Bivio Bce: via i profitti alle aziende oppure via i guadagni a chi lavora
Christine Lagarde (Ansa)
La pericolosa teoria di Christine Lagarde, secondo cui la recessione congela l’inflazione e la povertà stabilizza l’economia: l’importante è non distribuire ricchezza. Con la transizione green un progetto devastante.

Diciamolo chiaramente: gli extraprofitti non esistono. Ci sono momenti di grande impennata dei prezzi dell’energia, ma nulla garantisce maxi utili per sempre. Un esempio su tutti: le utility. Hanno guadagnato più del solito nel secondo semestre del 2022, ma ora fanno fronte a picchi di insoluti. Molti utenti infatti sono in ritardo o non pagano le bollette. Si chiama rischio d’impresa, e come tale resta in capo agli imprenditori. Che, verosimilmente lo scorso anno hanno messo fieno in cascina.

Se non bastasse la teoria, ci vengono in soccorso l’esempio e la pratica italiani. Giusto ieri abbiamo raccontato dell’imposta sugli extraprofitti pendente davanti alla Corte costituzionale. Se il ricorso di un’azienda energetica al Tar dovesse essere benedetto anche dai giudici supremi, si creerebbe anzitutto un buco di bilancio: il precedente governo ha infatti messo oltre 10 miliardi di copertura per la legge finanziaria 2023, e al momento il gettito supera di poco i 2. Ma non solo: il codice civile è tornato alla ribalta e, soprattutto se la Consulta si pronuncerà a favore dell’azienda, si sarà dimostrato che il diritto a fare impresa deve prevalere. Ovviamente esistono anche i contributi straordinari in caso di emergenza. Ma quello è un altro discorso, e si misura sugli utili.

Con tale premessa, ci saremmo augurati di non dover più affrontare questo tema. Invece Christine Lagarde e il team della Bce a ogni occasione spingono l’asticella un po’ più in là. In un’analisi anticipata dal bollettino economico diffuso ieri, l’istituzione monetaria rileva che i margini unitari delle imprese hanno registrato una forte crescita negli ultimi trimestri e che questo ha anche avuto «contributi visibili alle pressioni inflazionistiche nell’eurozona».

In pratica, a fronte dei forti rincari dei costi dei mesi passati, «in parte derivanti dagli aumenti dei prezzi dell’energia», si legge nel testo, «invece che assorbire almeno in parte questi aumenti sfruttando i margini, secondo la Bce molte imprese hanno continuato ad alzare i prezzi e in questo modo hanno visto parallelamente e costantemente aumentare anche i loro profitti». Più in avanti Francoforte si attende che questa tendenza si affievolisca, e che i margini inizino a essere utilizzati per assorbire parte dei rincari. Inoltre rileva che gli effetti delle problematiche sugli approvvigionamenti e del rimbalzo di domanda seguito al venir meno delle restrizioni imposte con il Covid si sta riassorbendo. E questo, combinato con la stretta monetaria impartita dalla stessa istituzione, dovrebbe «aumentare le pressioni sulle aziende per assorbire i rincari dei costi unitari».

Il condizionale è d’obbligo. Ricordiamo che fino alla primavera dello scorso anno i vertici della Bce sostenevano che l’inflazione non fosse strutturale. Ci auguriamo che mentissero consapevolmente: l’incapacità di leggere i fondamentali sarebbe ancor più grave. In realtà, già da mesi e ben prima dello scoppio della guerra l’inflazione si preparava alla galoppata. Ed è in quei mesi che molte aziende hanno preferito ridurre i margini per non scaricare sui clienti. Solo che lo schema non può durare a lungo, ed ecco che l’inflazione ha avuto la sua fiammata. I forti rincari dell’energia e le strozzature nelle catene di approvvigionamenti hanno ovviamente messo benzina sul fuoco sull’inflazione dell’eurozona e allargato i differenziali sulle dinamiche di aumento dei prezzi tra i Paesi dell’area euro. Anche qui le colpe della Bce sono notevoli. L’intervento di natura monetaria non ha mai tenuto conto dei fattori esterni. Adesso scaricare i problemi sulle aziende è pericoloso e sbagliato, perché ci porta su una strada piena di insidie per il Pil e per la ricchezza delle nazioni.

A oggi, secondo l’istituzione «i cambiamenti nella competitività dei prezzi sembrano non avere né aggravato né ulteriormente attenuato gli squilibri interni». Non è chiaro se il processo di aggiustamento che era in corso prima delle restrizioni imposte a motivo del Covid riprenderà. Per questo, secondo la Bce, per assicurare un aggiustamento sostenibile sono necessari ulteriori adattamenti dei prezzi relativi. E per i Paesi con elevati squilibri esterni (l’Italia è tra questi, vista la propensione a essere trasformatore e grande importatore di energia e materie prime), questo richiede miglioramenti della competitività tramite «o una minore crescita del costo del lavoro unitario, o una minore crescita dei profitti unitari». Chiaro? La recessione serve a congelare l’inflazione e la povertà a stabilizzare l’economia. In pratica il modello della Bce spiega ai lavoratori che non devono ambire a stipendi più alti perché innescherebbe una ulteriore spirale inflattiva. E al tempo stesso teorizza che imprenditori e soci non debbano alzare l’asticella dei profitti e quindi dei dividendi. Come se la distribuzione degli utili non fosse un modo per spandere denaro, ricchezza e rimettere in moto il Pil. La duplice ricetta individuata dalla Bce, unitamente alla transizione green (che genera ulteriore inflazione) rischia di portare all’implosione dell’economia. Forse è il caso che le critiche a Francoforte da parte della politica (e non solo quella italiana) diventino frequenti, continue e accompagnate da suggerimenti chiari e incisivi. La Lagarde può diventare un problema ancor più serio.

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