Afghanistan, santuario della jihad che ora mette in vendita i bambini
Un bimbo afghano in piedi accanto a una tenda improvvisata durante l'inverno nel distretto di Kamber a Kabul (Getty Images)
  • La situazione economica del Paese è sempre più drammatica. Gli investimenti di Stati Uniti e Regno Unito sono stati quasi azzerati. Non ci sono soldi (né cibo) per mangiare e la gente cede i propri figli pur di sfamarli.
  • L’incursore di Marina in congedo, Giuseppe Cossu: «Una parte di me è rimasta lì. Non tutto è perso, abbiamo lasciato qualcosa che germoglierà».
  • Le sedi diplomatiche stanno diventando «cavalli di Troia» degli estremisti. Con la complicità dei governi del Vecchio continente.

Lo speciale contiene tre articoli.

Le pagine dei giornali che raccontano la cronaca internazionale corrono veloci. Un Paese cede il passo all’altro. Dall’Iraq si passa all’Afghanistan. Dalla Siria a Israele. Dal Libano all’Iran. Come se il mondo si congelasse e non accadesse altro negli altri luoghi della terra. Inizia una guerra, l’altra si conclude. Il valzer della morte continua.

Capita poi di ritrovarsi da un giorno all’altro con un nuovo gruppo terroristico. Come se fosse nato dal nulla, apparentemente senza alcuna ragione.

L’Afghanistan è uscito dalle pagine dei giornali, per cedere il passo alle cronache mediorientali. Eppure, questo Paese, nel silenzio generale, è tornato a essere un santuario della jihad. Sono passati ormai cinque anni da quando gli eserciti occidentali lasciarono (malamente il Paese). C’era la calca, in quei giorni di agosto del 2021, attorno all’aeroporto di Kabul. Afghani che cercavano disperatamente di oltrepassare i cancelli per salire su quegli aerei che avrebbero dovuto portarli in quelle nazioni con le quali avevano lavorato, spesso anche rischiando la pelle, per così tanto tempo. C’è chi ce l’ha fatta e chi no. Tra questi ultimi c’è, Houssaini che, subito dopo il ritiro, aveva cercato rifugio, con scarsi risultati, in Iran. Qualche mese, poi è costretto a tornare indietro. Ma in Afghanistan vivere era ancora peggio. Un nuovo viaggio. Un nuovo confine da oltrepassare e Teheran che, ancora una volta, lo aspetta. Poi però è scoppiata la guerra tra Donald Trump e gli ayatollah e così, ancora una volta, Houssaini è dovuto tornare indietro: «Sto affrontando enormi difficoltà», racconta alla Verità. «La lunga attesa e le continue incertezze hanno lasciato profonde ferite nella nostra vita. In particolare mia figlia maggiore è rimasta lontana dalla scuola e dagli studi per anni, e questo dolore pesa molto sul mio cuore. Forse questo era il destino che ci è toccato: rimanere sospesi nell’attesa e nelle difficoltà».

Già, le difficoltà. In Afghanistan sono sempre di più. Solamente qualche settimana fa, le Nazioni Unite hanno pubblicato un nuovo report per descrivere la situazione del Paese. Tre persone su quattro non riescono a soddisfare i propri bisogni primari. Trovare un lavoro è difficile, se non impossibile. Non si vive, al massimo si campa. Un reportage realizzato dalla Bbc racconta di come i genitori siano ormai costretti a vendere i propri figli per assicurare loro un po’ di cibo e sperare qualcosa per il loro futuro. «Sono disposto a vendere le mie figlie», dice un padre afgano. «Sono povero, pieno di debiti e indifeso», aggiunge. Non sono casi isolati. Un altro, Abdul Rashid Azimi, racconta sempre alla Bbc: «Se vendo una figlia, potrei sfamare tutti gli altri miei figli per almeno quattro anni. Mi si spezza il cuore, ma è l’unico modo».

Sono le moderne fiabe di Pollicino, che ci venivano raccontate quando eravamo piccoli, ma che in Afghanistan diventano realtà pur di avere un tozzo di pane in più. Gli Stati Uniti, che avevano portato con sé gran parte delle potenze occidentali nella «guerra contro il terrore», dedicano poco o nulla a questo Paese. Lo scorso anno hanno infatti quasi annullato gli aiuti. Lo stesso ha fatto il Regno Unito.

E se da una parte l’Occidente delude, dall’altra i talebani se ne lavano le mani. Scaricano la colpa sul governo precedente (che pure non è esente da colpe): «Durante i 20 anni di invasione, grazie all’afflusso di dollari statunitensi, è stata creata un’economia artificiale», ha dichiarato alla Bbc Hamdullah Fitrat, vice portavoce del governo talebano. Parevano si fossero aperti i seguaci del Mullah Omar. Li vedevamo, mentre tornavano alla guida del Paese, sfrecciare su pattini a rotelle, con gli smartphone in mano, simbolo di quella modernità che dicono di combattere. Si mostravano aperti ai giornalisti eppure, forse, non sono cambiati affatto.

Il nuovo decreto degli studenti del Corano sulla separazione coniugale, infatti, «rafforza la discriminazione sistemica» ed erode i diritti delle donne e delle ragazze afghane. Il codice è composto da 31 articoli ed elenca diverse motivazioni per la separazione in Afghanistan, tra cui la prolungata assenza del marito, l’«incompatibilità» tra i coniugi, la rinuncia all’Islam e la «mancanza di responsabilità da parte del marito». Il decreto, apparso nella Gazzetta Ufficiale del Paese, stabilisce anche che i contratti matrimoniali stipulati dai parenti «per conto di un minore» possono essere annullati. Il che, se si legge tra le righe (ma nemmeno troppo) significa che in Afghanistan i matrimoni tra minori non sono poi così rari. Nella maggior parte dei casi, le procedure per le donne che chiedono la separazione sono più complesse di quelle per gli uomini. Il codice, approvato dalla Guida Suprema Hibatullah Akhundzada, «fa parte di una traiettoria più ampia e profondamente preoccupante in cui i diritti delle donne e delle ragazze afghane vengono erosi», secondo quanto ha affermato Georgette Gagnon, vice rappresentante speciale del segretario generale delle Nazioni Unite. «Questo provvedimento consolida ulteriormente la discriminazione sistemica nella norme e nella pratica», si legge invece nella dichiarazione delle Nazioni Unite, che aggiunge che alle donne e alle ragazze vengono negati «autonomia, opportunità e accesso alla giustizia».

L’Afghanistan è diventato un buco nero. Sapere ciò che accade lì non è poi così facile. I talebani si mostrano aperti, certo. Ma poi (e in questo hanno ben appreso la lezione dagli occidentali) ti portano esattamente là dove loro desiderano per mostrarti solamente ciò che è funzionale alla loro propaganda. Ma nel Paese sono presenti oltre 20 sigle terroristiche diverse. L’Isis non è scomparso, si è ritirato. Ma solo per il momento. Ora si muove tra le montagne dell’Afghanistan o tra i deserti dell’Africa. Serpeggia pronto a colpire.

Chi è riuscito a lasciare il Paese racconta che prima o poi vorrebbe tornare là dove è nato. Ma pare impossibile. I talebani controllano tutto, sanno chi sono i traditori e per chi hanno lavorato. Del resto le basi lasciate vuote non contenevano solo materiale militare, ma anche (e soprattutto) informazioni. Che ora sono in mano agli studenti del Corano. Sacerdoti in un santuario che coltiva la morte, mentre ogni gruppo attivo nel Paese urla che Allah è grande e Maometto è il suo profeta.

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