La storia è incredibile, ha il sapore di un tesoro perduto e ritrovato. La storica insegna di legno dipinto collocata nel casale Longanesi a Boncellino di Bagnacavallo per indicare il luogo in cui è stato salvato il vino Bursôn, strappata il 3 maggio scorso dalla furia delle acque del Lamone esondato a Boncellino, è stata ritrovata a 800 chilometri di distanza, sulla spiaggia di Casalabate, nella penisola Salentina, in Puglia. L’insegna, donata dalla Pro Loco di Bagnacavallo all’azienda vitivinicola di Daniele Longanesi, fu strappata dal suo sostegno dal fiume che aveva rotto gli argini. «In un primo tempo», racconta Longanesi, «era finita nel campo di un vicino, ma acqua e fango mi impedirono di recuperarla. Poi arrivò la seconda alluvione che se la portò via. Avevo perduto ogni speranza di recuperarla quando, mesi dopo, una mail dalla Puglia mi informò che l’insegna era stata ritrovata sulla spiaggia di Li Ronzi, vicino a Casalabate. Una sorpresa ed un’emozione esaltanti. Il fiume l’aveva portata al mare e il mare fino in Puglia».
Un viaggio lunghissimo quello dell’insegna del Burson: dopo aver devastato il territorio il Lamone, in quei terribili giorni di maggio, aveva corso tumultuosamente per 40 chilometri fino all’Adriatico, dove sfocia poco a nord di Marina di Romea, rovesciando in mare tonnellate di fango, tronchi, detriti. E l’insegna del Burson, una tavola di 60 centimetro per 40 con su disegnato un vitigno con grappoli d’uva nera e la scritta «Fondo Longanesi terra in cui è stato salvato il Bursôn». Finita in mare l’insegna ha galleggiato per quasi tre mesi trasportata dalle correnti fino a quando, si è arenata a Casalabate. Raccolta dalla Pro Loco del paese pugliese è tornata a casa.
La vicenda è una metafora della forza e del carattere del Bursôn, un vino che ha nel sangue il temperamento della terra e della gente di Romagna. Il Bursôn Longanesi, unico vino italiano con nome, cognome e soprannome («Bursôn» è sia nome che soprannome), è un vino di cui si sarebbe persa ogni traccia se la tenacia di un contadino romagnolo non l’avesse salvato dall’estinzione. La sua affascinante storia è talmente intrecciata con quella della famiglia Longanesi che il dna dell’uva si intreccia con quello degli uomini. Tutto inizia nel 1913 quando Antonio «Bursôn» Longanesi, il capostipite della famiglia, acquista una casa con un po’ di campi in località Boncellino di Bagnacavallo. I Longanesi vi si trasferiscono dal ferrarese alla metà dell’800. Vicino al casolare c’è un roccolo intorno ad una quercia sulla quale è avviticchiata una vite di uva selvatica che non somiglia ad alcuna delle viti del territorio e alla quale non si dà importanza. Produce grappoli di bacca nera e dolce ed è un richiamo irresistibile per storni, merli e tordi che s’accapigliano per beccarla, finendo impigliati nelle reti e poi in padella. Quando il podere passa ad Aldo, figlio di Antonio, l’uva senza nome continua a far da esca per i volatili e, torchiata con altre uve dei vigneti intorno, contribuisce a produrre un vinello di pianura, un succo senza infamia e senza lode, giusto quello che serve per il fabbisogno famigliare dei Longanesi.
Ad accorgersi che il vino prodotto usando il cento per cento dei grappoli di quell’unico vitigno non è normale, che supera di parecchi gradi i mosti delle altre uve che prolificano sui terreni alluvionali tra il Lamone e il Senio, è la terza generazione dei Bursôn: Antonio, papà del vino, e Pietro, lo zio. Antonio Bursôn Longanesi, classe 1921, nipote del capostipite dal quale eredita nome e soprannome, ha il geniaccio del vignaiolo nel sangue. Incuriosito da quell’uva così diversa dalle altre, la sottopone al densimetro. Racconta Daniele, l’attuale proprietario del fondo di Boncellino, figlio di Pietro, nipote di Antonio: «La prima volta che lo zio vinificò quell’uva da sola, pigiando un grappolo, mise il liquido nel densimetro che balzò a 14 gradi. Qui a Bagnacavallo, a quel tempo, i contadini, facevano festa quando il mosto della Canina toccava i 7-8 gradi. Lo zio non credette a quella prima prova e buttò il densimetro. «’L pruvêtt l’è rót», commentò e andò a farsene prestare un altro. Seconda prova, stessa gradazione: 14 gradi. Alla terza misurazione si convinse: «Quést l’è un cavàl de raza», esclamò persuaso. Fu un buon profeta: il Bursôn è un purosangue amichevole e caloroso, ma anche rude, capace di ribellarsi se non viene trattato come si deve. Parla romagnolo, ha l’anima romagnola: simpatica, ospitale, ma pronta alla ribellione. È piacevole, godurioso alla beva, ma con molta personalità, di grandissima struttura».
