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Dieci persone sono state fermate dai carabinieri di Castello di Cisterna nel campo rom di Caivano (Napoli) con accuse che vanno dalla rapina al furto, al riciclaggio, alla resistenza a pubblico ufficiale e al trasferimento fraudolento di valori. Secondo gli investigatori, il gruppo avrebbe messo a segno circa 70 colpi tra furti ai danni di negozianti, rapine ad automobilisti e assalti a sportelli bancari, anche utilizzando la tecnica della «spaccata». Gli indagati avrebbero ostentato sui social network i proventi delle attività criminali.
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Il Papa rifiuta il «falso» pragmatismo della «cultura di potenza» E invita a «vedere» il mondo com’è, ma per cambiarlo in meglio.
È un Papa democristiano? È un Papa progressista, anche se un po’ meno radicale di Francesco? O è un Papa woke, come gli rinfacciano i Maga?
Dato che Robert Francis Prevost è cattolico, incasellarlo è un’operazione di discutibile riduzionismo. Ma nella sua prima enciclica, Magnifica humanitas, dedicata all’Intelligenza artificiale, Leone XIV tratteggia anche i contorni del suo pensiero politico. Che risponde a un’esigenza: salvare il realismo (cristiano) dalle distorsioni della Realpolitik.
Il pontefice, in primo luogo, contesta l’utilizzo pretestuoso del pessimismo antropologico e geopolitico per giustificare la «cultura della potenza». Al «falso “realismo”», quello che scambia «la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, conclude che deve dominare», ne contrappone uno «sano». Il realismo autentico», sostiene il vicario di Cristo, «non rinuncia a cambiare il mondo: comincia dal vedere con chiarezza interessi, paure, vincoli e rapporti di forza», ma non allo scopo di indurre una pelosa rassegnazione al «cinismo», bensì «per calcolare che cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi». Questo approccio «non riduce la politica alla moralità», ricusando l’autonomia filosofica conquistata in età moderna, grazie al contributo pionieristico dei Niccolò Machiavelli, dei Francesco Guicciardini, dei Thomas Hobbes; «ma neppure la consegna alla violenza: cerca via praticabili perché la pace sia più di una parola, cioè istituzioni credibili, garanzie verificabili, negoziati pazienti, prevenzione dei conflitti e tutela dei civili».
In uno scritto il cui fulcro sono le sfide legate alle nuove tecnologie, il Papa non ha modo di approfondire più di tanto questi abbozzi di teoria politica. Di certo, a suo avviso, il problema del falso realismo è strettamente correlato a quello della «normalizzazione della guerra» da parte di una «cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti».
Diventa cruciale, allora, sottolineare la differenza che passa tra la deformazione del realismo allo scopo di legittimare l’imperialismo e il disincanto di un’analisi capace di separare il piano osservativo da quello normativo. Se, con Tucidide, si prende atto che la forza fa il diritto, non è necessario anche sposare questa posizione e - men che meno - auspicare che chi comanda vi si adegui. Conoscere il mondo per quello che è, anzi, aiuta a trovare strategie più efficaci per migliorarlo, purché entro i limiti del possibile. Non a caso, sul Machiavelli impudente consigliere di un principe senza scrupoli, si diffusero ben presto le cosiddette interpretazioni «oblique», per le quali il diplomatico fiorentino, fingendo di consegnare al sovrano un manuale sull’accrescimento amorale del potere, ne svelava invece la profonda iniquità.
Anche senza ipotizzare, alla Leo Strauss, doppi livelli di lettura, bisogna riconoscere che il nocciolo del realismo politico è sempre stato questo: partire dalla situazione di fatto, non per costruire il mondo perfetto, ma per evitare che il mondo stesso finisca in rovina. E magari per provare, con prudenza, a emendarlo. Emerge qualcosa della canonica cautela conservatrice: la convinzione che la rivoluzione sia peggio delle riforme; che l’utopia conduca al disastro; che le ottime intenzioni lastrichino la strada per l’inferno. La circospezione gnoseologica e pratica, tuttavia, non equivale all’appiattimento sulla Storia, della quale la volontà sarebbe, hegelianamente, mera spettatrice. Non occorre respingere il cambiamento; semmai, si deve dirigerlo. Anzi, come scrisse Edmund Burke, capostipite dei conservatori britannici, «uno Stato che non ha mezzi per cambiare è uno Stato che non ha mezzi per conservarsi».
