- Dopo le rivolte del 2024, il nuovo premier Muhammad Yunus sta rafforzando i legami con Cina e Pakistan. E molti attivisti radicali sono usciti dal carcere.
- L’analista Anna Mahjar-Barducci: «Awami League, la forza laica che ha svolto un ruolo chiave nell’indipendenza del 1971, è stata messa fuori legge. Così si riscrive l’identità della nazione. È una minaccia a Delhi ma anche all’Occidente».
- L’economista ha stretti legami con Hillary Clinton, ex segretario di Stato, ma nega di averla finanziata. Giallo su un incarico che la figlia avrebbe avuto dall’amministrazione Biden.
Lo speciale contiene tre articoli.
Il 2024 è stato un anno spartiacque per il Bangladesh, poiché Sheikh Hasina, a sette mesi dal giuramento per il suo quinto mandato (e quarto consecutivo) come primo ministro, è stata costretta non solo a dimettersi, ma anche a fuggire nottetempo dal Bangladesh. Era il 5 agosto 2024. Successivamente, l’8 agosto, è stato formato un governo ad interim guidato da Muhammad Yunus, sotto l’egida dell’esercito bengalese e di vari elementi radicali islamici.
Prima dell’estromissione di Sheikh Hasina, il Bangladesh era stato vittima di violenze e vandalismi. Le proteste contro «il sistema delle quote» sono degenerate in violenza. I disordini sono iniziati dopo che una sentenza dell’Alta Corte (5 giugno 2024) aveva reintrodotto la quota del 30% di impieghi statali riservata ai familiari dei combattenti per la libertà che avevano combattuto durante il movimento di liberazione del 1971. Secondo l’Alta Corte, il governo era libero di riformare la quota se lo riteneva opportuno. Tuttavia, il 10 luglio, la Corte Suprema ha sospeso l’ordinanza dell’Alta Corte per un mese e avrebbe dovuto esaminare il ricorso del governo il 7 agosto. Ciononostante, a partire dal 14 luglio, le proteste hanno preso una piega drammatica dopo una dichiarazione televisiva di Hasina in cui si rifiutava di accettare qualsiasi richiesta dei manifestanti, definendoli «razakar» (membri di una forza paramilitare del Pakistan orientale che si opponeva alla lotta per la libertà del 1971 e collaborava con l’esercito pakistano nel suo genocidio). La spirale di violenza è esplosa il 18 luglio con l’incendio della sede del televisione di Stato Btv. Il giorno successivo, i manifestanti hanno aggredito l’ex sindaco di Ghazipur, Jahangir Alam, uccidendo la sua guardia del corpo. Nello stesso periodo, nel distretto di Narsingdi, una folla inferocita ha preso d’assalto una prigione, liberando centinaia di detenuti prima di dare alle fiamme l’edificio. Sotto la crescente pressione delle piazze, la Corte Suprema ha deciso di anticipare il proprio verdetto al 21 luglio, riducendo la quota riservata alle famiglie dei Mukti Jodhha (i veterani della guerra di liberazione) dal 30% al 5%. Secondo la nuova sentenza, il 93% dei posti sarà assegnato in base al merito, mentre il restante 2% sarà riservato a persone con disabilità, appartenenti a minoranze etniche e transgender.
La Corte ha inoltre esortato gli studenti coinvolti nelle proteste a fare ritorno alle aule ma nel frattempo, il 31 luglio, il governo guidato da Sheikh Hasina ha annunciato la messa al bando del Jamaat-e-Islami (JeI) e della sua ala studentesca, l’Islami Chhatra Shibir (Ics), dichiarando di possedere prove concrete del coinvolgimento di entrambe le organizzazioni in omicidi, attività sovversive e atti di terrorismo, sia diretti che attraverso incitamento. Il provvedimento ha innescato una nuova ondata di caos: le proteste, sempre più influenzate da elementi islamisti radicali, si sono estese a livello nazionale, fino a costringere il premier Hasina ad abbandonare il Paese e rifugiarsi in India.
