Gli eurocrati vivono sulla Luna. Si sbrighino, prima che sia tardi
Le lentezze sugli aiuti fanno cadere le braccia: le priorità sembrano sempre altre.

Mentre la crisi economica imperversa in tutta Europa, e in Italia in particolare, in Europa si continua a discutere e si ritarda, così facendo, l’aiuto che soprattutto l’Italia dovrebbe avere avuto ieri, non domani.

Nel frattempo, da noi, in base a quanto scritto nel Nadef (Nota di aggiornamento al Dopcumento di economia e finanza nel quale si stabiliscono i numeri dell’economia per i tre anni successivi), nel 2021 si dovrebbe accedere a 25 miliardi (14 di sovvenzioni e 11 di prestiti), nel 2022 a 37,5 miliardi, 43 miliardi nel 2023, 39,4 nel 2024, 30,6 nel 2025 e 27,5 nel 2026. A questi si aggiungerebbero i famosi 37 miliardi del Mes (Meccanismo europeo di stabilità), sul quale il governo non ha ancora deciso e i 27,4 miliardi del fondo Sure per il sostegno della cassa integrazione. Come diceva il grande economista del ‘900, John Maynard Keynes, «nel lungo periodo saremo tutti morti». Non vorremmo che questa frase diventasse profetica per l’oggi, più che per gli anni Venti del secolo scorso nei quali venne pronunciata.

Chiunque può capire, senza particolari competenze economiche, che i tempi sono troppo lunghi e i soldi messi a disposizione pochi, e che arriveranno, se tutto va bene, l’anno prossimo, cioè quando gli effetti della crisi – aziende chiuse, disoccupazione e povertà crescenti – avranno toccato, in molti casi, un punto dal quale non si tornerà indietro.

Perché tutto questo? Che l’Europa, alla fine, sulle questioni importanti non ci sia, è un fatto arcinoto. Se si toglie il nuovo corso impresso alla Banca centrale europea da Mario Draghi – che ha sostenuto in questi anni la nostra economia e quella europea, per quanto era di sua competenza -, su tutto il resto è nebbia.

Basti pensare all’immigrazione, dove siamo praticamente a zero: poche centinaia, poche, di ricollocamenti in Europa dei migranti arrivati in Italia. Vi ricordate il tanto sbandierato accordo di Malta del settembre del 2019? Lettera morta. Così per il Nuovo Patto sulla migrazione e l’asilo del settembre di quest’anno.

Ma per l’economia l’assenza è ancora più grave, perché si rischia davvero di vedere crollare i sistemi nazionali, con il nostro in testa. E il comportamento dell’Italia è ancora più incomprensibile: perché così pochi soldi l’anno prossimo e poi un aumento fino a 43 miliardi nel 2023? Perché non il contrario? Cioè più soldi subito – quando ce n’è un bisogno enorme -, e meno dopo quando si spera che ce ne sarà meno?

Si teme, da noi, di non saper gestire i soldi per le lentezze della burocrazia – come ha rilevato giustamente l’Osservatorio sui conti pubblici diretto da Carlo Cottarelli – e quindi si diluiscono in più anni. Scelta semplicemente irragionevole e anche irresponsabile, se è consentito. I soldi servono subito, non dopo.

Ma di questi che ci governano, qualcuno ha mantenuto un contatto con la realtà? Qualcuno guarda i numeri che forniscono le varie categorie di imprenditori nei settori più diversi? Qualcuno sa la gravità della situazione, fatta di imprese con l’acqua alla gola, quindi potenziali disoccupati e poveri, quindi calo dei consumi, quindi – di nuovo – imprese che chiuderanno per mancanza di ordinativi? O no? Che senso ha erogare i fondi che interessano l’Italia dopo la fase più intensa della crisi? Per fare cosa? Mettere dei cerotti su dei corpi morti o stremati, nella migliore delle ipotesi?

È tutto veramente incomprensibile. Ci si può arrendere alle lentezze burocratiche in un momento come questo? Ci si sta occupando di tutto, dalla sacrosanta protezione delle persone contro l’omofobia all’obbligo di cantare «Bella ciao» nelle scuole e dopo l’Inno di Mameli il 25 aprile. Benissimo, discutiamo di tutto, ma non ci si poteva concentrare nello snellimento della burocrazia per usare subito i fondi europei? Non esiste più una scala delle priorità?

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