- Il presidente americano dice di essere disposto a difendere militarmente l’isola dai cinesi, l’entourage deve di nuovo correre ai ripari. Verso una riduzione dei dazi a Pechino: bastone e carota o apparati divisi?
- I sauditi vogliono la Russia nell’Opec. Il ministro dell’Energia di Riad chiama Mosca nel cartello dei produttori di petrolio. «Si tratta di un’alleanza necessaria. Ma la politica resti fuori dall’organizzazione».
Lo speciale comprende due articoli.
Gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di attacco cinese. A lasciarlo intendere è stato ieri Joe Biden durante una conferenza stampa a Tokyo. «È disposto a farsi coinvolgere militarmente per difendere Taiwan?», gli è stato chiesto. «Sì», ha replicato il presidente americano. «Questo è l’impegno che abbiamo preso», ha aggiunto, per poi proseguire: «Siamo d’accordo con la politica dell’unica Cina, ma l’idea di essere presi con la forza, semplicemente presi con la forza, non è appropriata. Disarticolerà l’intera regione e sarà un’altra azione simile a quanto accaduto in Ucraina». La presa di posizione ha suscitato un certo stupore nello staff presidenziale: secondo Cnn, svariati consiglieri di Biden «sono stati colti alla sprovvista».
La Casa Bianca è quindi prontamente intervenuta, sostenendo che Washington non prevede in realtà alcun cambio di linea: gli Stati Uniti, in altre parole, manterranno il proprio impegno nella politica dell’unica Cina e continueranno ad armare Taipei ai sensi del Taiwan Relations Act. Inoltre, stando a quanto riferito da Bloomberg News, alcuni funzionari della Casa Bianca hanno detto che, con le sue parole, Biden non intendeva dire di essere disposto a inviare truppe americane in difesa dell’isola. Insomma, si è verificata una mezza smentita. Ricordiamo del resto che, in termini strategico-militari, la posizione classica americana sul dossier taiwanese è quella dell’ambiguità strategica: non chiarire, cioè, preventivamente se gli Usa interverranno militarmente o meno a tutela dell’isola in caso di invasione. D’altronde, già a ottobre l’attuale presidente statunitense era sembrato aprire all’invio di soldati americani per la difesa di Taipei, salvo poi ritrovarsi smentito (anche allora) dalla Casa Bianca. Nonostante il tentativo di gettare acqua sul fuoco, Pechino ha replicato in modo piccato. «Su questioni riguardanti la sovranità e l’integrità territoriale della Cina e altri interessi fondamentali, non c’è spazio per compromessi», ha dichiarato il portavoce del ministero degli Esteri cinese, Wang Wenbin, esprimendo «forte insoddisfazione» per quanto asserito dal leader americano.
Questa confusione nasce da posizioni divergenti in seno alla stessa amministrazione statunitense. Alcuni suoi settori puntano alla linea dura, soprattutto su Taiwan. E questo per due ragioni. In primis, un’eventuale invasione cinese dell’isola rappresenterebbe un ulteriore colpo all’ordine internazionale occidentale dopo la crisi afgana e quella ucraina. Inoltre, va ricordato che perdere Taiwan significherebbe perdere il principale produttore di semiconduttori a livello mondiale: uno scenario che garantirebbe a Pechino un vantaggio competitivo assai significativo (e inquietante) sull’Occidente nel settore dell’alta tecnologia. Dall’altra parte, c’è invece chi, come l’inviato per il clima John Kerry, da tempo auspica una linea morbida con il Dragone, anteponendo una (improbabile) cooperazione in materia ambientale a considerazioni geopolitiche e al rispetto dei diritti umani. In questo quadro, Biden ha detto ieri che potrebbe ridurre i dazi imposti alla Cina da Donald Trump. Un annuncio che può, sì, essere letto come una strategia di alternanza tra bastone e carota. Ma che può anche riflettere il clima caotico che si registra nell’amministrazione. A fine aprile, il sito Axios riferì d’altronde di una vera e propria spaccatura sul tema tra il Dipartimento del Tesoro (favorevole alla linea soft) e il Consiglio per la sicurezza nazionale (su posizioni più severe). Va da sé che questa confusione interna è aggravata dai problemi di leadership dell’attuale presidente: un fattore che rischia di compromettere la deterrenza nei confronti di Pechino.
Non è del resto un mistero che il viaggio di Biden in estremo oriente è principalmente finalizzato a confermare l’impegno americano nell’area in funzione anticinese. È in tal senso che ieri il presidente ha detto che Mosca «deve pagare un prezzo a lungo termine» per l’invasione dell’Ucraina, mettendo in correlazione la crisi ucraina al dossier taiwanese. Non solo: sempre ieri Biden ha annunciato la nascita dell’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity: una nuova rete commerciale che, oltre agli Usa, comprende Australia, Brunei, India, Indonesia, Giappone, Corea del Sud, Malesia, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Tailandia e Vietnam. La mossa è da intendersi ovviamente in funzione anticinese. E infatti proprio ieri il Global Times (organo del Partito comunista cinese) si è mostrato piuttosto critico verso l’iniziativa.
Se la strategia di espandere l’influenza economica americana sull’Indo-Pacifico ha sicuramente un senso, questa nuova rete rischia però di incontrare due problemi. Dal punto di vista politico, essa non include Taiwan: un fattore che ha irritato Taipei e che potrebbe indebolire la credibilità dell’impegno dell’attuale Casa Bianca a favore dell’isola. In secondo luogo, Cnbc ha riferito che il network in questione non renderà il mercato statunitense granché accessibile ai Paesi aderenti: questo perché Biden è preoccupato da eventuali ricadute negative sui posti di lavoro in patria, secondo la medesima logica che portò Trump a stracciare la Trans Pacific Partnership nel 2017. D’altronde, i nodi economici e di politica interna sono rilevanti per la Casa Bianca, soprattutto in considerazione delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
Insomma, Biden punta a dare segnali forti nell’Indo-Pacifico: oggi avrà in tal senso un incontro con i leader del Quad, per serrare i ranghi e cercare di far uscire l’India dalla sua ambiguità dal sapore filorusso. Tuttavia le divisioni in seno alla sua stessa amministrazione e le preoccupazioni di economia interna rischiano di fiaccare il suo obiettivo di salvaguardare la deterrenza ed estendere il soft power di Washington sull’area. La debole leadership di Biden ha bisogno di uno scatto di reni. O Pechino non esiterà ad approfittarne.
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