Incrociano le braccia le toghe onorarie. Il procuratore Greco torna a fare il pm
Caos per lo sciopero dei giudici non togati a Milano e Palermo. Pure i capi e gli aggiunti dovranno prendere parte alle udienze.

Oggi il procuratore di Milano, Francesco Greco, rappresenterà l’accusa davanti al giudice monocratico Andrea Pio Ghinetti in un «piccolo» processo penale per reati societari. Non capita mai che il procuratore capo si occupi di questo tipo di procedimenti, dove si discute di reati puniti al massimo con dieci anni di reclusione. Di solito, le udienze in questi processi «minori» vengono affidati ai viceprocuratori onorari, i cosiddetti Vpo, che nel penale affiancano i pubblici ministeri togati.

Da lunedì 1° dicembre, però, a Milano e a Palermo molti magistrati onorari si sono spontaneamente resi «indisponibili» per protestare contro le loro «ignobili condizioni di lavoro». A Milano, in particolare, si astengono dalle udienze tutti e 64 i Vpo. Sono tanti: senza di loro, inevitabilmente, il sistema si ferma. Così, una settimana fa, Greco ha convocato 16 dei suoi sostituti e li ha «precettati» per i procedimenti davanti al giudice monocratico, che si trovavano sguarniti a causa della protesta. In quella riunione, il procuratore aveva anche segnalato che la situazione era così precaria che, se necessario, lui stesso e gli otto procuratori aggiunti (cioè i vice di Greco) avrebbero fatto altrettanto. È per questo che stamattina un processo «minore» toccherà anche al procuratore. E udienze davanti a giudici monocratici saranno affidate a Maurizio Romanelli, l’aggiunto a capo del dipartimento della procura di Milano che si occupa di inchieste su corruzione e Pubblica amministrazione, e a Tiziana Siciliano, a capo del dipartimento criminalità organizzata.

Se questa è la situazione a Milano, dopo dieci soli giorni di protesta dei giudici onorari, è evidente che l’intera giustizia rischia la paralisi. Anche perché, dopo Milano e Palermo, sono numerosi i tribunali dove i magistrati e i giudici onorari hanno deciso di autosospendersi o stanno per farlo. Se dovessero tenere duro, molti uffici giudiziari non riuscirebbero a reggere. È stata la pandemia a esasperare nei magistrati onorari la sensazione di essere figli di un dio minore: le uniche udienze «in presenza» che il Covid non ha mai fermato, da marzo, sono state quelle – urgenti e affidate quasi in esclusiva proprio ai giudici onorari – dove si discutevano le convalide degli arresti o le espulsioni degli immigrati clandestini. Per mesi, così, molti di loro si sono esposti al virus (soltanto in Sicilia si sono contagiati in 12) sapendo però di non avere alcuna tutela in caso di malattia.

A rafforzare la protesta della categoria è stato lo stesso ministro grillino Alfonso Bonafede: rispondendo all’interpellanza di un deputato di Fratelli d’Italia, il 19 novembre il guardasigilli ha scritto (per di più copiando quelle parole da un vecchio documento dell’Associazione nazionale magistrati) che l’esistenza della magistratura onoraria «è legata alla finalità di contenere il numero dei togati, pena la perdita di prestigio e la riduzione delle retribuzioni della magistratura professionale».

In realtà, i circa 5.000 giudici onorari italiani da oltre vent’anni danno un contributo cruciale al funzionamento della giustizia e smaltiscono dal 50 al 60% dei processi civili e penali. Lavorano accanto ai 9.000 magistrati togati, giorno dopo giorno, ma diversamente da loro non hanno alcuna tutela in caso di malattia, né contributi pensionistici, né diritti in materia di ferie, maternità, trattamento di fine rapporto… Anche le loro retribuzioni non sono certo elevate. Si può dire praticamente che lavorano «a cottimo», per 70-75 euro netti a udienza.

La decisione di astenersi dal lavoro, partita da Palermo e da Milano, negli ultimi giorni si sta espandendo a macchia d’olio. A indire la protesta non è stato il sindacato della categoria, e cioè la Consulta della magistratura onoraria: al contrario, tutto si sta sviluppando grazie ad assemblee spontanee dei giudici onorari, convocate nei vari palazzi di giustizia, al termine delle quali vengono sottoscritte lettere-petizione indirizzate ai presidenti dei tribunali dove i firmatari annunciano «l’indisponibilità al lavoro». Insomma, non è uno sciopero di categoria. Per questo motivo pare destinata ad avere scarsa efficacia la presa di posizione della Commissione di garanzia per gli scioperi, che due giorni fa ha contestato «la violazione del codice di autoregolamentazione» e anche «l’eccessiva durata» dell’astensione dal lavoro, che in campo giudiziario non può superare i cinque giorni consecutivi.

Intanto anche uno sciopero della fame, cominciato il 1° dicembre da due giudici onorari di Palermo, sta diventando fenomeno pericolosamente contagioso: da ieri non assumono cibo un giudice onorario di Reggio Emilia e uno a Parma, due dei tanti tribunali dove l’auto-sospensione sta prendendo piede. A Parma, come a Milano, il procuratore Alfonso D’Avino ha già precettato con una circolare i suoi sostituti per il 15 e il 17 dicembre, quando verrà a mancare il «contributo insostituibile» dei viceprocuratori onorari. «Non ritengo la magistratura togata possa stigmatizzare la loro presa di posizione», scrive D’Avino, «perché non difende privilegi, ma soltanto la dignità».

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