- L’indagine toscana, per la quale i coniugi sono stati arrestati, rivelerebbe nuovi particolari utili alle toghe liguri: «In tal caso è doveroso procedere».
- Il Rottamatore era socio della ditta e firmò un contratto da dipendente 11 giorni prima della candidatura alla Provincia. E il suo cospicuo Tfr finì in carico alle finanze pubbliche.
- A Torino davanti alla claque: «Firmo la settimana prossima». Sui colleghi del Pd: «Hanno fatto la lotta al Matteo sbagliato».
Lo speciale contiene tre articoli
La Procura di Genova è pronta a riaprire l’indagine per bancarotta su Tiziano Renzi di fronte a nuove evidenze investigative che potrebbero arrivare dal Tribunale di Firenze, lo stesso che lunedì ha ordinato l’arresto per i genitori dell’ex premier e per il loro vecchio socio e collaboratore Mariano Massone. Lo ha confermato alla Verità il procuratore di Genova Francesco Cozzi. «Certamente sì, se ci sono elementi nuovi non solo possono, devono essere riaperte» osserva il magistrato. «Tra l’altro devo vedere il collega di Firenze a Roma, la prossima settimana, per una riunione alla Direzione nazionale antimafia, e chiederò a lui questi atti». La vicenda è quella del crac della Chil post, società dei Renzi ceduta a Massone nel 2010 con una discreta quantità di debiti in pancia. Per quella bancarotta, nel 2014, venne indagato anche Tiziano Renzi, che nel 2016 è stato archiviato. Una soluzione non definitiva, che a differenza dell’assoluzione, consente agli inquirenti di riaprire il fascicolo in qualunque momento. Per quel crac, nel 2016, Massone ha patteggiato 26 mesi di pena per bancarotta fraudolenta e il suo compare Antonello Gabelli, ufficialmente amministratore della ditta a partire dal 2010, si accordò per 22. Renzi senior venne archiviato dopo 29 mesi di complicate investigazioni, durante le quali il gip Roberta Bossi arrivò a chiedere un robusto supplemento d’indagine ai pm che avevano proposto il proscioglimento. Dopo gli ulteriori accertamenti, gli inquirenti non ritennero di dover modificare le proprie conclusioni e ribadirono la richiesta d’archiviazione, questa volta convincendo il giudice. Tutto questo avvenne mentre Tiziano intasava la Procura di dichiarazioni e memorie e i suoi due coindagati sceglievano invece la strada del silenzio assoluto. Una strategia resa possibile dalla bravura dell’avvocato Luca Gastini, difensore di Antonello Gabelli, ma di fatto alla guida del collegio che coordinava la difesa di tutti e tre gli indagati per bancarotta. Prima di scegliere Gastini (già storico difensore di Massone e in rapporti con Tiziano Renzi) Gabelli si era affidato a un avvocato dallo stile meno anglosassone, il quale a chi scrive, in un’intervista piena di fuochi artificiali, aveva annunciato che il suo cliente era pronto a rendere dichiarazioni esplosive. Dopo l’uscita dell’articolo Gabelli cambiò legale, le polveri delle sue presunte denunce si bagnarono, e da quel momento scelse la via del silenzio. L’indagato era stato scelto da Renzi senior come amministratore della Chil post alla vigilia della cessione e prima ancora era stato ingaggiato nella Arturo srl di Tiziano. Lavorò pure per la Delivery service Italia, la coop per il cui fallimento sono scattati gli arresti di lunedì.
Gabelli a Firenze, in veste di testimone e quindi senza avvocato, ha deciso di sciogliere la lingua. E le sue dichiarazioni sono diventate una delle pietre angolari dell’inchiesta. «In particolare devono evidenziarsi le dichiarazioni rese da Gabelli Antonello» ha scritto il giudice nella sua ordinanza. L’ex manager «ha riferito che Tiziano Renzi gli propose di collaborare con la sua società Chil, successivamente poiché la società di Renzi, Chil, aveva perso l’appalto per la distribuzione agli abbonati del Secolo XIX ed aveva quindi difficoltà a pagare il suo stipendio Tiziano Renzi gli propose di rientrare nella società di Massone denominata One post assicurandogli il suo diretto intervento per ricucire i rapporti con Massone.
