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Ansa
Ammazzato un serbo della missione Unifil. Hezbollah respinge il cessate il fuoco. È salito a 11 il bilancio dei morti (ci sarebbero anche bimbi) nel nuovo attacco a Gaza.
L’annuncio di un accordo di tregua fra Israele e Libano con la mediazione degli Stati Uniti non basta a far cessare i combattimenti fra le forze ebraiche e la milizia sciita Hezbollah.
Anzi, ieri è stato ucciso, da una bomba di mortaio, un casco blu del contingente Onu Unifil. È accaduto nell’area di Marjayoun, vicino Dibbine, nell’avamposto «Miguel de Cervantes» di militari spagnoli. La granata ha ucciso un militare di nazionalità serba e ha ferito un militare spagnolo e uno salvadoregno.
Il caduto era il sergente Milovan Jovanovic, che avrebbe compiuto 37 anni domani, essendo nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo e lascia una moglie e due figli. Il suo decesso è avvenuto dopo un vano ricovero in elicottero al Centro medico universitario di Beirut. Si conferma una volta di più la precaria posizione dell’Unifil, schierato in Libano dal 1978 e sempre fra due fuochi. Attualmente l’Unifil è sotto il comando del generale italiano Diodato Abagnara e conta 7.478 uomini, fra cui 746 italiani. L’esercito israeliano ha attribuito a Hezbollah la morte del serbo, affermando che «una serie di colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani ed effettuati da Hezbollah». Poi l’esercito libanese rilevava: «Le truppe israeliane si sono ritirate da Debbine, nel distretto di Marjeyoun, per facilitare il monitoraggio del cessate il fuoco».
Nella notte era arrivato l’assenso di Beirut a un cessate il fuoco concordato con Israele, con la mediazione dell’amministrazione americana di Donald Trump. Accordo basato sul disarmo di Hezbollah e su «aree pilota» sgomberate dalla presenza israeliana e di Hezbollah e presidiate da truppe libanesi. Alla milizia sciita si chiede il ritiro a Nord del fiume Litani. Il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato che «i negoziati sono stati difficili e sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio». La tregua diverrebbe effettiva «24 ore dall’approvazione definitiva» e sarebbe preparatoria di negoziati dal 22 giugno. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha discusso l’accordo con il suo gabinetto di sicurezza nazionale, ma il problema pare lo stesso del precedente cessate il fuoco di ottobre 2024: il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi. Se il ministro della Difesa Israel Katz si dice soddisfatto, il titolare della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, parla di «grave errore» evocando complicità fra governo libanese e sciiti. Naim Qassem, capo di Hezbollah, ha già definito l’accordo «una capitolazione e una sconfitta». Stando a indiscrezioni del giornale israeliano Haaretz, Qassem rifiuterebbe l’accordo su impulso dell’Iran, dato che gli ayatollah non intendono separare la crisi nel Golfo Persico da quella libanese, come invece vorrebbe Trump.
Un funzionario israeliano ha anticipato alla testata Ynet che l’esercito ebraico «rimarrà nelle aree conquistate» fra cui la cresta del castello di Beaufort, e che «proseguiranno le operazioni per smantellare Hezbollah». Afferma che il senso dell’accordo è «spingere lo stato libanese ad affrontare Hezbollah», risolvendo il problema di una milizia che è uno «Stato nello Stato». Proprio ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato aiuti per 100 milioni di euro destinati «al rafforzamento dell’esercito libanese». In giornata Israele ha compiuto raid con droni e aerei, colpendo Sohmor e altri siti nella valle della Bekaa, come la diga di Qaraoun, oltre a un’automobile sulla strada Kfar Kila e Zefta, facendo sei morti e otto feriti. Hezbollah ha lanciato razzi sui soldati israeliani, oltre a droni che sono stati abbattuti. Gli sciiti hanno però rivendicato la distruzione di un carro armato israeliano al castello di Beufort con un missile.