Del realismo politico, è oggi più che mai urgente recuperare l’intuizione essenziale: quella che Richard Ned Lebow chiama «concezione tragica della politica» e che Robert Kaplan definisce «mente tragica». Si tratta della consapevolezza che la natura umana (in Hans Morgenthau e Reinhold Niebuhr) o la struttura del sistema internazionale (in John Mearsheimer) tendono a trascinare le comunità e gli Stati in una competizione per il primato e il prestigio, di cui la guerra è una conseguenza tutt’altro che improbabile. La politica, in una situazione del genere, ha un compito circoscritto ma fondamentale: non può aspirare a costruire un uomo nuovo, però può adattare le istituzioni in maniera che si prestino a dissolvere la prospettiva del conflitto totale. Si guardi l’ultimo saggio di Randall Schweller: un fautore del realismo «offensivo» che condanna il massimalismo ideologico americano nei confronti della Cina e propone una via per la coesistenza.
È qui, forse, che inciampa l’enciclica. Prevost bacchetta «la convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza». Non ci si può aspettare che un Papa benedica gli arsenali atomici, ma è evidente che lo spettro della mutua distruzione sia stato e rimanga un gigantesco deterrente, sebbene la proliferazione di questi armamenti alimenti la giusta preoccupazione che essi cadano nelle mani di autocrati sfrenati, oppure di terroristi. Altrettanto scricchiolante è l’elaborazione diplomatica del documento pontificia: è dubbio che il modo migliore per superare le difficoltà del nostro caotico contesto multipolare sia rinnovare le istituzioni multilaterali, dall’Onu in giù.
A Leone, comunque, non pare estranea una rappresentazione quasi girardiana - e molto realista - del dovere di perseguire la pace. Secondo il grande antropologo francese, denunciando l’innocenza della vittima espiatoria, il cristianesimo ha disinnescato il meccanismo ordinatore del sacro: il ricorso alla violenza collettiva contro un nemico quale antidoto alla violenza anarchica, distruttiva per la società. Dal Vangelo in avanti, sostiene René Girard, l’armonia può reggere soltanto se si rifiutano consapevolmente il «diritto di rappresaglia» e persino la «legittima difesa». In Magnifica humanitas, la «cultura del negoziato» e il «metodo della pace» vengono descritti esattamente come «un impegno condiviso, politico e culturale, capace di allontanare gradualmente l’umanità dalla spirale della violenza». Un’impresa che comincia, appunto, da una presa di coscienza.
È la sintesi perfetta del realismo cattolico: pensare in modo tragico per scongiurare la tragedia.
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Donald Trump (Getty Images)
Il presidente ha rinviato un ordine esecutivo che avrebbe introdotto norme più stringenti sulla tecnologia del futuro. Il mondo Maga è diviso tra «sviluppisti», preoccupati di mantenere i vantaggi sulla Cina, e tradizionalisti che paventano la strage di posti di lavoro.
La pubblicazione di Magnifica humanitas potrebbe contribuire ad alimentare il dibattito sull’Intelligenza artificiale che da tempo caratterizza il mondo Maga.
La settimana scorsa, Donald Trump ha improvvisamente rimandato la firma di un ordine esecutivo che avrebbe teoricamente dovuto introdurre delle regolamentazioni, per quanto blande, al settore dell’Ia. Secondo Politico, a convincerlo del passo indietro sarebbe stato il presidente del Consiglio dei consulenti del presidente per la tecnologia, David Sacks, il quale avrebbe fatto presente che eventuali limitazioni avrebbero indebolito gli Usa nella loro competizione con la Cina. Non è un mistero che Sacks sia legato a figure del settore ipertecnologico statunitense che, come Peter Thiel ed Elon Musk, guardano con ostilità alle regolamentazioni governative nel comparto dell’Ia. Regolamentazioni che il fondatore di Palantir da anni identifica come il regno di quell’Anticristo che, in nome dello slogan «pace e sicurezza», punterebbe a creare un mondo unificato e caratterizzato dalla stagnazione tecnologica.
Dall’altra parte, esiste però un pezzo dell’universo Maga che ha espresso timore per questo settore. A metà maggio, Steve Bannon, insieme a una sessantina di altri firmatari, ha inviato una lettera a Trump in cui si chiedeva l’introduzione di regole per lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale. «Sosteniamo le politiche proposte che prevedono test, valutazioni, verifiche e approvazioni governative obbligatorie per i sistemi di Intelligenza artificiale di frontiera potenzialmente pericolosi, prima del loro dispiegamento», recitava la missiva. È interessante notare come tra i firmatari della lettera figurassero anche vari pastori protestanti. Del resto, lo stesso Leone XIV, nella sua enciclica, ha auspicato dei paletti, scrivendo: «Chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’Ia non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana».
