Snobbato il porporato che resiste al Dragone
  • Il prelato nemico del patto Vaticano-Cina, e critico sulla nomina del vescovo Choi a Hong Kong, non è stato ricevuto dal Pontefice nonostante quattro giorni di attesa. Questo sgarbo e la freddezza nei confronti di Pompeo spianano la strada al rinnovo dell’intesa
  • L’ex tesoriere rivale di Angelo Becciu, assolto in Australia, è atteso oggi Oltretevere

Lo speciale contiene due articoli

La Cina e Bergoglio. È una questione di marketing della fede, di soldi e di posizionamento della Chiesa e Francesco ormai ha scelto di avere come nuovo orizzonte l’Oriente. È talmente vero che mentre viene messo a tacere Angelo Becciu, il cardinale che è stato l’ombra di Francesco e di Pietro Parolin, il cardinale segretario di Stato, vero artefice dei nuovi rapporti con la Cina, Bergoglio si rifiuta di ricevere Mike Pompeo, il segretario di Stato americano, ma anche l’anziano cardinale Joseph Zen, venuto da Hong Kong a supplicare il Papa di non piegarsi al regime comunista. Ma Bergoglio, nonostante un’anticamera di quattro giorni del prelato asiatico, non lo ha ricevuto. Hong Kong resta un fastidio per Francesco, che predica di profughi e di mondo nuovo ma alla richiesta di democrazia dei cinesi dell’ex colonia britannica non sembra prestare attenzione. Addirittura è arrivato a sbianchettare, il 6 luglio scorso, il discorso dell’Angelus, già diffuso dalla sala stampa vaticana, in cui si doveva pregare per i giovani cinesi impegnati nella difesa della democrazia. E sarà un caso, ma ieri Vatican news si è affrettato a diffondere una lettera pastorale del cardinale John Tong Hon, amministratore apostolico di Hong Kong, in cui si fa un accenno alle lotte degli studenti e al Covid per invitare i «fedeli a rimanere saldi nella fede». Il Vaticano sta cercando di coprire la linea Bergoglio. Ma Joseph Zen è venuto a Roma a dire che il «re è nudo». Sostiene che il Papa, tra nominare nuovo vescovo di Hong Kong l’ausiliare Joseph Ha Chi-shing, (un francescano amatissimo dai cattolici della colonia ex britannica) e Peter Choi (prete gradito al regime di Pechino), starebbe scegliendo Choi, con ciò «facendo una cosa orribile: è ridicolo che sia preferito solo perché piacerebbe a Pechino. Pechino è un tiranno». Ma evidentemente il Papa degli ultimi, quello dei naufraghi, dell’ecologia, del capitalismo da mettere in discussione, non la pensa così.

A Bergoglio Pechino piace. Non è mai stato chiarito se la donna cinese «schiaffeggiata» in piazza San Pietro la notte dell’ultimo dell’anno fosse arrivata da Hong Kong a chiedere aiuto. È invece un fatto che il Papa abbia lodato il regime di Xi Jinping per come ha gestito l’emergenza Covid. Ma perché tanta attenzione alla Cina? Pietro Parolin ha lavorato a un accordo raggiunto nel 2018, secondo il quale Pechino tollera che a nominare i vescovi sia il Papa. In realtà, come dimostra la vicenda di Cho, è ancora Pechino che sceglie chi deve curare le anime.

Il secondo motivo è di marketing della fede: iscritti alla società cattolica tollerata e controllata dal regime ci sono già 12 milioni di «fedeli».

Il terzo motivo è sicuramente economico: mancando i dollari americani, la Chiesa cercherebbe gli yuan cinesi. E anche le aperture del governo italiano verso Pechino sono molto influenzate dal Vaticano: non è un mistero che Pietro Parolin abbia una forte influenza sul presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, e magari la via della fede passa anche attraverso il G5 cinese. Per contro Jorge Mario Bergoglio si è rifiutato di ricevere il segretario di Stato Usa, Mike Pompeo, in visita a Roma. Motivazione ufficiale: il Papa non vuole dare endorsement anche molto alla lontana a nessun candidato alle elezioni statunitensi. È cosa nota tuttavia che Bergoglio preferisca che Trump se ne vada, essendo in rotta con la chiesa americana. Il Papa ha dovuto ingoiare prima l’affare McCarrick, l’ex arcivescovo di Washington accusato di ogni nefandezza sessuale, poi l’aperta ostilità del cardinale Raymond Leo Burke, infine il fatto che dagli americani non arrivino più i soldi di prima. Il Vaticano è in una gravissima crisi economica e tutti in Curia hanno il fiato sospeso per come andrà la raccolta delle offerte dell’Obolo di San Pietro, quello al centro dello scandalo Becciu, che si tiene il 4 ottobre, festa di San Francesco. L’ultima mossa di Francesco – peraltro anticipata dalla Verità e da Panorama – è stata di togliere tutti i soldi alla segreteria di Stato e concentrarli nell’Apsa (la banca centrale vaticana) sotto la responsabilità di monsignor Guerrero Alves e una sorta di supervisione di Reinhard Marx, il cardinale iperprogressista tedesco che presiede il Consiglio per l’economia. Resta da mettere le mani sui soldi del governatorato, che il cardinale Giuseppe Bertello non vorrebbe mollare e che continua a custodire nello Ior, dove stamattina arrivano gli ispettori Moneyval che si occupano di monitorare la trasparenza delle finanze vaticane.

È in questo contesto che il Papa cerca un’altra sponda. Di certo Parolin sta lavorando alla conferma dell’accordo con Pechino che scade a ottobre, e il Papa vuole fare la visita apostolica in Cina. Così in Vaticano l’unico intoccabile è il cardinale Luis Antonio Tagle, un sinofilippino, che è il tramite con Pechino e che è a capo di Propaganda Fide e amministra un patrimonio enorme. La via della Seta – o della fede – passa da lì e dal 5G italiano. Forse. In Vaticano, ma anche in Cina il silenzio è d’oro.

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