- Altre quattro imbarcazioni legate a Teheran sono passate da Hormuz. Donald Trump: «Ci saranno novità nei prossimi due giorni».
- Mentre si discute di pace, però, proseguono i bombardamenti da entrambe le parti.
Lo speciale contiene due articoli
Il blocco navale imposto dagli Stati Uniti contro l’Iran sta producendo effetti immediati sul traffico nello Stretto di Hormuz, senza però riuscire a interrompere completamente il transito marittimo. Nelle ultime ore alcune navi legate a Teheran sono comunque riuscite a superare il passaggio, mentre sul fronte diplomatico si intensificano gli sforzi per riaprire il dialogo ed evitare un ulteriore aggravamento della crisi. Un portavoce del Servizio europeo per l’Azione esterna ha sottolineato la gravità della situazione: «La situazione attuale – la chiusura – sta effettivamente causando danni enormi e il ripristino della libertà di navigazione è per noi di fondamentale importanza. Respingiamo e continueremo a respingere qualsiasi misura o accordo che ostacoli la sicurezza marittima e limiti la libertà di passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz, in conformità con il diritto internazionale. Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta un chiaro appello a una forte coalizione internazionale per la sicurezza marittima». Il portavoce ha poi precisato: «Noi, l’Unione europea, accogliamo con favore e abbiamo accolto con favore tutte le iniziative annunciate dagli Stati membri, compreso un maggiore coordinamento con i nostri partner nella regione, per garantire la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz». Sulla stessa linea anche il governo italiano. «Bisogna continuare a lavorare per mandare avanti i negoziati di pace, fare ogni sforzo possibile per stabilizzare la situazione, riaprire lo Stretto di Hormuz, che per noi è fondamentale. Chiaramente non solo per i carburanti, ma anche per i fertilizzanti», ha dichiarato il premier Giorgia Meloni.
Secondo le ricostruzioni basate sui dati di monitoraggio, almeno quattro imbarcazioni riconducibili all’Iran hanno attraversato lo stretto dopo l’entrata in vigore del blocco annunciato da Washington a partire dalle 16 di ieri. Due di queste unità risultano aver fatto scalo in porti iraniani. Tra i casi segnalati c’è la portarinfuse Christianna, transitata dopo aver attraccato a Bandar Imam Khomeini. La petroliera Rich Starry, sottoposta a sanzioni statunitensi, ha invece lasciato Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, dirigendosi verso est e attraversando lo stretto nelle ore notturne. Un’altra unità, la Murlikishan, anch’essa colpita da restrizioni americane, ha effettuato il passaggio in direzione opposta dopo essere partita dal porto cinese di Lanshan, risultando poi localizzata a est dell’isola di Qeshm. Nella stessa giornata la petroliera Elpis ha lasciato Bushehr dirigendosi verso est, anche in questo caso senza una destinazione chiara. Non si esclude che alcune di queste navi abbiano manipolato i sistemi di tracciamento per mascherare i propri spostamenti. A quasi 48 ore dall’avvio dell’operazione americana, il traffico in entrata e in uscita dai porti iraniani del Golfo Persico e del Golfo di Oman appare drasticamente ridotto. Gli analisti parlano di un’attività ancora presente, ma discontinua e irregolare. Il Comando centrale degli Stati Uniti rivendica l’efficacia del dispositivo militare. Nelle ultime ventiquattro ore, riferisce, «nessuna nave è riuscita a superare il blocco statunitense» e «sei navi mercantili hanno seguito le direttive delle forze americane per invertire la rotta e rientrare in un porto iraniano sul Golfo di Oman».
L’operazione coinvolge oltre diecimila uomini tra marinai, marines e aviatori, supportati da una decina di navi da guerra e numerosi assetti aerei. Secondo il Centcom, «il blocco viene applicato in modo imparziale contro le navi di tutte le nazioni in entrata o in uscita dai porti iraniani e dalle aree costiere, inclusi tutti i porti iraniani sul Golfo Arabico e sul Golfo di Oman. Le forze Usa stanno sostenendo la libertà di navigazione per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz verso e da porti non iraniani». Sul piano diplomatico emergono segnali di possibile riapertura. «I colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbero riprendere nei prossimi due giorni», ha detto Donald Trump in un’intervista al New York Post. «Abbiamo in mente un altro luogo» per i colloqui con l’Iran, ha aggiunto il presidente, precisando che «si stanno muovendo delle cose, ma non credo che sarà lì che faremo il nostro prossimo incontro», riferendosi al Pakistan. L’obiettivo resta sempre raggiungere un’intesa prima della scadenza della tregua prevista il 21 aprile. Il Pakistan si sta muovendo per favorire un secondo ciclo di negoziati tra Stati Uniti e Iran già nel corso della settimana. Lo riferiscono tre funzionari pakistani al New York Times, spiegando che l’intento è sfruttare il clima emerso dall’incontro di Islamabad tra il vicepresidente JD Vance e il presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf. Resta però incerto il livello della prossima riunione: non è chiaro se parteciperanno nuovamente esponenti politici di primo piano o se il confronto sarà affidato a tecnici e funzionari incaricati di approfondire i nodi ancora aperti. «La palla è nel campo dell’Iran», ha dichiarato il vicepresidente degli Stati Uniti, JD Vance, spiegando che i negoziati del fine settimana si sono interrotti per l’assenza di interlocutori autorizzati a concludere un’intesa. «Sarebbero dovuti tornare a Teheran, dalla Guida Suprema o da qualcun altro, per ottenere l’approvazione dei termini che avevamo proposto». Da parte iraniana emergono anche segnali di prudenza: Teheran starebbe valutando una sospensione temporanea del traffico nello stretto per evitare un’immediata escalation e preservare il margine negoziale. Intanto Israele continua a indicare come condizione imprescindibile la rimozione dell’uranio arricchito, mentre Teheran stima in circa 270 miliardi di dollari i danni subiti e vorrebbe essere risarcito.
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