Non a caso, ieri, testate statunitensi di vario orientamento - dal conservatore New York Post al liberal Washington Post - hanno sostenuto che l’enciclica vada letta come una sferzata tanto ai big della Silicon Valley quanto (almeno in parte) alla stessa amministrazione statunitense. Anche Nbc News ha affermato che il nuovo documento papale segnerebbe un «altro potenziale punto di attrito» tra la Santa Sede e la Casa Bianca. Del resto, ampi settori del mondo cristiano temono una deriva improntata al transumanesimo: una deriva contro cui punta il dito la stessa Magnifica humanitas. Sotto questo aspetto, non va dimenticato che Trump, alle elezioni del 2024, ha vinto, conquistando sia il voto evangelico che la maggioranza di quello cattolico.
Il presidente americano deve quindi affrontare una tensione non di poco conto all’interno dell’universo Maga. Da una parte, il settore ipertecnologico tende ad arginare la regolamentazione dell’Ia in nome della competizione geopolitica con Pechino; dall’altra, i Maga più «tradizionalisti» puntano il dito contro i rischi legati all’Intelligenza artificiale: dalla questione della sorveglianza agli impatti sulla working class. A incarnare questo dilemma è soprattutto JD Vance. Il vicepresidente americano ha infatti mostrato finora una posizione articolata, se non ondivaga, sull’Ia. L’anno scorso criticò l’Ue per la regolamentazione del settore. Tuttavia, a febbraio, dichiarò: «Sono preoccupato per l’uso dell’Intelligenza artificiale da parte delle aziende per sorvegliare gli americani. Sono preoccupato per le violazioni della privacy, sono molto preoccupato per i pregiudizi politici». Vance è del resto assai vicino a Thiel. Tuttavia, la sua base elettorale è costituita da quei colletti blu della rust belt che temono gli impatti socioeconomici dell’Ia. Si tratta di un nodo che il vicepresidente è chiamato a sciogliere in fretta, anche in virtù delle sue ambizioni presidenziali in vista del 2028.
E attenzione: il dibattito sull’Ia nel trumpismo non riguarda soltanto il cristianesimo ma anche il libertarianism. Quest’ultimo è contrario alle regolamentazioni nel settore privato, ma risulta al contempo ostile agli impieghi governativi dell’Intelligenza artificiale: a partire dalla questione della sorveglianza e da quella del potenziamento degli apparati del Pentagono. Si tratta di un cortocircuito che era già emerso l’anno scorso, quando Musk, a seguito della rottura (poi ricomposta) con Trump, si era convinto a creare un partito, corteggiando parlamentari repubblicani di orientamento libertarian come Rand Paul e Tom Massie.
Insomma, l’attuale presidente americano potrebbe trovarsi davanti a un dilemma non così dissimile da quello davanti a cui si trovò Harry Truman con il Progetto Manhattan: un rompicapo che naviga tra politica interna, sicurezza nazionale, filosofia morale e finanche teologia.
Gli imperi, per loro natura, sono chiamati a dare il senso al destino di un’epoca. E questo senso non può trascendere la fondamentale tensione che si impone tra potere ed escatologia. Una tensione mai risolvibile definitivamente, ma da cui passa il discrimine tra catastrofe e salvezza. In quest’ottica, la dialettica, talvolta aspra, tra la Santa Sede e la Casa Bianca non è necessariamente infeconda, ma può contribuire a imprimere un orizzonte di significato al destino di quest’epoca, per scongiurare sia la mortificazione della dignità umana sia la tirannide mortifera che l’instaurazione di uno Stato universale inevitabilmente comporterebbe.
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Ansa
Una coalizione di 16 Stati chiede più stanziamenti, i «frugali» si oppongono. L’Italia ha deciso di guidare il primo gruppo, benché sia contributore netto (e quindi verserebbe di più, senza ottenere altrettanto). Giusta invece la battaglia per gestire i fondi in autonomia.
La trattativa sul Quadro finanziario pluriennale (Qfp), cioè il bilancio a lungo termine dell’Unione europea, entra nel vivo.
Lunedì, prima del Consiglio Affari generali di ieri, 16 paesi dell’Unione europea, tra cui l’Italia, hanno presentato una dichiarazione congiunta per ridisegnare i contorni del prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034. Una mossa politica arrivata alla vigilia della riunione dei ministri per gli Affari europei.
Il Qfp è strutturato su cicli di sette anni e fissa i tetti massimi di spesa per le grandi categorie di politiche europee, come coesione territoriale, agricoltura, ricerca, difesa, infrastrutture. La Commissione ha presentato l’estate scorsa la sua proposta per il ciclo 2028-2034, per la cifra mostruosa di 1.900 miliardi di euro, con un aumento del 32% rispetto al precedente Qfp 2021-2027 che era di 1.200 miliardi di euro.
