- Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto che sull’Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo».
- I nodi sono venuti al pettine quando il prezzo del petrolio è crollato. Inoltre, a partire dal 1988, l’Algeria ha vissuto una guerra civile che è durata per circa dieci anni.
- In Venezuela Juan Guaidò discute con gli Usa ed è sostenuto da una cinquantina di Paesi. Ad Algeri non c’è una personalità simile. Anche i partiti di opposizione subiscono una forma di rigetto da parte della popolazione.
- Tra le incognite del dopo Abdelaziz Bouteflika figura anche la reazione della Cabilia, una regione ad est di Algeri che copre un territorio compreso tra il mediterraneo e la catena montuosa della Djurdjura
Lo speciale contiene cinque articoli.
All’origine delle manifestazioni degli algerini che, nelle ultime settimane sono scesi in piazza per chiedere più democrazia e un nuovo Stato, non ci sono solo i vent’anni di potere quasi assoluto di Abdelaziz Bouteflika. Le proteste di piazza sono il risultato di diversi fattori. Storici innanzitutto, ma anche sociali. Ad esempio, il diffuso disinteresse per la cosa pubblica, mostrato dagli algerini, ha favorito il progressivo aumento del potere di servizi segreti e forze occulte della società. La Verità ha intervistato diverse personalità legate all’Algeria. Giornalisti, filosofi, scrittori, come il celebre Boulem Sansal, che hanno condiviso le proprie aspettative e timori sugli sviluppi della situazione in questo Paese nordafricano, capace di influenzare tutta l’area mediterranea ma anche l’Europa. Se la Francia è il Paese che, per ragioni storiche e demografiche, guarda con più apprensione a quanto accade ad Algeri, anche l’Italia deve tenersi pronta ad ogni evenienza. L’attenzione del nostro Paese è massima, come ha confermato Matteo Salvini in una conferenza stampa dopo il meeting del G7 di Parigi, venerdì 5 aprile. Rispondendo a La Verità, il ministro dell’interno ha detto che sull’Algeria «siamo molto preoccupati da ogni possibile focolaio di tensione che possa prodursi sul fronte mediterraneo». Lo spettro di una crisi economica e umanitaria è sempre in agguato. Basti pensare che, secondo i dati ufficiali dell’Ons (Ufficio Nazionale di Statistica algerino, ndr) la disoccupazione era arrivata nel settembre 2018, all’ 11,7%. Inoltre la Banca Mondiale prevede per il 2019 un rallentamento della crescita. Cifre che non lasciano ben sperare e che rischiano di trasformare l’Algeria in un Venezuela alle porte dell’Europa.
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