Ieri, dopo che il direttore del Mossad, David Barnea, ha lasciato l’incarico a Roman Gofman, il Jerulasem Post ha rivelato che l’uccisione, il 27 settembre 2024, dello storico capo di Hezbollah Hassan Nasrallah con un raid aereo sarebbe dovuta a speciali sistemi di puntamento installati nel suo quartier generale da spie del servizio segreto ebraico. Nel frattempo, è aumentato il numero delle vittime del raid israeliano su Gaza: si parla di 11 morti, inclusi dei bambini.
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Donald Trump (Ansa)
Altra giornata di scontri in Medio Oriente, pace più lontana. Trump se la prende con la Camera che ha bocciato la guerra: «Siete contro la patria».
Continua a rivelarsi ricco d’incognite il processo diplomatico tra Washington e Teheran. «Non si sono registrati progressi tangibili nel processo negoziale», ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
Uno scoglio sul tavolo è del resto quello della crisi libanese: non è infatti un mistero che la Repubblica islamica voglia la risoluzione del conflitto tra Israele ed Hezbollah come parte integrante di un eventuale accordo con la Casa Bianca. «La nostra condizione iniziale per accettare un cessate il fuoco nella guerra regionale è stata un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso», hanno affermato, ieri, i pasdaran, per poi aggiungere: «Il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali, evacuando i territori occupati del Libano e riconoscendo l’integrità territoriale del Libano».
Mercoledì, Washington, Beirut e Gerusalemme avevano emesso un comunicato congiunto, concordando un cessate il fuoco «subordinato alla completa cessazione degli attacchi di Hezbollah». Tuttavia, ieri, il leader della stessa Hezbollah, Naim Qassem, ha bollato l’accordo tra Libano e Israele come una «resa». Ha quindi affermato che gli attacchi contro il Nord dello Stato ebraico proseguiranno fin quando continueranno i bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri. Poco dopo, un funzionario di Hezbollah ha confermato il rifiuto della tregua. Bisognerà quindi capire quale impatto avrà questa situazione sul destino della diplomazia tra Stati Uniti e Iran. D’altronde, un altro scoglio riguarda Hormuz. Ieri, il ministero degli Esteri iraniano ha detto che Teheran «non intende riscuotere tasse di passaggio, dazi di transito o pagamenti per i diritti di transito», ma soltanto delle tariffe di servizio. Non è al momento chiaro come reagirà Washington, che si è sempre espressa contro eventuali pedaggi imposti dalla Repubblica islamica nello Stretto.
Nel frattempo, Donald Trump avrebbe deciso di non riprendere le ostilità con Teheran, a meno che la Repubblica islamica non uccida dei soldati americani. Non solo. Oltre a dire che le trattative con il regime khomeinista starebbero andando «molto bene», il presidente statunitense non ha escluso l’eventualità di incontrare la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un Khamenei che, secondo Washington, sarebbe coinvolto nei negoziati e che, ieri, ha esortato gli iraniani a «preservare l’unità nazionale». In tutto questo, mercoledì, il presidente americano ha ammesso di aver definito «pazzo» Benjamin Netanyahu durante un litigio telefonico, ma ha anche cercato di gettare acqua sul fuoco. «Abbiamo lavorato molto bene insieme. Bibi mi piace molto. E lavoro molto bene con lui», ha detto. Lunedì, Trump si era notevolmente irritato con il premier israeliano, ritenendo che i raid dello Stato ebraico su Beirut avrebbero compromesso le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di salvaguardare il processo diplomatico con Teheran, tentando di raffrenare sia Hezbollah che Gerusalemme. Tuttavia, nel mezzo di queste manovre complicate, Trump si sta ritrovando a dover affrontare una grana interna. L’altro ieri, la Camera dei rappresentanti, anche attraverso il voto favorevole di quattro deputati repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che esige la conclusione del conflitto in Iran: una circostanza che, neanche a dirlo, ha profondamente irritato il presidente statunitense. «Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con quattro repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?», ha tuonato Trump, ieri, su Truth.
