Le lobby d’Europa che ci fanno verdi. Quei 25.000 incontri (13 al giorno) con i commissari di Bruxelles
Ansa
  • Macché effetto Greta: la mania dell’Ue per il clima è frutto di 2.400 meeting con gruppi di pressione ecologisti. Stesso copione su banche, austerità, telefonia e Dieselgate.
  • L’esperto: «Situazione fuori controllo: ben 6 portatori d’interessi su 10 aggirano le regole di trasparenza».
  • Nella capitale delle istituzioni comunitarie, le multinazionali sono assiepate attorno ai palazzi dei burocrati Per nazione, i campioni d’investimento sono Belgio, Germania e Regno Unito. L’Italia è solamente ottava.

Lo speciale contiene due articoli

Ogni mattina, a Bruxelles, un lobbista si sveglia e sa che dovrà correre più dei suoi colleghi se vorrà essere sicuro di accontentare chi gli paga lo stipendio. E in effetti basta dare uno sguardo alle statistiche ufficiali per rendersi conto che, a livello europeo, quello dei portatori di interesse è un settore decisamente molto affollato. Per ogni giorno lavorativo, dal primo dicembre 2014 (data a partire dalla quale la Commissione ha reso pubblici gli incontri dei propri componenti) a oggi, si sono tenuti in media 13 incontri al giorno, più di due all’ora, tra un euroburocrate e un lobbista. Tradotto in termini assoluti, parliamo di 25.000 colloqui nell’arco di poco più di cinque anni. Molte delle decisioni che contano, più che nelle sedi istituzionali come il Parlamento e il Consiglio dell’Ue (ovvero i due organi legislativi dell’Unione), vengono prese in camera caritatis, alla larga da occhi e orecchi indiscreti.

Nella capitale europea, tra aziende, lobbisti e istituzioni Ue ormai si è instaurato un rapporto di tipo simbiotico. La vicinanza geografica e lo scarso controllo permettono ai principali attori di ciascun settore di influenzare pesantemente l’agenda setting a livello continentale.

Pensiamo a uno dei temi più in voga in questo periodo, quello relativo al clima e all’ambiente. Proprio poche settimane fa, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen ha varato il green new deal da 1.000 miliardi di euro. Ebbene, non si può fare a meno di sottolineare il fatto che, negli ultimi cinque anni, quasi un incontro su 10 (2.400 su 25.000, di cui oltre 600 tenuti dalle Ong) ha ruotato intorno a questi argomenti. Complessivamente, la lobby del clima e dell’ambiente può fare leva su 800 soggetti coinvolti, per 3.120 lobbisti e 2.206 pass al Parlamento europeo. Sul podio dei soggetti più attivi troviamo il Wwf (64 meeting), seguito da Greenpeace (46) e dal Climate action network (41). Queste tre organizzazioni, da sole, spendono più di 5 milioni di euro l’anno per attività di lobbying a Bruxelles. Tra i temi discussi negli incontri con commissari e funzionari, non solo deforestazione, biodiversità e monitoraggio della pesca, ma anche la strategia a lungo termine per la neutralità climatica, i livelli di inquinamento delle automobili e l’efficienza energetica, fino ad arrivare al nucleare e alla governance degli oceani. Non mancano i casi imbarazzanti: come denunciato da Corporate europe, a settembre del 2018, dietro pressione del gruppo di lobbying Hydrogen Europe, la presidenza di turno austriaca organizzò un incontro per promuovere l’industria dell’idrogeno, invitando tra le altre cose gli altri Stati membri a sottoscrivere una dichiarazione per un’iniziativa comune in merito. Peccato che, come fanno notare gli esperti, l’idrogeno «pulito» rappresenta appena il 5% di tutta la produzione di questo gas, e incoraggiarne la filiera potrebbe significare, paradossalmente, incrementare l’utilizzo di combustili fossili. Per ben 444 volte, a ricevere gli astanti era presente il commissario per il Clima e l’energia in persona, lo spagnolo Miguel Arias Cañete. Più che dal feeling con Greta Thunberg e dai suoi seguaci, viene da pensare, l’improvviso interesse della Commissione per la salute del nostro pianeta sembra frutto di una strategia pensata a tavolino – e che intercetta parecchi interessi economici.

Ovviamente non c’è solo la lobby del clima. Una delle «caste» più influenti a Bruxelles rimane senza dubbio quella della finanza. Sono poco meno di 1.900 gli incontri tra commissari e funzionari e portatori di interesse a vario titolo del settore bancario. Nella top ten dei soggetti maggiormente coinvolti, nomi eccellenti come Deutsche Bank, Goldman Sachs, Blackrock e Bnp. Ma il primo posto è ricoperto dalla Fédération bancaire française (l’equivalente transalpino dell’Abi), in testa con 26 incontri. Non c’è che dire: quando si tratta di portare avanti le proprie istanze, i cugini d’Oltralpe sono sempre un gradino più in alto di tutti gli altri. Più volte la lobby bancaria è stata accusata di intervenire a gamba tesa sulle istituzioni per difendere i propri interessi. Forse il caso più eclatante è rappresentato dal pressing esercitato da BusinessEurope, di cui fanno parte Confindustria e le sue «sorelle» europee. Tra il 2009 e il 2012, questa organizzazione pubblicò più di 20 studi nei quali si chiedevano austerità e riforme strutturali. Bersagli di questa campagna, la Commissione europea, il presidente del Consiglio Herman van Rompuy e la task force sulla governance economica che nel 2010 sfornerà il cosiddetto «six pack» (la serie di regolamenti che hanno modificato, in senso ancora più restrittivo, l’attuazione del Patto di stabilità e crescita). Si può dire dunque che l’attività di lobbying di BusinessEurope abbia condizionato in senso negativo le vite di decine di milioni di cittadini europei.

Gli esempi non si fermano qui. Possiamo citare gli operatori telefonici spagnoli che sono riusciti a convincere il governo iberico a proporre, in sede europea, un emendamento alla normativa sul roaming per proteggere le aziende del settore; oppure i colossi dell’industria chimica che si oppongono al divieto di utilizzo del biossido di titanio, presunta sostanza cancerogena; e infine due casi eclatanti, quelli relativi al glifosato e al Dieselgate, per i quali le compagnie interessate si sono mosse insieme alle associazioni di categoria per difendere i propri interessi.

Spesso e volentieri, le lobby hanno trovato nei commissari una preziosa sponda. Dello spagnolo Cañete abbiamo già detto, ma è impossibile non menzionare il tedesco Gunther Oettinger (commissario al Bilancio e autore di giudizi molto severi nei confronti dell’Italia), protagonista di ben 654 incontri, molti dei quali con aziende tedesche (tra cui Deutsche Telekom e Daimler). Degni di nota anche l’ex commissario per l’Agricoltura Phil Hogan (199 incontri), quello per la Stabilità finanziaria Jonathan Hill (166 incontri in un anno e mezzo di mandato), e infine l’attuale vicepresidente Margrethe Vestager (72 incontri). Come si dice: a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca.

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