2025-04-06
Le pillole di galateo di Petra e Carlo: come si mangiano gli spaghetti
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«La guerra non è mai degna dell’uomo, e non è mai benedetta da Dio, perché il Creatore ci ha dotati di intelligenza e volontà per risolvere i conflitti da esseri umani e non da bestie, magari dotate di armi iper-tecnologiche», sono parole molto forti quelle pronunciate ieri da Papa Leone XIV è stato piuttosto chiaro ieri, nell’omelia della messa a San Pietro che di fatto ha aperto il Concistoro straordinario.
Il pontefice ha anche ricordato che «l'unità della famiglia umana precede i singoli popoli e Stati. Non si tratta solo di un dato biologico: è un principio etico». Dopo questo monito, ieri mattina 178 cardinali hanno preso parte al Concistoro, appunto, aperto da un altro significativo intervento del Papa, preceduto da un saluto del cardinale Giovanni Battista Re.
Ma prima di soffermarsi su tale intervento, vale la pena ricordare il significato ecclesiale di questo Concistoro, che è già il secondo convocato da Prevost: a poco più di un anno dalla sua elezione, di certo cosa non marginale. Tanto più se si pensa che, durante il pontificato di Papa Francesco, i porporati trascorsero diversi anni senza incontrarsi a Roma. Venendo più nello specifico della due giorni iniziata ieri, i cardinali sono stati divisi in due insiemi: uno di 9 gruppi di cardinali elettori ordinari - inclusi nunzi e porporati elettori che hanno concluso il servizio come ordinari - e l’altro di 11 gruppi di cardinali elettori della Curia romana e cardinali non elettori; ogni gruppo con un presidente e un segretario.
Come anticipato in una lettera dal cardinale decano Giovanni Battista Re, l’agenda dei lavori ha quattro focus tematici: la situazione internazionale, la pace e il superamento della teoria della «guerra giusta», l’enciclica Magnifica humanitas e l’attuazione del Sinodo. Per affrontare tali temi, ieri mattina i porporati - nella prima sessione, intitolata «In quale mondo siamo chiamati ad annunciare il Vangelo?» - hanno riflettuto su due interrogativi. Il primo si chiedeva «quali sofferenze, tensioni e interrogativi» attraversino «oggi con maggiore forza i popoli e le comunità ecclesiali affidate alla Sua cura»; il secondo verteva su «quali segni di speranza, di fedeltà al Vangelo e di possibile riconciliazione è importante portare all’ascolto comune».
Sviluppando tali interrogativi, i cardinali hanno fatto emergere «la necessità di misurarsi in maniera cristiana sul fenomeno migratorio» e sul «bisogno di reali politiche di integrazione». Dinnanzi a ciò, e anche ai contesti di sfiducia e di degrado, è altresì affiorato «come sia necessario che la Chiesa si mostri madre, luogo accogliente, anche ristrutturando le parrocchie». Nel pomeriggio, invece, i cardinali - nella seconda sessione, intitolata «La cultura della potenza e la civiltà dell’amore» - hanno riflettuto sul modo in cui «le tensioni, le divisioni e i conflitti che attraversano il mondo toccano oggi la vita delle nostre Chiese e dei nostri popoli» e su «quali linguaggi, atteggiamenti e pratiche possono aiutare a costruire riconciliazione, convivenza e pace». Tutti questi lavori sono però stati anticipati da un intervento di Papa Leone XIV molto significativo, e non solo per il concistoro.
