C’è stato un periodo in cui andava di moda fare domande scomode. Repubblica, per esempio, ne rivolse dieci a Silvio Berlusconi, chiedendogli settimana dopo settimana di rispondere circa le frequentazioni di alcune avvenenti signorine. Finché il Cavaliere era a Palazzo Chigi, il genere giornalistico funzionò alla perfezione, mietendo consensi e copie fra chi apprezzava l’irriverenza dei quesiti. Poi, tramontato il leader di Forza Italia, alla stampa è passata improvvisamente la voglia di chiedere. Le notizie scivolano via senza che nessuno si preoccupi di approfondirle. Anzi, in qualche caso si tenta di glissare anche sulle informazioni che necessiterebbero di vere e proprie inchieste. Un esempio su tutti è il cosiddetto caso Storari, dal nome del pm che per non lasciare che si insabbiasse un’indagine ha passato i verbali a Piercamillo Davigo, scavalcando il suo capo. Il procuratore generale della Cassazione, titolare dell’azione disciplinare, ne ha chiesto la rimozione, ma alcune centinaia di magistrati si sono schierati al fianco di Storari, manifestandogli solidarietà. Il che ha fatto alzare il sopracciglio ad alcuni commentatori. Si possono capire le sue ragioni, sostengono i fautori della linea rigorista, ma non si può lasciar passare il principio che un magistrato in disaccordo con il suo superiore lo bypassi ignorando tutte le procedure. È vero, il comportamento di Storari non è esattamente ciò che è previsto dal codice. Tuttavia, al di là dalle forme, che pure sono importanti, ci sono alcune questioni di sostanza sulle quali gli illustri editorialisti e, a dire il vero anche i politici che sula faccenda sono muti come pesci, dovrebbero rispondere. Per questo ci permettiamo di fare noi alcune domande che sottoponiamo al ministro della giustizia Marta Cartabia, la quale avrebbe l’interesse, oltre che il dovere, di chiarire che cosa è successo dentro la Procura di Milano negli ultimi anni e perché quello che era giudicato l’ufficio giudiziario più avanzato del Paese oggi è considerato un porto delle nebbie e ancor più un luogo dove si consumano faide e lotte di potere che nulla hanno a che spartire con la giustizia.
La storia, come è noto perché ne abbiamo già parlato, ruota intorno al processo Eni e a due testimoni coccolati dalla procura che rispondono al nome di Vincenzo Armanna e Piero Amara. Cominciamo:
- È vero o no che l’avvocato Piero Amara, tra il dicembre del 2019 e il gennaio del 2020, rivelò l’esistenza di una loggia segreta che agiva all’insaputa delle istituzioni?
- È vero o no che il 17 aprile 2020 la contitolare dell’inchiesta, ossia il procuratore aggiunto Laura Pedio, manifestava a Storari la perplessità sull’opportunità di cominciare un’indagine sulle rivelazioni di Amara e suggeriva di parlarne con il procuratore capo Francesco Greco?
- È vero o no che Amara venne iscritto nel registro degli indagati per le sue rivelazioni solo dopo che il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi telefonò al procuratore capo di Milano Francesco Greco?
- È vero o no che Salvi chiamò Greco solo dopo aver ricevuto informazioni sulle accuse di Amara da Piercamillo Davigo, il quale aveva ricevuto una copia del verbale da Storari?
- È vero o no che, mentre da un lato non si procedeva sulle dichiarazioni di Amara relative alla loggia segreta, la Procura di Milano, nella persona del procuratore capo Francesco Greco e del suo vice Laura Pedio, decise di trasmettere alla Procura di Brescia – competente a indagare sui magistrati in servizio a Milano – il breve passaggio in cui l’ex legale dell’Eni gettava inquietanti insinuazioni sul presidente del collegio del processo Eni, insinuazioni che dopo essere state valutate sono state peraltro archiviate dai giudici bresciani?
- È vero o no che il procuratore capo Francesco Greco e la sua vice Laura Pedio vennero informati dal procuratore aggiunto Fabio De Pasquale della sua intenzione di chiedere al tribunale di ammettere la testimonianza di Amara il giorno dopo (5 febbraio 2020) il deposito dell’esposto a Brescia che riguardava il presidente del collegio del processo Eni?
- È vero o no che dopo nove mesi gli accertamenti sui due cellulari in possesso di Vincenzo Armanna, uno dei testimoni coccolati dalla Procura di Milano, non sono ancora stati ultimati e i relativi contenuti non sono ancora stati messi a disposizione delle parti?
- Nel libro Magistropoli di Antonio Massari si citano con abbondanza molti dei messaggi rinvenuti in un telefono di Armanna. Come è possibile che le chat siano finite in un libro e non siano entrate nel processo?
- È vero o no che Vincenzo Armanna entrò in possesso dei verbali in cui Amara rivelava la famosa loggia segreta prima che Storari ne consegnasse copia a Davigo?
- È vero o no che la Procura di Roma ha acquisito una videoregistrazione del duo Amara-Bigotti risalente al 18 dicembre 2014 e nella quale si svelerebbero molti retroscena utili per il procedimento Eni. E se sì, perché i pm di Milano non l’hanno acquisita e messa a disposizione delle parti?
- È vero o no che un video in cui erano manifeste le intenzioni di Armanna di accusare i vertici Eni non venne messo a disposizione del tribunale e delle parti e questo ha scaturito un’indagine della Procura di Brescia?
- Perché la Procura di Milano non ha ancora chiuso le indagini sul “falso complotto” Eni, scegliendo, dopo quattro anni, se chiedere il rinvio a giudizio o l’archiviazione?
- A che punto è l’indagine sul testimone che avrebbe ricevuto 50 mila dollari da Armanna per sostenere in tribunale false accuse nel processo Eni? Armanna poi è stato a sua volta inquisito per ciò che appare un tentativo di subornazione di testimone?
- È vero o no che la Procura di Milano ha rifiutato di consegnare alla Procura di Brescia gli atti di una rogatoria relativa al tentativo da parte di Armanna di pagare un testimone affinché confermasse le sue accuse?
- Da giurista qual è, lei signor Guardasigilli, come pensa che si concilierà l’appello che la Procura di Milano intende presentare contro l’assoluzione degli imputati del processo Eni con l’assoluzione ormai passata in giudicato di altri imputati?
- Non crede sia giusto, signor ministro, informare l’opinione pubblica in merito ai costi dell’indagine e del processo Eni?
- Lei, signor Guardasigilli, crede davvero che il problema principale della Giustizia, riguardi il turbamento provocato dal comportamento del pm Storari nei confronti di 4 su 64 colleghi della Procura di Milano?
- Da ultimo, non pensa che questa vicenda valga qualche cosa di più di un’ispezione o della semplice rimozione di un pm affinché tutto continui come prima?
Domani il Csm decide se cacciare Storari oppure no: a lei la palla. Se vuole dimostrare all’Europa che nei tribunali qualche cosa è cambiato, o può cambiare, ne ha l’occasione.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >