Più vicino l’incontro tra Francesco e Kirill. E oggi il primo test sull’affidabilità cinese
  • La diplomazia vaticana lavora, Mosca apprezza lo sforzo ma vieta l’ingresso ai funzionari della Ue. Videochiamata tra Michel e Xi.
  • Due disegni di legge allargano le ferite tra i fedeli ucraini e mettono a rischio il dialogo

Lo speciale contiene due articoli

La diplomazia vaticana continua a muoversi, per cercare di arrivare a una soluzione della crisi ucraina. papa Francesco dovrebbe infatti avere un incontro con il patriarca di Mosca Kirill entro quest’anno in territorio neutro. In particolare, l’ambasciata russa presso la Santa Sede ha twittato l’altro ieri un articolo dell’agenzia di stampa Ria Novosti che riportava questa notizia, riferita inizialmente dal metropolita Ilarion di Volokolamsk. «Si sta preparando un incontro tra il Papa e il Patriarca, che spero si svolga nel corso di quest’anno. Sarà un incontro personale», aveva detto. Ricordiamo, per inciso, che Kirill è significativamente vicino al Cremlino e che la Santa Sede punta probabilmente ad un’attività di persuasione sullo stesso Vladimir Putin. Del resto, proprio ieri il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha espresso apprezzamento per gli sforzi di mediazione condotti dal Vaticano e dall’Italia.

Nel frattempo, mentre Mosca estende il divieto di ingresso a funzionari e commissari europei, in risposta al nuovo round di sanzioni economiche, oggi si terrà il ventitreesimo vertice Ue-Cina: in particolare, il presidente cinese Xi Jinping avrà un incontro telematico con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, e con il capo della Commissione europea, Ursula von der Leyen. In questo quadro, Bruxelles ha fatto sapere che «l’obiettivo principale del vertice sarà la guerra in Ucraina, l’impegno della comunità internazionale a sostenere l’Ucraina, la drammatica crisi umanitaria creata dall’aggressione russa, la sua natura destabilizzante per l’ordine internazionale e il suo intrinseco impatto globale». Non è del resto un mistero che la Commissione europea sia favorevole a un coinvolgimento di Pechino nel processo di mediazione. Una posizione, questa, di fatto sostenuta anche dall’amministrazione Biden e ribadita, giusto ieri, da Mario Draghi. «L’Europa è unita», ha detto, «ha dimostrato compattezza, il vertice di domani (oggi per chi legge ndr) serve a riaffermare questa esigenza: chiedere alla Cina un ruolo attivo per la pace, ma anche arrivare ad una situazione nel commercio mondiale in cui ci sia l’eguaglianza di alcuni standard, ci siano pratiche non sleali nella concorrenza, la protezione dei diritti di proprietà individuali».

Ora, che Pechino rappresenti un attore internazionale di primo piano è fuori discussione. Non è tuttavia chiaro quanto sia realmente auspicabile un suo pesante coinvolgimento nella crisi ucraina. La Repubblica popolare si è rifiutata di condannare l’invasione russa e sta consolidando il proprio asse con Mosca. «Noi, insieme a voi e ai nostri simpatizzanti, ci muoveremo verso un ordine mondiale multipolare, giusto e democratico», ha detto il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in un video diffuso mercoledì, prima di un incontro con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Dal canto suo, Pechino spera innanzitutto che questa crisi distolga l’attenzione americana dall’Indo-pacifico, portando inoltre la Russia ad essere economicamente sempre più subordinata al Dragone. Nel lungo termine, Pechino mira a costituire un ordine internazionale di cui aspira ad essere il perno: un fattore, questo, che la pone in rotta di collisione con il blocco transatlantico. Certo: il Guardian ha parlato ieri di pressione sui vertici europei, affinché, nel meeting di oggi, Bruxelles spinga i cinesi a uscire dall’ambiguità finora mostrata sulla crisi ucraina. Un auspicio destinato probabilmente a rimanere lettera morta, anche perché Paesi come Germania e Francia hanno troppi interessi commerciali in ballo con il Dragone per permettersi chissà quali linee di fermezza.

In tutto questo, non va neppure trascurato che la crisi ucraina sta avvicinando Pechino e Nuova Delhi: entrambe si sono infatti astenute dal votare all’Onu due risoluzioni di condanna dell’invasione russa, mentre la settimana scorsa Wang Yi si è recato in visita in India. Proprio ieri, in occasione del primo Strategic Futures Forum tra India e Uk, il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha tra l’altro rivendicato la linea di ambiguità di Nuova Delhi sulla crisi ucraina: un fattore, questo, che ha un po’ irritato l’omologa britannica Liz Truss. Non dimentichiamo del resto che l’India sta approntando meccanismi di pagamento, per aggirare le sanzioni occidentali alla Russia.

Nel frattempo, Volodymyr Zelensky ha tenuto un discorso ieri in videoconferenza al parlamento belga, criticando il commercio di diamanti tra Belgio e Russia e invocando «armi, sanzioni e adesione all’Unione europea».

L’amministrazione Biden ha frattanto comminato sanzioni ad alcune aziende tecnologiche russe, tra cui Mikron (uno dei principali produttori ed esportatori russi di microchip). Sempre ieri, il premier norvegese, Jonas Gahr Stoere, ha inoltre chiesto a Putin in un colloquio telefonico «di porre fine alla guerra in Ucraina, ritirare le truppe russe e garantire l’accesso umanitario». Infine, mentre il Regno Unito ha annunciato nuovi aiuti letali a Kiev, la Turchia sta lavorando, per organizzare entro due settimane un nuovo incontro tra i ministri degli Esteri di Ucraina e Russia.

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