Come riportato da The Hill, non è chiaro se la risoluzione abbia forza di legge e se sia quindi vincolante. Bisognerà inoltre attendere l’eventuale ok del Senato. Ciò detto, dal punto di vista politico, si configura potenzialmente un problema per il presidente americano. Continua infatti ad aumentare la pressione su di lui, affinché chiuda la questione iraniana. Ricordiamo che, sulla base del War powers act, il presidente deve ottenere l’ok del Congresso, qualora le azioni militari da lui ordinate superino i 60 giorni. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha finora sostenuto che le ostilità con Teheran sono terminate a seguito del cessate il fuoco stipulato l’8 aprile e prorogato a tempo indeterminato il 21 dello stesso mese: il che, argomenta la Casa Bianca, renderebbe inutile richiedere e ottenere l’autorizzazione da parte del potere legislativo. Sarà quindi necessario capire in che modo questa questione si intersecherà con le trattative iraniane. E se avrà degli impatti in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Il presidente ucraino: «Siamo pronti a trovare una soluzione». E Putin propone Schröder come mediatore. Positivi i colloqui europei con Volodymyr. Conviene rafforzare il dialogo, anche perché, messo alle strette, il Cremlino può puntare sul nucleare.
Ormai è una guerra per sciami di droni. Se Kiev bombarda San Pietroburgo, Mosca risponde con incursioni sul Donetsk, e tenere la contabilità dei morti, dei danni, della disperazione è un macabro esercizio aritmetico fatto però su una partita doppia disumana: nella colonna del dolore compaiono solo le vittime ucraine, in quella dell’indifferenza ci sono i russi.
Nessuno s’è indignato che Zelensky a fine maggio abbia autorizzato il bombardamento di una scuola - almeno dieci ragazzi uccisi -, nessuno ha esecrato il fatto che due giorni fa un drone ucraino è stato lanciato contro un autobus in viaggio da Mosca a Simferopol in Crimea: ci hanno lasciato la pelle in otto. Ma erano russi e allora tutti zitti. Ieri, tanto per dare un seguito, gli ucraini hanno attaccato in Crimea un treno. Risultato: tre morti e undici feriti. Per contro i russi con un attacco nel Donetsk su una quarantina di obbiettivi civili hanno fatto altre cinque vittime e undici feriti. Bloomberg sostiene che i tre volenterosi (Francia, Germania e Regno Unito) avrebbero avviato colloqui con i russi per arrivare alla fine della guerra. Il motivo? I russi sono indeboliti. Elemento in parte positivo per Kiev, ma che tuttavia potrebbe indurre Vladimir Putin a decisioni estreme come il ricorso all’arma nucleare . Forse è per questo che ieri Zelensky ha inviato una lettera aperta allo stesso Putin, chiedendo un incontro. «L’Ucraina propone di porre fine alla guerra in formato tra noi e voi», ha annunciato. E ha aggiunto: «Propongo di fissare una data precisa per l’incontro». Dall’altra parte, lo zar russo è ancora convinto che l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder sarebbe un «buon mediatore». «Non è un mio amico, è prima di tutto un politico tedesco, e uno dei migliori perché ha una propria posizione e il coraggio di difenderla».
Intanto i russi fanno sapere di essere nuovamente avanzati nella zona di Zaporizhzhia, gli ucraini di aver colpito una fabbrica di polvere da sparo nella zona di Ryazan, gli svedesi di aver bloccato una nave sospetta di trasportare merce sottratta all’Ucraina e i francesi di avere intercettato undici aerei russi che hanno sconfinato sul Baltico. È il diario di guerra - è terribile constatarlo - ma pare ormai un’ovvietà. Volodymyr Zelensky ci tiene a far saper al mondo via X che dall’inizio dell’aggressione i russi hanno ucciso 707 bambini ucraini. L’obbiettivo è portare il più in fretta possibile Kiev dentro l’Ue e far fare buoni affari a Friedrich Merz, per far diventare la Germania la sola potenza militare europea. Da cosa si capisce? Zelensky ha chiesto a Berlino altri missili patriot - quelli che gli Usa inviano col contagocce, anche se il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che i 400 milioni di aiuti promessi a Kiev stanno arrivando perché la Camera Usa li ha sbloccati - dicendo che li restituirà a cose fatte e nell’incontro a sorpresa due giorni fa con Mark Rutte, il segretario generale della Nato, si è capito che oggi il punto di riferimento del leader ucraino è Berlino. Zelensky ha anche fatto sapere che sta lavorando con Ursula von der Leyen a definire l’ennesimo pacchetto di sanzioni e che ormai l’obbiettivo di entrare nell’Ue è prossimo. Lo hanno annunciato peraltro la presidenza di turno cipriota dell’Ue e la Commissaria all’allargamento Marta Kos che ha ribadito: «Ucraina e Moldavia rispettano già i requisiti sullo stato di diritto».
