. Una dirigente di una scuola media romana ha pensato di diffondere una circolare per esortare i docenti a non assegnare voti inferiori al 5. Cosa ne pensa?

«Devo dire che ho trovato la scelta della dirigente particolare. I voti vanno da 1 a 10, anche se capisco che non sia piacevole per un insegnante assegnarne uno basso, né per uno studente sia semplice ricevere una valutazione non positiva. Credo che dovremmo spiegare ai giovani che quando si prende un voto, quel voto è relativo alla prestazione, non è un giudizio sulla persona».

Che tipo di scuola ha in mente? Ha dichiarato che essa deve valutare la preparazione e non la persona.

«La scuola non è una vetrina, è una palestra. In vetrina si esibisce qualcosa; in palestra, invece, ci si esercita, ci si pone degli obiettivi. Si fanno i conti con la fatica, con lo sforzo. Con i propri limiti. E i risultati sono frutto di un percorso».

Per quanto riguarda i compiti invece, lei ha invitato i docenti ad assegnarne meno. Come mai?

«In occasione delle scorse vacanze di Natale, ho semplicemente suggerito alle scuole di assegnare un numero non eccessivo di compiti a casa per lasciare ai nostri bambini e ragazzi la possibilità di trascorrere tempo con le proprie famiglie. I giovani hanno bisogno di stimoli differenti e di dare il giusto spazio ai propri affetti».

A suo parere esiste un punto di equilibrio tra chi professa il cosiddetto «compiti zero» e chi è a favore delle vacanze a suon di sussidiari?

«Esiste certamente. E sono le singole scuole, i singoli insegnanti a sapere cosa è più giusto per i loro studenti».

Un altro dei temi caldi è il cyberbullismo, una vera piaga sociale, che vede vittime sette studenti su dieci…

«In questi giorni a Milano abbiamo celebrato il Safer internet day, la giornata mondiale per la sicurezza online, istituita e promossa dalla Commissione europea. Il Miur è impegnato in prima linea: la conoscenza è l’unico antidoto a questi fenomeni».

Ha in cantiere altre idee per contrastare il bullismo sui social?

«Innanzitutto dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi a chiamare le cose con il loro nome. Atti di bullismo e cyberbullismo non sono bravate, sono forme di violenza e prevaricazione, e come tali vanno trattati. A dicembre ho avviato un gruppo di lavoro con esperti di alto livello su bullismo e prevenzione. Va poi ricordata la proposta di legge presentata nei mesi scorsi per rendere obbligatorio l’insegnamento dell’educazione civica, a partire dalla scuola dell’infanzia fino alla fine del percorso di studi».

A proposito di questo, parte la seconda edizione di «Viaggio per l’Italia: la Corte costituzionale nelle scuole». Cosa si vuole dire ai giovani?

«Il fatto che i giudici della Consulta si mettano a disposizione dei giovani per fare toccare loro con mano i contenuti della Costituzione, è encomiabile. Si tratta di momenti formativi eccezionali: gli studenti sono il presente e il futuro dell’Italia, metterli in contatto con la nostra Carta fondamentale, spiegargliela nel dettaglio, darle concretezza nelle loro vite è fondamentale per costruire attraverso di loro società solidali, libere, rispettose dei diritti di tutti».

La Corte ha un ruolo sempre più profondo nel nostro Paese e con le riforme costituzionali in programma è certo che sarà grande protagonista della vita politica del Paese. In che ottica avverrà l’appuntamento?

«Di apertura e condivisione. Una tra le più importanti istituzioni del nostro Stato dialoga con i ragazzi. Va loro incontro e li accoglie. Perché non ci può essere cittadinanza attiva senza conoscenza».

Se il suo mandato dovesse durare l’intera legislatura e questo governo arrivasse fino alla fine, che tipo di scuola consegnerebbe ai ragazzi?

«Una scuola a misura delle loro esigenze, dei loro sogni. Che li aiuti a crescere e che li faccia protagonisti delle loro vite. Che torni a dare centralità alle parole “amore” e “passione”. Per gli studi, per il proprio lavoro, per gli altri. E che sia di qualità».

Qual è la sua visione di lungo periodo considerando che le cose da cambiare sono ancora tante?

«In pochi mesi di governo ci siamo impegnati per sburocratizzare un sistema troppo spesso ostaggio di lungaggini amministrative, abbiamo dato risposte al personale scolastico, bandito concorsi, sbloccato risorse per l’edilizia scolastica e investito sull’innovazione digitale. C’è ancora tanto da fare, però c’è un governo che sta lavorando concretamente per raggiungere il suo obiettivo principale: il successo formativo degli studenti».

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