Il timore americano per il caos a Mosca indebolisce Zelensky
Volodymyr Zelensky (Getty images)
  • Washington ha paura che le atomiche russe cadano in mani sbagliate. In casi estremi spingerebbe Kiev a trattare.
  • Il Consiglio Affari esteri stanzia nuove risorse per il «fondo per la pace», in realtà destinato al sostegno militare all’Ucraina. Bruxelles addestrerà anche 30.000 soldati.

Lo speciale contiene due articoli

Alcuni ritengono che la ribellione di Evgenij Prigozhin avvantaggerebbe indirettamente Kiev nel conflitto con Mosca. Si tratta di un’ipotesi non escludibile, ma non è detto che le cose stiano necessariamente così. Per capirlo, occorre guardare alla reazione degli Usa a quanto accaduto sabato. La posizione ( ufficiale di Washington è riassunta in una serie di dichiarazioni del segretario di Stato americano, Tony Blinken. Secondo quest’ultimo, Vladimir Putin è uscito indebolito dal tentato golpe: una situazione che, ha proseguito, favorirebbe Kiev. È anche in quest’ottica che, dopo essersi sentito con Joe Biden, Volodymyr Zelensky ha detto che Washington sarà al fianco dell’Ucraina «fino alla piena liberazione di tutti i nostri territori all’interno dei confini riconosciuti a livello internazionale». Ora, è probabile che Blinken abbia ragione quando dice che lo Zar rischia di ritrovarsi azzoppato dalla ribellione del Wagner Group: la sua autorità è stata messa in discussione e ha dovuto anche accettare un accordo mediato dal suo vassallo, Alexander Lukashenko. Indipendentemente da quello che sarà il destino individuale di Prigozhin, la forza politica di Putin oggi è più traballante sia dentro sia al di fuori della Russia.

Ciononostante, se Blinken ha ragione sull’indebolimento di Putin, non è detto che ciò comporti automaticamente un vantaggio per Kiev. Tale affermazione può apparire paradossale. Tuttavia, per comprendere appieno questa ipotesi, è bene andare oltre le dichiarazioni ufficiali di Washington. Sì, perché, stando a quanto rivelato sabato dal Washington Post, sembra proprio che, dietro le quinte, il governo americano nutra «grande preoccupazione» per l’eventualità di una guerra civile in Russia: una guerra che, ragionano a Washington, potrebbe avere delle ripercussioni sul poderoso arsenale nucleare di cui Mosca dispone. A confermare questi timori al quotidiano sono stati funzionari governativi statunitensi rimasti anonimi. Tutto questo, mentre l’altro ieri il Wall Street Journal titolava: «La ribellione del Wagner ravviva i timori degli Usa sul controllo delle armi nucleari della Russia».

A livello ufficiale, gli Usa stanno per ora parlando poco della questione, mostrandosi cauti. Blinken si è rifiutato di commentare l’ipotesi di una guerra civile, mentre il Consiglio di sicurezza nazionale si è limitato a dire di non aver ravvisato cambiamenti nella disposizione delle forze nucleari russe. «La principale preoccupazione dei funzionari americani oggi è: chi ha il controllo a Mosca e chi controlla la più grande scorta di armi nucleari del mondo», ha aggiunto il National security advisor Jake Sullivan. Del resto, che lo scenario di una guerra civile sia quantomeno possibile è testimoniato dalle aspre parole del leader ceceno, Ramzan Kadyrov, contro Prigozhin. A fronte del suo indebolimento, lo Zar potrebbe quindi o rimanere in balia delle faide interne oppure appoggiarsi sempre più ai falchi per cercare di recuperare terreno. Il rischio è duplice: non solo tali falchi potrebbero impossessarsi di testate nucleari, ma potrebbero anche trasferirne alcune nelle mani di regimi poco raccomandabili (dall’Iran alla Corea del Nord). Non a caso, un ex funzionario della Cia, Daniel Hoffman, ha detto a Reuters di temere che una parte di questi armamenti possa finire sotto il controllo di figure come lo stesso Kadyrov.

Washington si trova allora davanti a un dilemma. La prima possibilità è che gli Usa continuino a sostenere ferreamente Kiev, accettando il rischio di un incremento delle turbolenze in Russia. La seconda possibilità è che, in ossequio alla logica paradossale della guerra, gli americani cerchino di puntellare indirettamente il potere di Putin, per ridurre il rischio di instabilità: uno scenario che li porterebbe prevedibilmente a spingere Zelensky a intavolare negoziati e a concedere qualcosa al nemico: un’opzione che non sarebbe facile da gestire, perché Washington rischierebbe di vedere compromessa la propria credibilità internazionale (e Pechino cercherebbe di approfittarne). Entrambe le alternative presentano degli effetti indesiderati, per quanto Washington, lo abbiamo visto, sembri significativamente interessata a ridurre l’instabilità in Russia. Inoltre, al di là del fatto che Biden abbia negato coinvolgimenti occidentali nell’operazione di Prigozhin, è da escludere che, in una situazione tanto confusa, gli Usa decideranno di puntare su un regime change pilotato: non è detto che ne avrebbero la forza e, soprattutto, non saprebbero su chi scommettere (è pur vero che è tornato sotto i riflettori il vecchio avversario di Putin, Mikhail Khodorkovsky, ma pare improbabile che Washington possa considerarlo una fonte di stabilità: inoltre, ammesso e non concesso che costui si stia muovendo come «portavoce» ufficioso di qualche potenza occidentale, non si tratta verosimilmente degli Usa).

Ricordiamo che i rapporti tra Biden e Zelensky si sono rivelati tesi più di una volta. E che l’attuale amministrazione americana ha talora fatto trapelare alla stampa materiale d’intelligence per «bacchettare» il governo di Zelensky: quello stesso governo che, al contrario, ha sempre intrattenuto una relazione ben più amichevole con Londra. Senza trascurare gli impatti delle turbolenze russe sulle presidenziali americane del 2024. «Mentre la guerra in Ucraina domina già l’eredità di Biden, è improbabile che un crollo russo che porti al caos globale lo aiuti politicamente con l’avvicinarsi dell’anno elettorale», ha sottolineato ieri la Cnn. La situazione è in evoluzione e può succedere di tutto. Ma resta da dimostrare che il caso Prigozhin abbia consolidato la sponda tra Biden e Kiev.

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