- Nei Patti di Abramo è previsto uno Stato per la minoranza araba. Se l’Idf esagera, però, mette in crisi l’intesa coi sauditi.
- Gli Usa all’Iran: accordo entro agosto o nuove sanzioni. Ma Trump pubblicamente frena: «Teheran vorrebbe parlare. Non ho fretta di farlo perché abbiamo distrutto i loro siti nucleari».
Lo speciale contiene due articoli.
Si sta registrando una tensione crescente in Siria. Ieri, Israele ha effettuato vari bombardamenti su Damasco, che hanno colpito il quartier generale dell’esercito e l’area del palazzo presidenziale. Gli attacchi israeliani sono seguiti a giorni di notevole fibrillazione. Domenica scorsa, erano scoppiati degli scontri nella città siriana di Suwayda tra i drusi e alcune tribù beduine. Il governo di Damasco aveva quindi inviato le proprie forze militari che, secondo Afp, si sono alleate con le tribù beduine, sottoponendo i drusi a delle violenze.
Intestatosi il ruolo di protettore dei drusi stessi, Israele aveva deciso di intervenire militarmente. Martedì, lo Stato ebraico aveva infatti condotto una serie di attacchi contro le forze di Damasco nel Sud del Paese, irritando il governo siriano. «Questo atto criminale costituisce una palese violazione della sovranità della Repubblica araba siriana, una flagrante violazione dei principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite», aveva tuonato il ministero degli Esteri siriano, per poi aggiungere: «Si tratta di un esempio riprovevole di continua aggressione e ingerenza esterna negli affari interni degli Stati sovrani». È così che si è quindi arrivati agli attacchi israeliani di ieri sulla capitale siriana.
In questo quadro, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, ha criticato la comunità internazionale, accusandola di non interessarsi adeguatamente alla situazione dei drusi. Ha quindi dichiarato che in Siria si sta «assistendo a un fenomeno ricorrente di persecuzione delle minoranze, che arriva fino a massacri e pogrom». «A volte è perpetrato dalle forze del regime, a volte da milizie jihadiste che fanno parte della base del regime, e di solito entrambe le cose», ha proseguito. Dal canto suo, più o meno nelle stesse ore, il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, retwittava un video degli attacchi contro Damasco ripresi in diretta alle spalle di una giornalista di una tv siriana, annunciando «colpi dolorosi» contro il regime. Sempre ieri, Benjamin Netanyahu ha chiesto ai drusi israeliani di non attraversare il confine per difendere i drusi siriani dalle forze di Damasco. «Non attraversate il confine. State rischiando la vita; potreste essere assassinati, potreste essere rapiti e state danneggiando gli sforzi dell’Idf», ha detto. Come che sia, nel tardo pomeriggio di ieri, i media di Damasco rendevano noto che era stato raggiunto un cessate il fuoco a Suwayda tra i drusi e le forze governative siriane. Poco dopo, l’esecutivo siriano accusava comunque Gerusalemme di «creare tensione e caos e a minare la sicurezza in Siria».
E adesso emerge un’incognita dal punto di vista geopolitico soprattutto per quanto concerne il futuro degli Accordi di Abramo. L’idea di creare uno Stato cuscinetto druso rientrava nel progetto originario del loro rilancio. Non a caso, si tratta di uno scenario auspicato anche dal presidente libanese, Joseph Aoun. Non si può quindi affatto escludere che quanto accaduto negli ultimi giorni rientri all’interno di questa manovra più ampia. Il problema riguarda semmai l’eventualità che la situazione possa sfuggire di mano. Israele appoggia i drusi anche perché spera che la Siria, dal punto di vista politico-amministrativo, si doti di un assetto federale e non centralizzato, come invece auspicato dall’attuale presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, e dalla Turchia. È per questo che Donald Trump si sta adoperando per mantenere un certo equilibrio ed evitare un deragliamento. Ieri pomeriggio, il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha derubricato la crisi a una «incomprensione» tra Damasco e Gerusalemme, aggiungendo che si fosse ormai «sulla buona strada verso una vera de-escalation».
Sotto questo aspetto, bisognerà capire come si svilupperanno adesso i contatti, iniziati alcune settimane fa, tra Damasco e Gerusalemme in vista di una eventuale normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Ieri, la Turchia, vale a dire il grande sponsor di al-Sharaa, ha accusato lo Stato ebraico di «sabotare gli sforzi della Siria per garantire la pace». A esprimere irritazione verso Israele è stato anche il Consiglio di cooperazione del Golfo, che ha tacciato Gerusalemme di «flagrante violazione» della sovranità siriana. Ricordiamo che, a maggio, erano state Ankara e Riad a mediare la distensione tra la Casa Bianca e l’attuale regime siriano: regime a cui Trump aveva allentato le sanzioni, per spingerlo a normalizzare le relazioni con Israele. Ma qui bisogna fare attenzione. La disapprovazione espressa dai sauditi potrebbe rivelarsi più di facciata che sostanziale, proprio in virtù del fatto che essi non sono contrari di per sé a uno Stato cuscinetto druso.
Il punto è che restano guardinghi, per capire se il processo in corso deraglierà o meno. È da rilevare che, ieri pomeriggio, pur mostrandosi critico, Israele non ha chiuso del tutto la porta a una normalizzazione con Damasco. «Tutto dipende da come si comporterà questo regime. Non c’è dubbio che la situazione abbia preso una piega negativa negli ultimi giorni, dopo un breve periodo di calma. Ma non ci stiamo illudendo», ha dichiarato un funzionario di Gerusalemme. Lo stesso Netanyahu deve navigare tra i marosi della sua coalizione di governo, visto che il suo ministro della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, ha chiesto ieri di «eliminare» al-Sharaa. Trump, il premier israeliano e Riad devono quindi camminare su una linea sottile. È in queste ore che potrebbe giocarsi il futuro dei patti di Abramo.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >