2025-04-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come si mangiano gli spaghetti
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Tutto comincia con l’intervento della procuratrice generale di Torino all’inaugurazione dell’anno giudiziario: sabato, Lucia Musti randella l’«area grigia», «di matrice colta e borghese», che in città mantiene una «benevola tolleranza» verso i violenti di Askatasuna e diffonde una «lettura compiacente di condotte che altro non sono che gravi reati».
Intanto, la rettrice dell’università, Cristina Prandi, ha deciso che non si può più tollerare l’occupazione di Palazzo Nuovo. Un conto è concedere uno spazio del campus Luigi Einaudi per un’assemblea, come ha già fatto, un conto è aver trasformato delle aule in un bivacco. Presenta un esposto in Procura e, in vista della manifestazione, poi degenerata in «guerriglia urbana organizzata» (l’ha scritto la gip Irene Giani), dispone la serrata dell’ateneo. I collettivi s’infuriano. Ma il dibattito sulle connivenze della «upper class» si è ormai allargato agli ambienti accademici. E ne dà prontamente conto La Stampa.
Il quotidiano del capoluogo piemontese è reduce dall’irruzione in redazione di fine novembre, maturato in ambienti pro Pal, con la partecipazione di esponenti del centro sociale.
Quell’episodio, insieme agli assalti alle Ogr e alla sede di Leonardo, mette sul chi va là le autorità. E contribuisce a spiegare l’interpretazione del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il quale evoca «dinamiche di squadrismo e terrorismo». Da alba di nuovi anni di piombo. Chi conosce gli antagonisti sa che difettano di elaborazione teorica. Evidentemente, a ispirare il loro salto di qualità sono proprio le rivendicazioni dei movimenti per Gaza, che li spingono a prendere di mira obiettivi sensibili, superando un limite invalicabile.
Ma il processo autocritico all’interno della borghesia progressista lo apre di sicuro il blitz contro La Stampa. Di lì, quella «benevola tolleranza» denunciata dalla procuratrice si incrina pure tra i professori. Finché la rettrice - che tempo prima, con il consigliere comunale di Fdi, Ferrante De Benedictis, si vantava della sua apertura al dialogo - agisce per opporsi all’occupazione.
Alla fine, nelle sale invase dagli attivisti affiorano murales deliranti: «Più sbirri morti, più orfani, più vedove». Il ministro dell’Università, Anna Maria Bernini, che ha manifestato solidarietà alla Prandi, li legge come «un manifesto politico esplicito: la violenza elevata a metodo di azione».
La verità è che, tra le élite torinesi, il malumore è palpabile. Il semiologo Ugo Volli, triestino, ma per due decadi docente all’ombra della Mole, è persino più duro del magistrato Musti: addita «un’area rossa, più che maggioritaria, che controlla l’ateneo e che da sempre è attiva sostenitrice degli antagonisti. Professori, figli del Sessantotto», alcuni dei quali erano finiti «nel comitato di garanzia» dell’accordo stipulato con Askatasuna da Stefano Lo Russo. «Hanno molto protestato quando il sindaco ha fatto venire meno il patto». La rettrice ammonisce: «L’espressione contro la violenza non può essere silenziosa». E alcuni colleghi rispondono all’appello.
Cristopher Cepernich, ex vicerettore alla Comunicazione, su Facebook tuona: «A Torino c’è un pezzo di upper class colta, che lavora nella mia stessa università, che copre e supporta l’area intorno ad Askatasuna. Anche lì», insiste, «bisogna cominciare a cercare responsabilità. Che a Torino si faccia finta di scoprire oggi cosa è Askatasuna e qual è la sua logica di azione politica, è un’ipocrisia ributtante».
È l’ipocrisia della cerchia illuminata che, finora, ha «fighettizzato» il centro sociale, replicando lo schema già visto con i No Tav: la gente che piace e a cui piacciono «Aska» e quelli di «Bardo» (Bardonecchia, località simbolo delle rivolte all’alta velocità). Quella «upper class» ha dei precisi canali di espressione politica: Alice Ravinale, consigliera regionale di Avs, rampolla della stirpe di prestigiosi avvocati attivi nel diritto commerciale e societario, è la stessa che, al Corriere, spiegava che i luoghi tipo Askatasuna sono «una fucina di idee».
Ciò che sta avvenendo ricorda ciò che capitò - a un livello di gravità ben diverso - ai tempi del rogo all’Angelo azzurro, all’uopo menzionato da Volli: nel 1977, i comunisti lanciarono delle molotov sul locale di via Po, i cui proprietari avevano in tasca la tessera del Pci, ma che venne scambiato per un covo di fascisti. Morì bruciato Roberto Crescenzio, 22 anni, un ragazzo che con la politica non c’entrava niente. All’epoca, nell’«area grigia» della borghesia, si aprì già la frattura che poi ha continuato a riproporsi nei decenni seguenti, dai fatti della Val di Susa fino al corteo di corso Regina. Il dilemma: strizzare l’occhio ai violenti o rientrare nei ranghi istituzionali?
Di somiglianze col passato ha discusso anche Marco Revelli, politologo piemontese, intervistato da Francesco Borgonovo per Calibro 9, su Radio Cusano Campus: «Ho sempre visto, nelle manifestazioni di sinistra, a cui peraltro prendevo parte, un gruppo che si staccava e spaccava le vetrine - quando andava bene». La tesi degli «infiltrati» che rovinano le proteste pacifiche, secondo lo studioso, è «una noia mortale». Una foglia di fico, ci permettiamo di aggiungere.
La sensazione è che la città ferita, dietro la cui partecipazione si sono trincerati nel loro comunicato i leader di Askatasuna, sbandierando il «successo» delle «oltre 50.000 persone» scese in strada, si stia pentendo di aver frainteso la bestia che stava allevando. E che credeva di poter addomesticare, riducendola a un circoletto per madamine. Il risveglio è stato traumatico.
Passa con 88 voti favorevoli la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riguardanti i disordini di Torino. Parere contrario di M5s, Avs Iv e Pd.
Segnale definitivo per un secco no della sinistra alla proposta del presidente del consiglio che auspicava una reazione unitaria ai fatti di Torino. Ieri è stato il giorno di voto della risoluzione a Palazzo Madama, e Piantedosi in Aula ha richiamato l’attenzione sulla necessità, per il futuro, di depotenziare i gruppi organizzati di facinorosi prima ancora che possano mettersi all’opera e innescare spirali di violenza. «È questo uno degli obiettivi del pacchetto di norme che ci apprestiamo a proporre. Stiamo lavorando all’introduzione di specifiche misure finalizzate a rendere ancora più efficace l’azione di filtro e prevenzione, come il fermo di polizia per soggetti potenzialmente pericolosi di cui siano già conoscibili intenzioni e attitudini. Strumenti del genere, del resto, sono presenti in alcuni ordinamenti europei senza che nessuno gridi all’attentato alla democrazia», ha spiegato ai senatori.
Nel documento della maggioranza, che in parte ha assorbito il testo della risoluzione di Azione, si chiede di «proseguire lo sgombero, di beni e immobili illegalmente occupati secondo i criteri oggettivi di priorità stabiliti dalle Prefetture» e di «valutare l’adozione di iniziative normative volte a incrementare le assunzioni per concorso nei corpi di polizia, a tutelare, sotto il profilo sia normativo sia economico, gli appartenenti ad essi rendendo più efficace l’esercizio delle loro funzioni e l’attività di prevenzione della commissione di reati in occasione di pubbliche manifestazioni».
A differenza di una bozza circolata due giorni fa, la versione definitiva non prevede più il daspo per le manifestazioni. L’idea della maggioranza era quella di non inserire nella mozione contenuti potenzialmente divisivi nell’ottica di avere la più ampia condivisione sul testo, possibilmente bipartisan. Insomma, la proposta di arrivare a una soluzione unitaria era reale e concreta. L’atto parlamentare, tuttavia, è un impegno nei confronti del governo e quindi le misure sulla sicurezza saranno nel decreto sicurezza. «Il nostro era solo il tentativo di trovare una mediazione», hanno precisato fonti di maggioranza. Le opposizioni tuttavia non hanno voluto dare il segnale di unità chiesto dal presidente del consiglio Giorgia Meloni e insieme Pd, M5s, Avs e Italia viva, anche se faticosamente, hanno presentato una loro risoluzione, bocciata come prevedibile. Prima dell’accordo erano come sempre andati in ordine sparso, con il Pd che prendeva le distanze da Avs, colpevole di aver «alzato i toni facendo il gioco della destra». Mentre Italia viva accarezzava l’idea del dialogo e il Movimento che fingeva di voler dialogare ponendo distinguo irricevibili. Per la dem Debora Serracchiani «la destra sta portando avanti un gioco pericoloso» strumentalizzando, a suo avviso, i fatti di Torino. «Alzare i toni e soffiare sul fuoco a loro serve a una cosa sola: distogliere l’attenzione dai fatti. E i fatti dicono che dopo oltre tre anni di governo non hanno dato risposte concrete. Non sull’economia, non sulla sanità, non sulla sicurezza, sulla quale hanno prodotto solo decreti repressivi, senza intervenire sui nodi reali: organici insufficienti, salari inadeguati, presidi territoriali indeboliti». Infine la responsabile giustizia del Pd attacca il ministro dell’Interno: «Da Piantedosi abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di alimentare la tensione. E quando chi governa sceglie lo scontro invece delle soluzioni, il prezzo lo paga il Paese».
Il ministro, rivolgendosi poi a sinistra, ha sottolineato che «c’è chi ha persino adombrato l’idea che le violenze siano state in qualche modo organizzate, o quantomeno tollerate, dal governo per poter poi varare più agevolmente nuove norme. È un’accusa evidentemente grave e strumentale», ha accusato, spiegando che «le violenze di matrice antagonista, di cui Askatasuna e altri centri sociali sono protagonisti, non nascono con l’attuale governo. Sono oltre trent’anni che questi episodi si ripetono».
«Non avremmo voluto che il tema della sicurezza fosse un argomento divisivo ed è per questo che abbiamo proposto una risoluzione unitaria alla quale la sinistra ha opposto un incomprensibile diniego», ha chiarito Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia. «Chi è andato in piazza sabato scorso avrebbe dovuto sapere a cosa si andava incontro, mentre invece ci sono stati esponenti istituzionali che vi hanno inopportunamente partecipato». Il leader dei senatori azzurri Maurizio Gasparri ha rincarato la dose: «Il clima con cui si è arrivati alla manifestazione di sabato scorso a Torino era da “resa dei conti”. Questo non era il titolo di un film di Sergio Leone ma di una sfida alla democrazia». Severo Massimiliano Romeo, capo dei senatori leghisti: «Basta con il pericolo fascista, basta con questo pistolotto».
Ryad Albustanji. Il nome può dire poco. Ma la sua foto, invece, parla chiaro. Si tratta del braccio destro di Hannoun, quel barbuto immortalato con il lanciarazzi Rpg in mano e il ghigno fiero, circondato da un gruppo di jihadisti dell’ala militare di Hamas. Ecco, parliamo di lui.
Albustanji – che ora è in carcere, accusato di essere un membro di Hamas, come Hannoun – è stato per anni il vero motore dell’associazione benefica a sostegno del popolo palestinese (Abspp). Possiamo svelarvi che, prima di finire dietro le sbarre, la sua vita è stata costellata di episodi che indicavano già una chiara radicalizzazione. Eppure è sempre rimasto libero. Troppo a lungo. Lo sceicco islamico, tra i viaggi a Gaza con Hannoun e i suoi tour nelle moschee italiane, veniva infatti addirittura idolatrato: non solo dalle comunità islamiche, ma anche dalle istituzioni locali.
Pensate: il primo allarme rosso su di lui risale al lontano 2013. Quell’anno viene invitato come ospite d’onore alla festa di fine Ramadan a Milano, all’Arena civica. Ad accoglierlo all’evento c’era l’allora assessore comunale, Francesco Cappelli. Al tempo si sapeva già che fosse un personaggio estremista che esaltava il martirio dei bambini, ma l’allora sindaco Giuliano Pisapia mise a tacere il nervosismo della Comunità ebraica e delle opposizioni e definì Albustanji un imam «molto bravo», che «ha sempre rispettato la legalità e non ha mai preso posizioni che contraddicano la nostra visione delle cose». Punto e a capo. Il barbuto estremista Albustanji riparte così con la sua vita da star islamica a fianco di Hannoun: continua a girare l’Italia per predicare l’odio verso gli ebrei e raccogliere fondi da destinare ai terroristi. Al tempo non c’era nemmeno bisogno di nascondersi troppo e, infatti, in alcune conferenze dell’Abspp di cui siamo entrati in possesso, si parla apertamente di raccolte di fondi in nome della «jihad» e di milioni di euro consegnati ai martiri e alle loro famiglie. Nel 2014, poi, Albustanji vola a Gaza per giurare fedeltà ai terroristi di Hamas. Viene immortalato in un video di una tv araba mentre parla solennemente davanti ai capi dell’organizzazione. Nel bandino in arabo dell’emittente si legge infatti: «Sermone del venerdì, con la partecipazione del leader Ismail Haniyeh». Albustanji parla al plurale, forse a nome dell’associazione benefica? E dice: «Siamo con voi nella resistenza». «Giuriamo su Allah e stringiamo con voi un patto davanti a Dio; e ci chiederete conto di questo patto davanti a Dio, nel giorno del giudizio». E via, si ritorna in Italia. Lui e Hannoun continuano indisturbati per diversi anni a gestire l’associazione «benefica». Il passaggio più inquietante arriva durante una conferenza nella sede dell’Abspp: qui il fedelissimo di Hamas – che oggi è accusato di appartenere all’organizzazione terroristica – arriva addirittura a ringraziare le autorità italiane. Siamo a Milano, febbraio 2020. Giusto per contestualizzare: in quel periodo il presidente del Consiglio è Giuseppe Conte. Agli Esteri, invece, c’è Luigi Di Maio. Ma torniamo all’incontro. C’è Albustanji seduto di fianco all’architetto giordano. Parlano davanti a una telecamera delle attività svolte in tutta Italia, che hanno permesso di raccogliere fondi attraverso le comunità islamiche locali. Soldi che però, stando alle accuse della procura di Genova, sarebbero poi finiti al terrorismo.
A un certo punto il barbuto estremista dedica un caloroso ringraziamento agli organi dello Stato.
«Nel corso dei miei spostamenti per l’Italia porto sempre con me un messaggio di profonda gratitudine verso le autorità italiane, che ci permettono di operare in piena libertà in ogni città e in ogni località. Per questo rivolgiamo loro sempre il nostro più sincero ringraziamento». Poi arriva l’affondo.
La legge italiana – dice – vale solo «entro i limiti della legge islamica». La sharia, quindi.
Il socio di Hannoun è stato anche immortalato in un video in possesso della Verità (pubblicato online, poi oscurato) mentre festeggia il 7 ottobre.
«Allah è grande. Questo è un giorno benedetto. Noi siamo i combattenti di Al Qassam».
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 5 febbraio con Carlo Cambi