Ieri Péter Magyar, il leader ungherese, ha annunciato che ritirerà il veto all’ingresso di Kiev e la Commissione ha detto che l’iter di adesione può cominciare. In chiave filo tedesca il primo ministro ceco Andrej Babis ha caldeggiato che Friedrich Merz rappresenti l’Ue in eventuali colloqui con la Russia. Per ora però l’Europa sta ferma anche se Bloomberg ha fatto circolare un’indiscrezione di particolare importanza: Germania, Francia e Gran Bretagna starebbero intavolando colloqui con la Russia per arrivare alla fine della guerra. Bloomberg osserva: «Le forze ucraine stanno ottenendo maggiori successi con gli attacchi dei droni e anche attorno a Putin si registrano segnali di resistenza alla guerra». Se così è Ursula von der Leyen non se n’è accorta: si occupa d’altro. Per disturbare Putin sta studiando aiuti all’Armenia nel momento stesso in cui Mosca sta dialogando con gli armeni, riceve la lettera di 12 paesi Ue, inviata anche a Kaia Kallas, che chiedono restrizioni sui visti turistici ai russi mentre il commissario Ue per la migrazione, Magnus Brunner, dice che si potrebbero revocare i permessi come rifugiati ai giovani ucraini che possono fare il militare. Insomma un ottimo modo per parlare di pace. Ai fatti ci pensa invece Marco Rubio, che dice che lo stop alle sanzioni sul petrolio russo è temporaneo. Kirill Dimitrov, l’inviato russo dei colloqui con gli americani, sostiene peraltro che si va verso una ripresa dei negoziati con Steve Witkoff e Jared Kushner - gli emissari Usa - e che l’accordo per il tunnel che dovrebbe collegare Usa e Russia passando sotto lo stretto di Bering è pronto e oggi si firma. È un messaggio a uso del Forum che si tiene a San Pietroburgo dove il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov accusa gli americani di non aver rispettato gli accordi sull’Ucraina, ma conferma che i russi sono pronti a negoziare. Vladimir Putin fa sapere che non vedrà i rappresentati Usa, ma tuttavia si dice che nulla nella strategia russa è cambiata visto che - lo sostiene Maria Zakharova portavoce del ministero degli esteri - «per noi è assurdo ciò che sostiene l’Europa, che si sta riarmando fino ai denti, e cioè che stiamo per attaccare un paese Nato». Per quel che vale la Russia ha però incassato la richiesta di Markus Frohnmaier, esponente di spicco di Afd che pur diffidato dal governo tedesco ha richiesto che venga riaperto il gasdotto tra Mosca e Berlino. E intanto i droni continuano a bombardare.
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Sara Funaro e Beppe Sala (Ansa)
Le due città guidate da giunte rosse hanno crimini record ma dichiarano guerra a chi possiede immobili. Stendendo il tappeto ai grandi gruppi internazionali.
Più che un nuovo regolamento per disciplinare lo stop agli affitti brevi turistici, pare un vecchio regolamento di conti tra la sinistra di Firenze e i proprietari di case, perché altrimenti non ha senso quel che hanno deciso a Palazzo Vecchio. Il sindaco Sara Funaro, infatti, ha esteso lo stop agli affitti brevi anche fuori dal centro storico, che è area sotto la protezione dell’Unesco; in poche parole in buonissima parte del territorio comunale i proprietari di case non possono fare quel che vogliono dei loro immobili.
