Diffidare dell’Ue non è sovranismo. Semmai è spirito di sopravvivenza
Inflazione, crescita, sanzioni: gli scenari ottimistici teorizzati da Bruxelles e Bce sono stati di nuovo smentiti dalla realtà. Gli Stati devono abituarsi a considerare le ipotesi peggiori. Ed essere pronti a difendersi da sé.

Chi non sa prevedere non sa nemmeno governare. Anche di fronte a eventi eccezionali e inediti, ciò che si richiede a un buon governante non può certo essere di azzeccare ogni singola scelta, ma – questo sì – di avere l’avvedutezza di articolare le previsioni, di delineare sempre più scenari (incluso il peggiore, quello cosiddetto worst case), e di essere pronto a calibrare le azioni a seconda del mutare – in meglio o in peggio – del contesto.

Purtroppo l’Ue è uno spettacolare laboratorio dove si sperimenta l’opposto: da un lato, si predispongono piani «sovietici», guidati dalla presunzione fatale di sapere quali settori economici saranno trainanti tra sei o sette anni; dall’altro, si sbagliano sistematicamente tutte le previsioni.

Ecco la leggendaria Christine Lagarde, guida della Bce, in una dichiarazione del 20 gennaio 2022. Titolo della Stampa: «Inflazione. Lagarde, nel 2022 si stabilizzerà e calerà. Non agiremo come la Fed». E nel corpo dell’articolo: «Pensiamo che nell’anno 2022 (l’inflazione, ndr) si stabilizzerà e calerà. Calerà meno di quanto noi e tutti gli economisti avevano previsto, ma calerà». Concetto ribadito il 21 gennaio: «Nonostante l’inflazione sia arrivata al 5%, non ci aspettiamo una dinamica durevole che porti la crescita dei prezzi fuori controllo, e non penso che raggiungeremo mai i livelli degli Usa». La governatrice Bce era fissata con l’idea della transitorietà dei rincari: pure in una sua conversazione tv di qualche mese prima nel programma Che tempo che fa, a fine novembre 2021, aveva detto: «La corsa dell’inflazione scomparirà, è un fenomeno temporaneo causato dal Covid».

Di recente, come si sa, sono arrivate le scuse: nel doppio senso del chiedere scusa e dell’avanzare scusanti. Ecco la Lagarde a inizio settembre 2022: «Abbiamo fatto degli errori nelle previsioni sull’inflazione, come tutte le istituzioni internazionali, come molti economisti, perché è virtualmente impossibile prevedere e includere nei modelli il Covid, la guerra in Ucraina, il ricatto sull’energia».

In realtà, sbagliare è umano, ma perseverare è eurolirico. Non basterebbe un’enciclopedia a fascicoli per mettere in fila gli errori di previsione dell’altra figura di vertice, la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. Solo nell’ultimo triennio sono risultate inefficienti le sue strategie centralizzate di acquisto dei vaccini; sbagliate (rispetto ad esempio alla Gran Bretagna) le opzioni ultrachiusuriste nel contrasto al Covid; autoillusoria (qualunque cosa si pensi sulla guerra in Ucraina) la convinzione che le sanzioni, oltre a colpire ovviamente Vladimir Putin, risultassero indolori per noi stessi.

Ma perfino prima della guerra pure la von der Leyen non aveva capito nulla di ciò che stava arrivando. Risulta surreale rileggere cosa disse all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università cattolica di Milano, il 19 dicembre 2021: «Grazie alla solidarietà europea e alla capacità dell’Italia di gestire efficacemente la pandemia, l’economia italiana sta crescendo più in fretta che in qualunque altro momento dall’inizio di questo secolo». E ti credo: si usciva da un decennio di stagnazione e da due anni di abisso… Ma nulla sembrava frenare l’ottimismo della tedesca mentre si rivolgeva agli studenti: «Il Pil italiano ritornerà ai livelli pre crisi già entro la metà del prossimo anno, in tempo per le lauree dei più grandi tra di voi. Gli ordinativi sono in crescita e le imprese sono alla ricerca di personale: negli ultimi anni non ci sono mai state così tante offerte di lavoro».

Diranno i difensori d’ufficio che le nostre obiezioni sono intellettualmente disoneste, perché prendono in esame anche dichiarazioni rilasciate prima del 24 febbraio, cioè prima dell’invasione russa dell’Ucraina. E che la guerra e la crisi energetica siano state un potente acceleratore, non è ovviamente in discussione. Tuttavia, se c’è qualcosa di intellettualmente disonesto, è addebitare solo alla guerra queste tendenze, che si erano manifestate ben prima (poi naturalmente il conflitto ha peggiorato tutto). A causare l’impennata dell’inflazione sono stati – da una parte e dall’altra dell’Atlantico – i megastimoli governativi, uniti all’ambientalismo esasperato e alla pretesa di puntare sul green (aumentando la domanda delle materie prime per la relativa componentistica). I segni di tutto questo erano riscontrabili almeno dall’autunno del 2021.

Eppure, per avere un segno di resipiscenza della von der Leyen, si è dovuto attendere il 24 giugno 2022: «Ci sarà una crescita nel 2022 e nel 2023 nell’eurozona, anche se a ritmo inferiore rispetto a quanto anticipato prima della guerra». Capite bene che, con questi presupposti, quando (è successo ieri all’Europarlamento), la von der Leyen proclama, parlando di energia, che «abbiamo tutti gli strumenti per superare l’inverno», c’è da tremare.

La realtà è che diffidare di questa Ue non è ideologia, ma puro pragmatismo, purtroppo supportato dalla statistica. Morale: si consigliano due antidoti. Primo: nel ventaglio delle previsioni, metodologicamente, non trascurare mai l’ipotesi peggiore, naturalmente tentando di predisporre la risposta più adeguata possibile. Secondo: come fanno tutti gli altri Paesi Ue, prepararsi a far da sé. Certo, tenendo conto dei mercati, delle nostre fragilità strutturali, degli elementi di prudenza che vanno massimamente considerati: ma, con questi paletti e questi caveat, il consenso di Bruxelles può essere eventualmente un plus, ma non può più rappresentare una conditio.

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