Convinto d’avere per le mani un cavàl de raza, Antonio ricorre all’aiuto del fratello. Pietro, maestro nell’innesto. Con le barbatelle di quel vitigno selvatico abbarbicato alla quercia nasce il primo vigneto. Siamo intorno al 1950 e nasce il primo Bursôn. A battezzare quel vino scuro, possente, sono gli amici dell’osteria che Antonio frequenta portando con sè un paio di bottiglioni per far gustare alla «compagnia» quant’è buono il suo vino. Passando di gola in gola a quei romagnoli, grandi lavoratori, allegroni e sanguigni, il «vén del Bursôn» si fa una fama. E ai colleghi viticoltori che gliele chiedono, Antonio regala volentieri le barbatelle del suo Bursôn. È con questo gesto di generosità che il vitigno si diffonde rapidamente nei campi intorno a Bagnacavallo e nei comuni vicini.
Antonio non c’è più, è morto a 99 anni nel 2020. Fino a un paio di anni prima di morire girava in bicicletta per le campagne di Bagnacavallo e partecipava alle vendemmie. Era una quercia d’uomo, forte come la pianta secolare alla quale, nel suo podere, s’aggrappava la vite dell’uva bursôna, l’ultimo esemplare della specie. Una vite che non voleva morire senza lasciare un ceppo per continuare a rallegrare il cuore degli uomini: «Vinum laetificat cor hominis». A quest’uva straordinaria non manca niente, nemmeno la parola: un acino spia avverte i viticoltori quand’è il momento di vendemmiare: è l’unico acino che rimane verde in un mare di bacche rosse. Quando anch’esso diventa blu scuro come una notte romagnola, significa che l’uva è matura, come se dicesse: «Adesso staccatemi». E la vendemmia ha inizio. Il Bursôn ha un’altra peculiarità che lo distingue dagli altri vini: porta il cappello in testa. Quell’accento circonflesso che ricorda il berrettone del Passator Cortese, il feltro di foggia rivoluzionaria che gendarmi papalini e austriaci guatavano con sospetto. Perché vitigno e vino si chiamano Bursôn ce lo spiega Daniele Longanesi, oggi padrone del fondo e continuatore della stirpe bursônica: «Di preciso non si sa. È un soprannome che si perde nei secoli. Probabilmente fa riferimento a una borsa grande, o forse al tirabuson, il cavatappi, parola che usiamo ancora e deriva dal francese tire-bouchon».
Il moderno Bursôn nasce nel 1996. «Lo chiamammo «Bursôn» in onore di Antonio Longanesi», racconta l’enologo che ha domato il cavallo di razza, Sergio Ragazzini, «ma non sapevamo ancora bene cos’era quell’uva. Pensavamo a un cabernet. Tre anni dopo nasce il Consorzio di Bagnacavallo al quale aderiscono 15 produttori. Nel 2000 facciamo esaminare il dna dell’uva all’Istituto di San Michele all’Adige. Sorpresa. Nessun vitigno conosciuto ha quelle caratteristiche. È autoctono al 100 per cento. E ha quella straordinaria particolarità genetica dell’acino verde che rimane tale anche quando tutti gli altri sembrano già maturi». L’uva salvata da Antonio Longanesi viene iscritta al Registro delle Varietà con il cognome dello scopritore: Uva Longanesi. Il nome del vino, «Bursôn», depositato, registrato e, quindi, concesso in uso gratuito dalla famiglia Longanesi al Consorzio di Bagnacavallo, è a tutela della sua tipicità. Questa vite ed il suo vino sono, così, legati in modo indissolubile al territorio di Bagnacavallo e alla pianura romagnola limitrofa.
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