Se in questo mondo ci fosse un po’ di giustizia, Niccolò Ammaniti accuserebbe il Partito democratico di appropriazione indebita. Nell’ennesimo slancio di creatività, infatti, i baldanzosi progressisti hanno scelto come slogan per la manifestazione in programma oggi a Roma il titolo di un suo celebre romanzo: Io non ho paura. L’idea, ovviamente, è quella di occupare Piazza del popolo e berciare contro «il governo della paura» di Lega e 5 stelle.
Da questa pomposa sfilata i dem dovrebbero «ripartire» e costruirsi un nuovo futuro politico: niente di meglio, dunque, che ricominciare dall’arroganza. Fateci caso: il gridolino di battaglia #iononhopaura presuppone che tutti gli italiani che non votano Pd (cioè la maggioranza) siano invece preda del terrore, talmente stupidi da farsi infinocchiare dagli spargitori di ansia come Matteo Salvini e soci. La solita superiorità, insomma.
Di questo atteggiamento, ormai patologico, parla diffusamente, nel suo nuovo libro, lo studioso americano Michael Walzer, un guru della sinistra mondiale che non dovrebbe essere sconosciuto ai vertici piddini. Egli spiega che il ragionamento tipico dei progressisti è: «“Noi” diventiamo l’avanguardia, pretendendo di fare da guida agli ignari “loro” per il loro stesso benessere. Questa teoria», conclude Walzer, «non serve alla democrazia né all’uguaglianza». Eppure il Pd vuole ricominciare proprio da lì: invece di capire perché i cittadini li abbiano snobbati, i democratici preferiscono accusarli di essere ottuse vittime di manipolazione.
L’amara verità, tuttavia, è che non c’è bisogno di scomodare chissà quali filosofi per analizzare la proposta politica di Maurizio Martina e soci. Servirebbe piuttosto, come ha detto giustamente Carlo Calenda in un attimo di lucidità, uno psichiatra. Questi signori vanno in piazza gridando «io non ho paura», ma i primi a spargere brivido, terrore e raccapriccio sono proprio loro. Da qualche giorno non fanno che ripetere previsioni apocalittiche sullo spread, il crollo dei mercati, il debito pubblico e la fine dei tempi. A confronto Savonarola era un buontempone. Tutta la faccenda, poi, ha risvolti grotteschi. Forse lo ricorderete: la manifestazione, in origine, era stata convocata per ieri. Solo che poi i capoccia dem si sono resi conto che, nello stesso giorno, si sarebbe disputato anche il derby Roma-Lazio. Quindi hanno slittato la pantomima di un giorno, evitando così un’altra circostanza imbarazzante: il 29 settembre, infatti, è anche il compleanno di Silvio Berlusconi.
Bastano questi piccoli particolari a offrire un quadro eloquente dello sfacelo. Però i vari furbetti della correntina piddini ce la stanno mettendo tutta per aggiungere dosi di comicità all’impasto. Dicevamo dello slogan sottratto ad Ammaniti. Beh, non sarete sorpresi nello scoprire che non sono nemmeno tutti d’accordo nell’utilizzarlo. Alcuni, infatti, preferiscono esporre sui social network il motto «Per l’Italia», fulgido esempio di vorrei ma non posso. Loro in piazza «per l’Italia»? Dopo che per anni hanno rifiutato ogni forma di patriottismo in nome della sudditanza all’Europa? Per favore.
Ma che volete farci, quelli del Pd sono così: mutevoli, malleabili, smemorati. Prendiamo, per esempio, Carlo Calenda. Mesi fa si atteggiava a partigiano, chiamava alla resistenza. Poi si è messo a invocare il Tso per i compagni di partito. Adesso, invece, si è scoperto sovranista. Parlando di migranti su Twitter, ieri, ha scritto che «nessun Paese sopravvive senza controllo delle frontiere» e che «i flussi di clandestini vanno bloccati». Ma come? Vai in piazza contro la «paura degli stranieri» e poi vuoi fermare i clandestini (per altro dopo aver spalancato ogni confine possibile negli ultimi anni)?
Per un Calenda nazionalista improvvisato, c’è però un Matteo Renzi che si riscopre barricadero. Sempre ieri il «senatore semplice» ha rilasciato una lunga intervista al Corriere della sera. L’obiettivo evidente era quello di annunciare che «ormai è pronto il documentario tv su Firenze». Trattasi, per chi non lo sapesse, di un docufilm in otto puntate sulle bellezze del capoluogo toscano, in cui Renzi sembra la caricatura di Alberto Angela ma soprattutto la caricatura di sé stesso.
Oltre allo spot, però, il nostro ha trovato anche il tempo di parlare di politica. «Non uso toni apocalittici», ha premesso. Poi, però, ha sostenuto che, grazie alla manovra, «subiremo conseguenze devastanti» (per la serie #iononhopaura). Il passaggio più bello e pregno di significato, però, è quello in cui l’ex premier afferma: «C’è una battaglia di resistenza civile da combattere a ogni livello, io ci sono». Eccolo qua, dopo Calenda abbiamo un altro partigiano. Farà lui il capo della resistenza, magari dalla sua nuova, accogliente dimora. Forse la farà assieme all’amico finanziere Davide Serra, la farà persino dal Qatar, perché «lui c’è». Certo, mai come oggi gli avrebbe fatto comodo l’Air Force Renzi: vuoi mettere come ci avrebbe bombardato i nemici? Avrebbe potuto gettarsi con il paracadute direttamente nel mezzo delle schiere leghiste, e fare strage.
Farà la resistenza, lui, ma non si opporrà all’amico Nicola Zingaretti. «Io faccio altro», sbuffa. E che cosa, di grazia? «Una battaglia educativa e culturale, nelle scuole, nel mio collegio, girando il mondo contro la filosofia di paura che Salvini e Di Maio incarnano». Ah, eccoci di nuovo al punto: loro, quelli del Pd, non hanno paura. Non temono nulla, nemmeno di farsi ridere dietro.
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