Infatti, dopo il canto del Veni Creator Spiritus e il saluto del cardinale Re - dettosi «lieto» di partecipare al Concistoro in un «momento difficile per l’umanità» -, Prevost ha preso la parola per un intervento introduttivo dei lavori, nel quale ci sono stati diversi passaggi significativi. I più rilevanti sono stati due. Anzitutto il Papa ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito, pubblico». Tre aggettivi - specie l’ultimo - difficili da ricondurre ad una prassi; dunque parlare di semplice richiesta di aiuto (per quanto, in effetti, lo stesso Prevost lo abbia detto: «Desidero chiedervi un aiuto particolare»), rischia di essere fuorviante o, quanto meno, parziale. Anche perché viene da chiedersi perché mai Leone XIV - un leader religioso indiscusso nonché un monarca - abbia bisogno di un appoggio «pubblico». La sensazione è che dietro quest’ultimo termine vi sia, nel Papa, la consapevolezza che per la Chiesa si profilano giorni complessi. Le partite sul tavolo sono almeno due. Da un lato, a giorni verranno effettuate dalla Fraternità San Pio X le annunciate nomine di vescovi senza mandato e accordo con Roma - cosa che può concretizzare un rischio di scisma -, dall’altro mal di pancia non più lievi si levano continuamente dalla Germania, dove l’establishment del Cammino sinodale (Synodaler Weg) da tempo esige più «aperture» su diversi temi. In secondo luogo, nel suo intervento di ieri, Leone XIV ha anche fatto una seconda esortazione significativa: «Non siamo qui principalmente per riflettere sulla vita interna della Chiesa». Parole che riflettono l’interpretazione che il pontefice dà non solo all’assemblea in corso ma anche alla Chiesa, che - dal suo punto di vista, e non solo dal suo c’è da sperare - ha una missione principale: annunciare Cristo al mondo. «La missione non è uno dei tanti compiti della Chiesa. È la sua stessa ragion d’essere», ha insistito Prevost. Che, non senza qualche difficoltà, sta lavorando non solo per preservare l’unità della Chiesa a fronte delle spinte, poc’anzi accennate, che la scuotono, ma anche per riportarla alla sua «missione» originale. Una sfida accanto alla quale il Papa non perde di vista, come si diceva in apertura, un tema da oggi cui dipende il futuro di tutta la famiglia umana: la pace.
È bastato poco, una semplice parola tradotta male, per scatenare l’ennesima strumentalizzazione. Questa volta ci ha pensato la stampa francese a mettere zizzania tra Giorgia Meloni e un altro leader internazionale. Un leader di partito: Marine Le Pen. Interrogata sulla sua vicenda giudiziaria, Meloni aveva risposto di non credere a tutto quello che legge. Frase tradotta così: «Non credo a tutto quello che dice». A chiarire tutto ci ha pensato Marion Maréchal Le Pen, la nipote e leader di Identité liberté, che in un post rilanciato poi da Meloni, ha scritto: «Quando la tv Bfm trasforma il “non credo a tutto quello che leggo (sulla stampa) su Marine Le Pen” di Giorgia Meloni in “non credo a tutto quello che dice Marine Le Pen”. Come si può sentire» allegando anche il video dell’intervista, «dopo aver ricordato che “aveva rispetto per Le Pen”, Meloni sottolineava che non bisognava fidarsi di quello che una certa stampa “autorevole” diffonde sul campo nazionale. E Bfm le ha immediatamente dimostrato che aveva ragione a diffidare». Anche Vincenzo Sofo, ex parlamentare europeo di FdI e marito di Maréchal, ha denunciato in un commento la «notizia falsa basata su una traduzione errata».
Unico neo di un vertice che ha oggettivamente riscosso molto successo nei due Paesi e oltre. Il primo a beneficiarne e a riconoscerlo è il leader libanese Joseph Aoun che ha accolto con favore gli sforzi di Francia e Italia per la creazione di una coalizione multinazionale che succeda alle forze Unifil, missione che terminerà il suo mandato a fine anno. L’iniziativa, annunciata nella conferenza stampa post vertice dal presidente francese Emmanuel Macron e dal presidente del Consiglio Meloni, è «una sincera espressione dell’impegno internazionale a sostegno della sovranità e della stabilità del Libano» ha commentato Anoun.
In Italia non mancano le polemiche. «Nel bilaterale Francia - Italia, è nuovamente stata sottolineata la necessità di un nuovo protagonismo europeo dentro la crisi internazionale che stiamo vivendo. Sono di due giorni fa le dichiarazioni del segretario generale della Nato Rutte. Parole che, se pur ufficialmente chiarite, non possono essere archiviate come “parole a caso”. Forse è utile che su quanto sta avvenendo ci possa essere un confronto di fronte al Paese», ha commentato Francesco Boccia, presidente del gruppo del Pd in Senato che ha aggiunto chiedendo nuovamente che Meloni riferisca in Parlamento: «Per questo torniamo a chiedere con forza che su tutta questa vicenda il governo, se possibile anche nella persona della stessa presidente del Consiglio, chiarisca la propria posizione: dai rapporti europei, alle parole di Rutte, alla guerra di Israele e Usa all’Iran. Crediamo che questo sia, ancor più che nel passato, il momento giusto perché Meloni scelga di stare dalla parte dell’Europa, senza più remore o retropensieri e senza più titubanze». E se Boccia ha letto in questo incontro titubanze da parte del premier, il presidente dei senatori della Lega Massimiliano Romeo legge il contrario: «Ho piena fiducia nella premier che ha dimostrato di saperci fare in politica estera». «È giusto che l’Europa si rafforzi» ha aggiunto convinto però che debba anche mantenersi il rapporto con gli Stati Uniti nonostante gli «incidenti» con Trump.
