- Il Belpaese è leader nell’usa e getta biodegradabile che aiuta l’ambiente, ma l’Unione europea lo mette al bando su consiglio dei soliti noti
- Il presidente di Seda international packaging group Antonio D’Amato: «L’Italia è capofila nel riciclo e nel monouso sostenibile. Diversi studi dimostrano invece che il multiuso, feticcio di chi invoca la decrescita felice, è molto più nocivo»
Lo speciale contiene due articoli
Siamo al solito fuoco di sbarramento dell’asse francotedesco insieme con i Paesi del Nord Europa per azzoppare l’industria italiana. Dietro la direttiva europea contro la plastica monouso, entrata in vigore all’inizio di luglio, si nascondono interessi economici contrapposti e posizioni ideologiche che poco hanno a che vedere con la scienza. Un mix scivoloso che rischia di trasformare la transizione ecologica in una guerra tra fazioni contrapposte e di seppellire anni di ricerche tecnologiche sui prodotti biodegradabili.
La tesi dominante in Europa, quella che ha ispirato alcuni articoli della direttiva, è che il multiuso sia la panacea per l’ambiente mentre il monouso è un nemico. Un’impostazione sponsorizzata dal Nord Europa che è indietro nella tecnologia del biodegradabile. Di conseguenza, la direttiva europea detta Sup (Single use plastic) non fa distinzione tra plastica pura derivata dal petrolio e biodegradabile ottenuta da materie naturali.
Così sono stati inseriti nelle nuove restrizioni i prodotti fatti per oltre il 95% di carta con un minimo quantitativo di plastica. Si tratta di contenitori per alimenti, bicchieri, piatti, cartoni del latte e dei succhi di frutta, imballaggi, nei quali la percentuale di polimeri è marginale. Chi fa la raccolta della carta riesce a estrapolare il 5% di plastica che viene usata per la copertura di cavi elettrici mentre la carta può essere riciclata fino a 7 volte. Uno studio pubblicato da Eppa (European paper packaging alliance) ha rivelato che gli imballaggi monouso a base di carta, per alimenti e bevande, utilizzati nei ristoranti europei a servizio rapido (come per esempio i McDonald’s) hanno un impatto ambientale migliore rispetto a quelli riutilizzabili.
L’analisi Life cycle assessment (Lca), condotta da un organismo super partes, la consultancy danese Ramboll (che lavora anche per la Commissione europea sui temi dell’economia circolare), mostra che le stoviglie riutilizzabili generano 2,7 volte più emissioni di Co2 rispetto al sistema monouso a base di carta; inoltre, consumano 3,7 volte più acqua dolce, producono 2,3 volte più microparticelle di plastica contenute nei detergenti e hanno un impatto maggiore sull’esaurimento dei fossili (di 3,4 volte) e sull’acidificazione terrestre (1,7 volte). Questo studio, dal quale emerge che il riutilizzabile è un falso mito, ha avuto la bollinatura di un ente certificatore tedesco, il prestigioso Tüv. Quindi, non è un report confezionato dalle industrie italiane che detengono la leadership europea nel settore della plastica bio.
Il nostro Paese ha il 60% del mercato europeo dell’usa e getta e produce il 66% di tutta la plastica biodegradabile e compostabile del continente. Inoltre sforna il 35% di bicchieri e stoviglie di carta plastificata per la ristorazione veloce. Le aziende coinvolte sono 280, con 2.780 addetti e un fatturato annuo di 815 milioni di euro. Complessivamente il comparto della plastica in Italia fattura 40 miliardi di euro e conta oltre 10.000 aziende e 150.000 addetti. Il problema è che le linee guida della direttiva Ue pongono questi prodotti sullo stesso piano di quelli tutti in plastica vergine, perciò interamente ottenuti da derivati del petrolio. In questo modo viene inferto un duro colpo per questo comparto industriale che ha già iniziato, molto prima della concorrenza europea, il percorso verso la bioplastica.
La direttiva ha messo in un unico calderone tutti gli oggetti di plastica monouso: piatti, posate, cannucce, cotton fioc, palette da cocktail, bastoncini dei palloncini, contenitori in polistirolo per alimenti e bevande, senza distinguere i prodotti bio di carta plastificata. Il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, ha definito il provvedimento europeo «poco chiaro e incoerente» e sulle bioplastiche ha aperto un contenzioso con la Ue. Ha protestato anche il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti.
Altro punto controverso della direttiva è l’obbligo dal 2025 di inserire un 25% di materiale riciclato nelle bottiglie di plastica. La normativa non precisa da dove deve provenire tale materiale e questo non è un aspetto marginale, come spiega Antonello Ciotti. Siccome la plastica riciclata costa il 50% in più ed è difficile fare controlli sul suo utilizzo, saranno favorite le importazioni di prodotti dall’estero che non rispettano questa percentuale. Così mentre si penalizzano le aziende italiane si favoriscono i giganti della plastica cinesi e coreani.
Un limite della strategia europea è inoltre la mancanza di una visione globale. Secondo la Commissione europea, oltre l’80% dei rifiuti marini è costituito da plastica. La responsabilità dell’Europa però è marginale. Un report di Plastic Europe, l’associazione dei produttori di materie plastiche, dice che dei 380 milioni di tonnellate di plastica prodotti globalmente ogni anno, oltre il 50% è in Asia, il 18% tra Usa, Canada e Messico e il 17% in Europa. Questo suggerisce la necessità di un accordo che coinvolga anche i grandi produttori asiatici, i quali però non ne vogliono sapere. C’è
infine il problema dello smaltimento. La prima analisi globale di tutte le materie plastiche prodotte in serie, pubblicata su Science Advance, dice che delle 30 milioni di tonnellate utilizzate nel 2018 in Europa, solo il 32% è stato riciclato.
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