E dunque si pone la domanda di cui sopra: perché questo… regolamento di conti contro la proprietà privata? Tra l’altro si tratta di un provvedimento che, sebbene non permanente («Non è statico, cambierà nel tempo», ha spiegato la Funaro come se fosse una lezione di fisica), va a colpire quel ceto medio che ha investito dove poteva, quindi dove i prezzi degli immobili erano inferiori. Qualcuno dovrebbe farsi spiegare perché mai un cittadino che, per arrotondare, volesse mettere a reddito la propria abitazione affittandola ai turisti a uso B&b, si ritrova con questo stop imposto dal Comune. E meno male che il sindaco non ci vede intenti punitivi o persecutori.
Il mio amico Guglielmo Mossuto, che è capogruppo della Lega in Comune, è da un po’ che mi raccontava del degrado del capoluogo toscano e dei mille problemi. E giustamente ieri mi ha chiamato arrabbiato nero: «Siamo la città più insicura dietro Milano e questa giunta pensa a tagliare le gambe a chi vuole guadagnare esercitando un suo pieno diritto costituzionale. Dai, è un attacco diretto e ideologico al diritto alla proprietà privata: son sempre i soliti comunisti! Gli affitti brevi non sono in mano a grandi speculatori, ma a famiglie che usano questi proventi per far fronte al caro vita, per pagare le tasse locali - a partire dall’Imu - e finanziare la manutenzione degli stessi immobili. E poi è un’economia che resta totalmente sul territorio: una cosa ingiusta». Difficile dargli torto. Soprattutto seguo il mio vecchio amico Guglielmo quando mi fa notare alcune incongruenze politiche che solo chi conosce le dinamiche fiorentine può indicarci: «Se l’obiettivo della giunta fosse davvero quello di tutelare i quartieri dalla speculazione e difendere la residenzialità, perché il divieto non viene esteso anche alle aree che saranno impattate dalle grandi infrastrutture dei prossimi anni, tipo quelle nei pressi dei nuovi scali?». Da una decina d’anni a Firenze ci sono aree interessate a grandi investimenti. «Investimenti? Per me sono operazioni di speculazione immobiliare. Ti spiego: il nuovo regolamento blocca i piccoli appartamenti dei fiorentini a Rifredi o al Campo di Marte con la scusa della “tutela”, ma si stendono tappeti rossi ai grandi investitori, guarda caso proprio dove sorgeranno le nuove porte d’accesso di Firenze, dove il valore dei terreni e degli immobili è destinato a schizzare alle stelle. Perché lì il Comune non mette vincoli? Fammi fare una battutaccia: i comunisti hanno requisito le case al ceto medio».
Strabismo immobiliare, dice l’opposizione a Firenze, che sul testo non ha potuto toccare palla perché era bloccato. «Quanta inutile fretta per stoppare gli affitti brevi ai fiorentini comuni. Gli stessi stressati dalla incapacità della giunta di controllare e presidiare movide e risse tra immigrati». Ogni anno a Firenze è sempre peggio. Per ora se la gioca con Milano, prima città più insicura d’Italia. Che con Firenze pare avere l’affinità di strizzare l’occhiolino ai grandi gruppi. Almeno così la pensa la Procura meneghina che dai grattacieli è passata alle concessioni di spazi commerciali di prestigio soprattutto in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo.
Da quel che si evince gli accertamenti - partiti dopo un esposto presentato l’anno scorso dall’imprenditore Massimiliano Lisa, animatore del museo su Leonardo da Vinci all’angolo della Galleria con piazza della Scala, che con la giunta Sala ha in ballo alcuni contenziosi - riguardano certe videoinstallazioni di grande impatto in location particolarmente attrattive, come la Rinascente, dove hanno fatto bella mostra due film blockbuster: il biopic Michael su Michael Jackson, e l’attesissimo seguito de Il Diavolo veste Prada. Altri atti hanno invece riguardato concessioni alla maison Dior e alla maison Montblanc per i loro negozi in Galleria. Insomma tutte destinazioni immobiliari di grande pregio. L’accusa della Procura è un reato contro la Pubblica amministrazione. L’accusa politica invece, a Milano come a Firenze, è perché gli amministratori di sinistra ai grandi gruppi sembrano stendere i tappeti rossi…
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