A proposito di Trump, il presidente americano ieri ha minacciato l’introduzione di nuovi dazi nei confronti di «qualsiasi Paese» intenda imporre la digital tax. «Sarà immediatamente soggetto a un dazio del 100% su tutte le merci spedite negli Stati Uniti d’America. Tale dazio prevarrà sugli accordi commerciali stipulati con il Paese in questione, indipendentemente dal fatto che siano stati attuati, firmati o meno. Inoltre, il dazio del 100% sarà immediatamente applicato qualora tali Paesi procedano con l’introduzione dell’imposta domanda». Bruxelles ha replicato, sostenendo che le sue minacce sono ingiustificate e quindi, se attuate, la Commissione Ue risponderà.
L’ennesima sparata del tycoon che arriva nelle stesse ore in cui a Washington sembrerebbe essere arrivata l’intesa tra Israele e Libano, rifiutata però da Hezbollah perché indebolirebbe la l’unità il Paese, per un cessate il fuoco dopo quattro giorni di trattativa. Roma però si è subito congratulato per il risultato: «Il Governo italiano accoglie con favore l’annuncio di un accordo quadro tra Libano e Israele, grazie alla mediazione Usa». Il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha pubblicato un messaggio su X scritto in farsi in cui spiega che «il comandante della Forza Quds iraniana, Qaani, ha recentemente lanciato numerose minacce contro Israele. In ogni caso, se l’Iran attacca Israele, sarà il suo più grande errore. Né Hormuz né il fuoco sui civili lo aiuteranno. Nulla ci fermerà. Le nostre forze sono pronte a portare a termine la missione».
Su Hormuz non si riesce a risolvere l’impasse. I Guardiani della rivoluzione islamica ieri hanno smentito le dichiarazioni di alcuni funzionari statunitensi secondo cui sarebbe stato istituito un canale diretto tra Teheran e Washington sul tema dello Stretto di Hormuz. «Si tratta di una menzogna completa e lo smentiamo con forza. Non è mai accaduto e non accadrà. Lo Stretto di Hormuz è territorio iraniano e non ha nulla a che fare con gli Stati Uniti». Non proprio una bella notizia considerata la violazione del cessate il fuoco nello Stretto da parte degli iraniani condannata e denunciata così da Trump: «La Repubblica islamica dell’Iran ha lanciato almeno quattro droni d’attacco unidirezionali contro navi in transito nello Stretto di Hormuz. Uno dei droni ha colpito in pieno il ponte superiore di una grande e costosissima nave da carico. Sono stati riportati danni, ma la nave ha potuto proseguire la navigazione. Ovviamente, si tratta di una folle violazione del nostro accordo di cessate il fuoco».
Immagino che da ieri nessuno avrà più dubbi sul prezzo da pagare per la transizione energetica. Volkswagen, ossia il più grande gruppo automobilistico europeo e il secondo nel mondo, si prepara a licenziare 100.000 dipendenti, all’incirca un sesto dell’intera sua forza lavoro. La decisione sarebbe maturata in seguito al calo delle vendite ma soprattutto dei profitti che nello scorso anno si sarebbero ridotti di oltre il 40 per cento. Che a Wolfsburg, in Bassa Sassonia, le cose non andassero a gonfie vele lo si era capito da tempo, quando l’azienda aveva annunciato un programma di riduzione del personale da qui al 2030.
Ma mesi fa nessuno immaginava che i tagli fossero di simili dimensioni. Soprattutto, all’inizio dell’anno non vi erano segnali di cessione di interi rami d’azienda. Invece, pochi giorni fa è arrivata la notizia della vendita della divisione motori marini, ceduta per 7,4 miliardi, e ieri la doccia fredda di un piano di «esuberi» con il doppio dei numeri previsti nella peggiore delle ipotesi. Come se non bastasse, sulla stampa specializzata sono iniziate a circolare voci che non escludono il fallimento del gruppo.