I 16 Paesi (Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Grecia, Spagna, Croazia, Ungheria, Italia, Lituania, Lettonia, Malta, Polonia, Portogallo, Romania, Slovenia e Slovacchia) si sono riuniti sotto il cappello informale degli «Amici della Coesione» per firmare una proposta che riguarda tre grandi voci comprese nel primo «pilastro» del Qfp, ossia la Politica di coesione (che finanzia infrastrutture nelle aree più povere dell’Ue), la Politica agricola comune e la Politica comune della pesca. Nella proposta della Commissione queste tre politiche sono le uniche a subire riduzioni in termini reali. I 16 chiedono invece un aumento degli stanziamenti per gli Stati membri, considerandole politiche «radicate nei Trattati». Attualmente coesione e agricoltura rappresentano circa il 60% del bilancio complessivo dell’Ue, ma nella proposta della Commissione la quota scenderebbe al 44%.
La seconda proposta riguarda la governance, su cui i 16 vogliono che la programmazione dei fondi resti «interamente responsabilità degli Stati membri». La critica in questo caso è verso i nuovi Piani nazionali e regionali di partenariato, che legano l’erogazione dei fondi a riforme europee, ricalcando la logica del Recovery Fund.
Le raccomandazioni europee, sostengono i firmatari, non devono «tradursi automaticamente in obblighi». Sul fronte delle entrate, la dichiarazione chiede di valutare «uno schema di rimborso più graduale» del debito contratto con Next Generation Eu e «nuovi strumenti di prestito congiunto» per finanziare investimenti strategici. In sostanza, nuovo debito comune europeo.
Su quest’ultimo aspetto la risposta tedesca era arrivata già ad aprile, allorché il cancelliere Friedrich Merz aveva dichiarato che né un maggiore indebitamento né l’emissione di bond europei sul mercato dei capitali sono «in discussione» da parte tedesca. Berlino è il maggiore contributore netto al bilancio Ue e si oppone sia all’allargamento del bilancio sia al debito condiviso, e non a caso. Il governo Merz è pressato a destra dall’ascesa elettorale dell’AfD, mentre nella famiglia politica moderata la Csu bavarese si sta agitando molto. Peraltro, il debito comune non è previsto dagli attuali trattati e introdurlo richiederebbe la modifica degli stessi, con anni di negoziati che nessuno vuole.
Il comunicato stampa del Consiglio Affari generali di ieri non fa menzione della dichiarazione degli «Amici della Coesione» e si limita a descrivere la proposta di Qfp della Commissione, che comprende i Piani di partenariato nazionale e regionale, il nuovo Fondo europeo per la competitività per settori e tecnologie strategiche, lo strumento Europa globale per i partenariati esterni, il Connecting Europe Facility per le infrastrutture transfrontaliere, il Programma per il mercato unico e le dogane per la cooperazione amministrativa.
Le proposte dei 16 segnalano l’ennesima spaccatura che attraversa l’Europa, tra i Paesi del Nord che non vogliono un aumento del bilancio Ue, e i percettori netti di fondi cui invece la proposta della Commissione non dispiace, almeno nella cifra totale. «Non possiamo continuare a spendere sempre di più in settori tradizionali», ha dichiarato ieri ai giornalisti Marie Bjerre, ministra danese per gli Affari europei, riferendosi all’agricoltura e alla coesione.
Delle proposte dei 16, il rigetto dei Piani di partenariato è quella più centrata, perché tali Patti sarebbero una replica del meccanismo deprecabile del Pnrr, cioè soldi condizionati agli obiettivi europei. In pratica, un modo per comprare le riforme.
Un dubbio però riguarda la posizione dell’Italia, se si considera che 14 dei 16 «Amici» sono percettori netti di fondi del bilancio europeo. Solo Italia e Spagna sono contributori netti e forse questo dovrebbe far suonare un campanello d’allarme a Roma. Conviene all’Italia fare fronte comune con Paesi che beneficiano strutturalmente del sistema molto più di quanto non vi contribuiscano? E vi è qualche ragione nell’allinearsi su questo con il governo socialista dell’altro contributore netto, la Spagna?
Un aumento del bilancio europeo significherebbe per Roma versare di più senza ricevere di più nella stessa proporzione. Se poi l'alternativa fosse finanziare il bilancio con risorse proprie europee, cioè con nuove tasse a livello Ue, il conto per i contribuenti italiani sarebbe ancora più salato.
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