Da quel momento, Dacca ha avviato una rapida manovra di riavvicinamento verso il Pakistan, la nazione dalla quale si era dolorosamente separata nel 1971 al termine di una cruenta guerra di liberazione. Muhammad Yunus, premio Nobel per la pace e fondatore della Grameen Bank, un tempo celebrato come «il salvatore dei poveri del Bangladesh», idolo delle sinistre mondiali, ricopre ora la carica di primo ministro del governo ad interim del Paese. Tuttavia, secondo quanto riportato dal portale indiano Firstpost, Yunus non avrebbe mostrato alcuna intenzione di rinunciare al potere o di cedere il controllo della transizione. Nel contempo, Cina e Pakistan si sono affermati come i «suoi più accesi sostenitori». Sotto l’attuale esecutivo guidato da Yunus, il Pakistan sta consolidando in modo preoccupante i propri legami strategici con il Bangladesh.
Il triangolo Dacca-Islamabad-Pechino potrebbe rappresentare una sfida diretta all’influenza indiana nella regione e creare una nuova cintura strategica nel Sud dell’Asia. Alcuni osservatori parlano già di una «mezzaluna asiatica» in costruzione, che comprenderebbe anche Myanmar e Sri Lanka, altri due Paesi oggetto dell’attenzione cinese. Al centro di questo progetto non c’è solo la geopolitica, ma anche la ridefinizione dell’identità nazionale del Bangladesh. Con l’indebolimento dell’eredità laica del 1971 e la marginalizzazione dell’alleanza con l’India, prende forma un Paese più islamizzato, più autoritario e più allineato alle potenze ostili all’ordine liberale globale. Tuttavia, questo nuovo orientamento comporta rischi: l’aumento dell’influenza islamista potrebbe destabilizzare ulteriormente la società bengalese; il raffreddamento con Delhi potrebbe tradursi in tensioni ai confini e rallentamento commerciale; e la dipendenza da Pechino potrebbe limitare la sovranità economica del Paese.
Il Bangladesh è dunque a un bivio. La scelta di rompere con il passato e allinearsi con Cina e Pakistan potrebbe garantirgli sostegno a breve termine, ma rischia di trasformare Dacca in un campo di battaglia per le ambizioni delle grandi potenze. Ma ciò che desta maggiore allarme è l’espansione del fondamentalismo islamico in Bangladesh, una minaccia concreta che ha colpito anche cittadini italiani. La sera del 1º luglio 2016, nove nostri connazionali furono brutalmente uccisi all’interno dell’Holey Artisan Bakery, un locale situato nel quartiere diplomatico di Gulshan, a Dacca, frequentato abitualmente da stranieri e rappresentanti delle ambasciate. Quella notte, i terroristi selezionarono gli ostaggi in base alla loro capacità di recitare versi del Corano: chi dimostrava familiarità con i testi sacri veniva risparmiato, mentre gli altri venivano atrocemente sgozzati con armi da taglio. I sette uomini autori della strage, tutti provenienti da famiglie agiate, condannati a morte il 27 novembre 2019, sono stati accusati di appartenere al Jamaat-ul-Mujahideen Bangladesh (aderente all’Isis), un gruppo islamista locale messo fuorilegge nel Paese. Alla lettura della sentenza sono scoppiati in fragorose risate e quando sono stati portati fuori dall’aula hanno gridato «Allah u Akbar» (Allah è grande).
Il Bangladesh non ha certo imparato la lezione, tanto che dopo la fuga di Sheikh Hasina, un’ondata di scarcerazioni ha coinvolto numerosi attivisti radicali ed estremisti, molti dei quali sono stati assolti o rimessi in libertà su cauzione. Tra loro ci sono almeno 144 militanti legati a gruppi come Ansarullah Bangla Team (Abt), Jama’atul Mujahideen Bangladesh (Jmb), Hizb ut-Tahrir (HuT) e altri.
Parallelamente, la condizione delle minoranze religiose è diventata sempre più critica, in un contesto in cui le frange jihadiste della società bengalese sembrano agire in totale assenza di controllo. Secondo le stime parziali raccolte dal South Asia Terrorism Portal (Satp), dal 5 agosto 2024 sono stati registrati almeno 27 episodi di violenze e abusi nei confronti delle minoranze in Bangladesh. Tra i crimini denunciati figurano linciaggi, arresti arbitrari, furti, profanazione di luoghi di culto, appropriazioni illecite e altri delitti.
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