Volkswagen è un colosso industriale di oltre 320 miliardi di fatturato e con 114 stabilimenti sparsi nel mondo. Ma pur essendo un gigante ha i piedi d’argilla, costituiti non già dall’alto debito, che pure esiste, ma dagli obblighi indotti dalle misure imposte dall’Unione europea per combattere il cambiamento climatico. La rivista tedesca Manager magazin, in uno dei suoi ultimi numeri, ha dedicato alla questione della sostenibilità del gruppo un’inchiesta, sentendo in forma anonima i componenti del consiglio di amministrazione della casa automobilistica e le risposte non sono state confortanti. Sei dei nove membri del cda si sono spinti fino a definire l’azienda a rischio di sopravvivenza. Altri tre hanno parlato di una «situazione tesa». Nessuno ha scelto l’opzione che descriveva il quadro come «non critico».
La crisi della Volkswagen tuttavia non è isolata. Innanzitutto perché coinvolge l’industria della componentistica, con tagli pesanti anch’essi già annunciati; ma poi se il gruppo di Wolfsburg sta male, neppure i concorrenti si sentono granché bene. Martin Brudermueller, presidente del consiglio di sorveglianza di Mercedes Benz, due giorni fa dalle pagine del quotidiano economico Handelsblatt ha lanciato l’allarme: la situazione è gravissima, il costo del lavoro è fuori controllo e la produttività non basta più a contrastare i competitor internazionali. Secondo Brudermueller, la crisi in Germania è molto più grave di quanto la maggior parte delle persone pensi.
Qualcuno potrebbe fare spallucce e magari anche pensare che se i tedeschi arrancano, gli italiani potrebbero trarne vantaggio o per lo meno ne potrebbe guadagnare l’industria automobilistica di casa nostra. Sbagliato. Non solo perché le aziende del settore hanno tutte, chi più chi meno, gli stessi problemi, ma una parte delle nostre imprese che operano nell’automotive lavorano per le grandi case della Germania. Dalle viti ai motori, dai freni ai cambi, molta componentistica montata dai veicoli di Volkswagen, Audi, Mercedes, Opel Bmw e Porsche è made in Italy. Dagli pneumatici (5,5 per cento) per finire alle parti meccaniche o ai sedili (21,2), le imprese nazionali lavorano a pieno ritmo per Berlino e dintorni e la crisi le investe inevitabilmente.
Certo, nessuno immaginava che introducendo norme sempre più stringenti per raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione gli effetti sarebbero stati questi. Ma ora solo gli stupidi rifiutano di ammettere che così si è spinta l’auto verso il baratro. Aver accelerato l’adozione dei motori elettrici, penalizzando quelli termici, rischia infatti di far scomparire la spina dorsale dell’industria europea. E solo i folli possono negare che, di questo passo, la transizione energetica ci porterà a una distruzione di valore e alla perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro, creando problemi sociali spaventosi. Purtroppo, i pazzi sono però alla guida dell’Europa e ogni giorno fanno danni. E a questo proposito, l’ultima invenzione riguarda il regolamento Ue sul metano, che potrebbe farci perdere fino al 43 per cento delle forniture di gas e fino all’87 per cento degli acquisti di petrolio, a causa del rischio di non conformità ai requisiti imposti da Bruxelles agli importatori.
Dodici Paesi, tra cui l’Italia (più la Germania), hanno lanciato l’allarme, ma ieri il commissario all’energia, il danese Dan Jorgensen, ha chiuso la porta a qualsiasi modifica. «Il mio compito», ha detto, «è garantire l’attuazione dei provvedimenti per combattere il cambiamento climatico». Dunque, avanti fino alla morte dell’economia europea. E della nostra.
Lavoratori di tutto il mondo, refrigeratevi. La Cgil di lotta e di condizionatore è da tempo impegnata, come sappiamo, in una campagna infuocata, o per meglio dire: ghiacciata, contro il caldo.