Gabelli ha quindi riferito di essere stato effettivamente assunto dalla One post come quality manager e che, pur essendo assunto alle dipendenze della One post, si occupava anche della Delivery descrivendola come la «società cooperativa che aveva all’interno tutti i dipendenti che svolgevano la funzione di distribuzione per le società di Massone e di Tiziano Renzi». È inutile precisare che One post, Chil e Delivery trovarono tutte la stessa triste fine, fallendo rispettivamente nel 2012, 2013 e 2015. Agli inquirenti Gabelli ha regalato altre rivelazioni: «In merito alla Delivery service, preciso che Laura Bovoli e Gambino Giovanna (moglie di Mariano Massone, ndr) si occupavano di questioni amministrativo-gestionali della stessa azienda. come delle altre, mentre Massone e Renzi erano i commerciali; sono loro che gestivano tutto di fatto, in quanto erano loro che prendevano le commesse». In sostanza le aziende dei Renzi e dei Massone si comportavano come un unico soggetto e si circondavano di coop cuscinetto su cui scaricare i problemi: «Una volta ottenute queste commesse le “dividevano” in base alle esigenze strutturali, logistiche e territoriali. In particolare venivano create aziende, prevalentemente sotto forma di cooperative, al solo fine di raggruppare i lavoratori o i mezzi. Tali realtà societarie venivano distinte dalla società “capofila” ossia Eventi 6 (ancora di proprietà dei Renzi, ndr), Chil, Mail service, One post ed Eukos. Tali società sono infatti quelle che nel tempo hanno intrattenuto concretamente i rapporti con i clienti, come ad esempio Carrefour, Conad, Euronics e altri. Per tale ragione queste società “capofila” non avevano direttamente alle dipendenze i distributori, se non per qualche periodo che io ricordi, ma tendenzialmente Mariano Massone, Gambino Giovanna, Tiziano Renzi e Laura Bovoli creavano società cooperative al fine di svolgere il lavoro operativo, concentrando tutte le criticità su queste e lasciando “pulite” le menzionate società capofila». Un modus operandi che la gip Angela Fantechi ha definito «criminogeno».
Secondo Gabelli, Renzi senior e Massone operavano come un sol uomo e visto che i loro rapporti di lavoro sono continuati sino ai giorni nostri risulta difficile prendere sul serio l’assunto che portò al proscioglimento di Tiziano Renzi a Genova e cioè che la cessione della Chil post con i suoi debiti fu una cesura definitiva tra i due imprenditori. A giudizio del pm Marco Airoldi, Tiziano voleva interrompere tutti i suoi rapporti con Massone ed è ciò che «mediante la cessione della società lo stesso Renzi ha perseguito: Chil promozioni (poi Eventi 6, ndr), infatti, non ha successivamente intrattenuto rapporti con le società di Massone». Un’asserzione clamorosamente smentita dall’inchiesta di Firenze, in cui i Renzi e Massone sono accusati di aver intrallazzato insieme almeno sino al dicembre 2012, quando, risultavano, secondo pm e giudice, tutti e tre amministratori di fatto della Europe coop service, società dichiarata fallita nell’aprile scorso.
Eppure già nel 2016 la Procura di Cuneo aveva inviato a Genova carte che sembravano smentire l’assioma degli inquirenti liguri. Da esse si evinceva, per esempio, che un ricco contratto per la distribuzione della posta non indirizzata, del valore di 500.000 euro l’anno, era stato trasferito dalla Chil post a una ditta piemontese su indicazione di Tiziano Renzi nell’ottobre 2011, un anno dopo la presunta chiusura definitiva dei rapporti tra Massone e i coniugi di Rignano sull’Arno.
Che fine hanno fatto quei documenti? Il procuratore Cozzi prova a ricostruire i fatti: «Il gip aveva chiesto un supplemento d’indagine e credo, ma all’epoca non ero procuratore, che quelle carte siano state acquisite nell’ambito di quell’approfondimento investigativo. Dovrei verificare». Fatto sta che a Genova è arrivata l’archiviazione e in Toscana sono stati ordinati gli arresti. «A Firenze avranno avuto ben altre prove. Ho letto di elementi sui presunti aspetti truffaldini della vicenda di cui qua non avevamo mai sentito parlare…» prosegue il magistrato. Chiederà di acquisire gli atti, tra cui c’è il verbale di Gabelli? «Adesso ne parlerò con i colleghi, con il coordinatore del gruppo reati economici. (…) Bisogna vedere se dagli atti di Firenze possano risultare elementi utili alla riapertura delle indagini». Il procuratore non esclude, però, che le prove raccolte dagli inquirenti toscani possano «essere cose del tutto indipendenti che non influiscono sulla vicenda genovese».
In questi anni il nostro giornale ha dimostrato, con foto e documenti, che gli affari di Mariano e Tiziano sono andati avanti ben oltre al 2010. Al punto che è stato Massone a individuare all’inizio del 2018 i presunti prestanome da portare a Firenze per sostituire presidente e consiglieri della Marmodiv, coop – sostengono i giudici – amministrata di fatto dai Renzi. Intervenne quando le acque erano particolarmente agitate, l’azienda era sull’orlo del fallimento e già assediata dalle indagini. Negli ultimi tre lustri Tiziano e Mariano si sono dimostrati fedeli l’uno all’altro, nella gioia e nel dolore, dai (rari) successi imprenditoriali all’arresto. Date queste premesse, potrebbe essere arrivato il momento di riscrivere la storia di un’inchiesta, quella genovese, forse chiusa con troppa superficialità.
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