Portuali anti green pass assolti. Fu lo Stato a forzare la mano
La manifestazione organizzata dal Coordinamento dei lavoratori portuali del porto di Trieste il 15 ottobre 2021 (Ansa)
  • Si sapeva già, ma ora lo dice anche un giudice: chi protestò contro il green pass non commise alcuna violenza. La sentenza, inoltre, potrebbe sancire l’illegittimità dell’azione repressiva. Intrapresa non per pericoli reali (vedi Torino) ma per il successo dell’evento.
  • Come con Djokovic: così la legge fu piegata al volere della politica. Durante la pandemia il diritto divenne il «braccio armato» di scelte di natura morale.

Lo speciale contiene due articoli.

C’è un fatto certo: al porto di Trieste, la mattina del 18 ottobre 2021, chi manifestava non ha commesso nessuna violenza. Noi lo diciamo da sempre, ma ora lo dice anche un giudice: i portuali che, con Stefano Puzzer, protestavano contro il green pass avevano in mano un rosario, non le molotov come i teppisti dei centri sociali. Pregavano, non sfasciavano la testa ai poliziotti. E lottavano per la libertà di tutti, non per attaccare lo Stato. L’esatto contrario di quello che è successo a Torino.

Non era difficile da capire, eppure la vicenda giudiziaria si è chiusa solo l’altro ieri: cinque imputati, tutti assolti. Assolti perché «il fatto non sussiste» (due di loro) oppure assolti perché «il fatto non costituisce reato» (gli altri tre). Comunque assolti. E dunque evviva. Ma non è tutto. Perché, al porto di Trieste, quella mattina di ottobre del 2021, qualcosa di illecito è stato commesso. E non certo da chi manifestava. Anche questo a noi era evidente da tempo. Ma ora, forse, per la prima volta c’è una sentenza che lo dichiara.

Cominciamo dall’inizio. Per quegli scontri al porto di Trieste erano state indagate 18 persone. Tutte accusate di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale. Stefano Puzzer, il volto simbolo di quella protesta, è stato prosciolto, altri hanno patteggiato. Cinque di loro, invece, sono andati avanti, fino in fondo al processo. Un processo già abbastanza discutibile nell’impostazione: fa sorridere in effetti, dopo aver visto scarcerare chi a Torino ha massacrato un poliziotto a martellate, vedere onesti lavoratori processati cinque anni per aver offeso «la reputazione e il prestigio degli appartenenti alle forze dell’ordine gridando: i veri delinquenti siete voi, vergognatevi». Oppure per aver «spinto con le mani gli scudi con i quali gli operatori di polizia cercavano di avanzare». Oppure ancora per aver «indirizzato verso le forze dell’ordine, con un calcio, un lacrimogeno da queste appena sparato». Addirittura uno dei manifestanti è stato accusato perché, dopo essersi lavato gli occhi irritati dai lacrimogeni, per la rabbia aveva scagliato in aria la bottiglietta d’acqua di plastica (vuota). Peso: 10 grammi. Imputazione: uso d’arma impropria.

Tutto assurdo? Sì, ma il bello deve ancora venire. L’assoluzione di tre imputati perché «il fatto non costituisce reato» apre infatti una prospettiva nuova e assai interessante. L’avvocato Pierumberto Starace, che li ha difesi, ha sostenuto per loro la tesi della non punibilità in base all’articolo 393 del codice penale. Cosa dice questo articolo? Molto semplice: che non si può essere puniti per resistenza o oltraggio a pubblico ufficiale se quest’ultimo sta esercitando le sue funzioni in modo arbitrario, cioè eccedendo i limiti delle sue funzioni. Non possiamo dire con certezza che la tesi difensiva sia stata accolta dal giudice, dottoressa Cristina Arban, lo scopriremo solo leggendo le motivazioni tra tre mesi. Ma tutto lo lascia presupporre, altrimenti sarebbe stata usata una formula diversa rispetto al «fatto non costituisce reato». E se fosse così sarebbe clamoroso perché per la prima volta, in un tribunale italiano, e in via definitiva (la sentenza non è appellabile), sarebbe riconosciuto che l’illegalità, in quel porto, non la commisero i manifestanti ma chi voleva sgomberarli. Non chi lottava contro il green pass ma lo Stato che lo voleva imporre in tutti i modi. Anche in modi illeciti.

A supporto di questa tesi c’è anche un documento riservato che è venuto fuori nel corso del processo e di cui mai nessuno ha dato notizia. Ma che è, anch’esso, clamoroso. Si tratta del verbale della riunione tenutasi in Prefettura il 17 ottobre 2021 alle 16.30, quando cioè si prese la decisione di sgomberare il porto il giorno dopo, «nelle prime ore del mattino». Alla presenza del questore di Trieste (Irene Tittoni), dei comandanti di carabinieri e guardia di finanza, oltre che del dirigente Digos si stabilisce di intervenire «con 260 unità» e «l’ausilio di due mezzi dotati di idranti». E perché si prende questa decisione? Per ragioni di sicurezza? Perché c’è un’emergenza di ordine pubblico? Perché si teme che i manifestanti preparino un assalto violento? Perché si teme che stiano preparando la guerriglia? Macché. Semplicemente perché al porto «nelle prime ore del mattino erano presenti 350 persone, ora sono presenti circa 3.000 persone». Ed è proprio «il numero crescente dei manifestanti che si uniscono al presidio» che «induce a pianificare un’azione di sgombero».

Capito? Ci sono troppe persone che aderiscono, troppe persone che convergono, la manifestazione sta diventando troppo grande, il porto rischia di trasformarsi nel punto di riferimento per tutti coloro che, civilmente e democraticamente, si oppongono al green pass. E allora avanti con i manganelli e con gli idranti, si spazzi via tutto. Sapendo benissimo che la decisione non è per la sicurezza, ma per la politica. E sapendo benissimo che, in questo modo, non si evitano violenze e tensioni, ma anzi si vanno a creare violenze e tensioni laddove c’era solo una protesta pacifica con i rosari in mano. Come si diceva, l’esatto opposto di quello che è successo a Torino. Ma qualcuno pagherà per questo?

Da non perdere

Attentato a Ranucci, quattro arresti
Video

Attentato a Ranucci, quattro arresti

Fermati i presunti autori dell’assalto dinamitardo contro il conduttore di «Report». Di origine campana, avrebbero operato su commissione in cambio di migliaia di euro.

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte
Inchieste

Lo scoop della «Verità» inguaia Conte

Quasi amici. Anzi, no: proprio amici amici. Lo dice Domenico Arcuri, ex commissario straordinario durante l’emergenza Covid, a proposito di Giuseppe Conte, commissario che indaga sulla gestione dell’emergenza Covid. Vi pare un’anomalia o quanto meno una frequentazione poco opportuna? Può…