Il nuovo manifesto della rivoluzione proletaria, ma soprattutto proletarieggiata, è pubblicato sul sito ufficiale del sindacato, con tanto di manifesto stampabile: «Dove lavori? All’aperto sotto il caldo? In ambiente chiuso senza aria condizionata? Attenzione: è un serio pericolo». Lotta dura, frigorifero senza paura: altro che salario minimo, il vero obiettivo è la temperatura massima. Bisogna sconfiggere il nuovo nemico di classe: il «rischio microclimatico», come recita per l’appunto il manifesto della campagna Cgil. Dalla rivendicazione del contratto alla rivendicazione del ventilatore, la rivolta sociale è solo una questione di tempo, ma soprattutto di previsioni del tempo. Il segretario Maurizio Landini, per cominciare, ha già proposto una bella tassa sul caldo, come raccontato ieri dalla Verità. E intanto un suo discepolo, Antonio Di Franco, segretario degli edili Cgil, accusa; «I lavoratori muoiono e Giorgia Meloni non fa nulla». In pratica: non piove, governo ladro. O peggio: c’è il solleone, governo assassino. Si attende, per combatterlo, ulteriore ventaglio di proposte. Ma prima ancora un ventaglio pieghevole.
Bando all’ironia, però: la Cgil ha preso davvero sul serio l’allarme caldo. Così sul serio che, dopo aver suggerito tasse, dopo aver organizzato campagne, dopo aver sollevato proteste e soprattutto dopo aver chiesto il fermo dei cantieri, tutto per combattere le eccessive temperature, invita i militanti in piazza a Napoli per il Gay pride. Dove evidentemente le eccessive temperature sono entrate in sciopero su richiesta di Landini. Il corteo, infatti, partirà proprio alle 15, giusto per permettere a tutti di stare un po’ più freschi. Si sa che a quell’ora non fa caldo, garantisce la Cgil. Il sindacato, per altro, ha anche approntato un carro tutto suo. Obiettivo: protestare «contro le destre che dimostrano xenofobia, razzismo, transfobia, sovranismo» e soprattutto che «negano i diritti». A cominciare, ovviamente, dal diritto di sfuggire all’afa. Ma, insomma, come si permette questo governo di tollerare che in Italia ci siano persone che lavorano nei giorni caldissimi e nelle ore caldissime e nelle città caldissime? Per protesta tutti in piazza. In un giorno caldissimo. In un’ora caldissima. E in una città caldissima. Bandiera rossa e bollino arancione. Ma soprattutto facce di bronzo. Incandescenti.
La morale Cgil, infatti, è chiara: con le temperature alte non si può andare al lavoro, ma si può andare al Gay pride. Miracoli sindacali. A Napoli, in queste ore, è stato alzato il livello d’attenzione proprio per il rischio caldo. Negli ospedali è stato attivato il «percorso calore». La diocesi ha aperto le chiese per soccorrere i più fragili. E si susseguono balckout. Eppure è proprio in questo contesto che alle 15, puntuale come la canicola, la Cgil si presenterà in piazza Giovanni Leone (Porta Capuana) per iniziare il corteo. Poi sfilerà per via Colletta, corso Umberto I, piazza Bovio, fino ad arrivare a via Toledo e piazza Dante. Tutti posti, immaginiamo, dotati di aria condizionata e refrigeratori portatili. O forse la Cgil pensa che oggi alle 15 a Napoli ci saranno nevicate e temperature siberiane?
È vero che la capacità del sindacato di azzeccare previsioni è ridotta sotto zero (termico) come ha dimostrato il referendum sul lavoro dell’anno scorso (per non dire dei disastri provocati ai salari degli operai, sempre sacrificati sull’altare delle carriere politiche e dell’esibizionismo dei segretari). Ma possibile pensare a Napoli in versione Polo Nord? Proprio oggi? E allora c’è qualcosa che non torna: dall’onda rossa all’ondata di calore, il passo è breve. Come è possibile? La Cgil si batte in prima linea per salvare i lavoratori dalle temperature elevate e poi li porta in piazza a Napoli alle 15 in mezzo alle temperature elevate. Ci vorrebbe un sindacato per difendere gli iscritti al sindacato. Pensate che a Parigi il Gay pride è stato annullato, proprio per il caldo. Gli organizzatori hanno detto: non si mette a rischio la vita delle persone. Sfilata rinviata. Noi invece in Italia abbiamo la Cgil. E perciò stiamo freschi, persino quando si muore di caldo.

