Conte usa le forbici con il suk delle toghe. «Ora taglio netto tra politica e giudici»
Ansa
Il premier sul Csm-gate: «Fa soffrire, interverremo per separare i ruoli, anche con l’opposizione». Diffuse nuove intercettazioni.

Ciò che hanno innescato le captazioni del virus trojan infilato nel telefonino di Luca Palamara fa particolarmente soffrire il presidente del consiglio Giuseppe Conte. «Lavoreremo con Bonafede e i nostri alleati per elaborare una riforma che deve essere meditata per bene, non bisogna agire per reazioni emotive, a caldo. Bisogna lavorare nel segno di una netta linea di demarcazione tra politica e giurisdizione, non devono esistere zone di contiguità. Non interverremo a caldo, inoltre ben venga l’apporto delle opposizioni». Dalle parole del premier, in viaggio in Francia, emerge tutta la consapevolezza di essere alla vigilia (domani, per chi legge, è previsto un vertice di governo sulla giustizia) di un difficile appuntamento con gli alleati gialloblù, divisi su intercettazioni e tempi delle indagini, proprio mentre la magistratura è in ginocchio.

Ieri, con la prima riunione del plenum del Csm, la magistratura ha tentato di rialzarsi, rispedendo al mittente due delle toghe che prendevano parte alle riunioni carbonare: Antonio Lepre tornerà alle sue funzioni di pm in Procura a Paola, Corrado Cartoni, invece, tornerà al Tribunale di Roma con funzione di giudice. La togata Paola Braggion di Magistratura indipendente, entra a far parte della Sezione disciplinare. Conte, nel frattempo, tira il freno, aprendo ai tempi lunghi e al contributo dell’opposizione. E mentre il premier soffre e sostiene di sentirsi ferito particolarmente per «l’imbarazzo dei tantissimi giudici che, con grande sacrificio e onestà, si dedicano quotidianamente al servizio giustizia», è già stampato un assaggio delle nuove carte perugine: una conversazione del 27 maggio tra Palamara e Riccardo Fuzio, il procuratore generale della Cassazione che, nei giorni scorsi, ha firmato gli atti di incolpazione dello stesso Palamara e dei consiglieri che, con lui, partecipavano alle riunioni carbonare (Corrado Cartoni, Paolo Criscuoli, Antonio Lepre, Gianluigi Morlini, Luigi Spina).

A leggere quelle intercettazioni captate durante riunioni notturne che puzzano di carboneria, viene fuori la strategia della corrente di Palamara per tentare di tenere in scacco il potere giudiziario italiano. O, almeno, una parte di esso. E mentre le intercettazioni da virus trojan continuano a riempire le pagine dei quotidiani, c’è chi, come Repubblica, pubblica un «avviso ai naviganti»: «Dalla Procura di Perugia è partito alla volta del Csm un nuovo robusto faldone di carte». Il che significa che la guerra tra toghe non è finita. E che la nuova arma sono le trascrizioni che arrivano fino al 29 maggio scorso, giorno in cui è stato disattivato il trojan ficcato nel telefonino di Palamara. Per quanto ne sa già Repubblica, sarà una nuova onda destinata a travolgere ciò che resta politicamente dei già malconci parlamentari del Pd Luca Lotti e Cosimo Ferri, ma anche a creare nuovi cortocircuiti nel Csm. E, infatti, si inserisce in questa scia l’appuntamento tra Lotti e Ferri per mettere a punto un metodo che avrebbe dovuto garantire la maggioranza al Csm in vista del voto sul nuovo procuratore di Roma. Perché questa guerra senza esclusione di colpi è tutta giocata per mettere le mani sulla Procura della capitale del post Pignatone. Ovviamente nelle carte ce n’è anche per l’ex procuratore. A leggere L’Espresso, Pignatone nelle intercettazioni è l’uomo da ricattare. «Un matto vero» e «uno stronzo». E c’è anche qualche minaccia: «Tu devi solo fargli capi’ che finisce male». Un pm lo spiega bene a Palamara: «Uccidere questa gente significa andare a mettere le pedine nei posti giusti». Prima, però, bisogna fermare l’avanzata dei napoletani. La Procura di Napoli? «Da ridimensionare».

Per Roma, ad esempio, il preferito del gruppetto era Marcello Viola, di cui Palamara voleva diventare braccio destro, in modo da provocare una «discontinuità» rispetto alla reggenza Pignatone. Lotti, invece, che su Roma aveva interesse da imputato del caso Consip, ragionava su dossier da usare contro l’aggiunto Paolo Ielo, ossia il pm che ha chiesto il suo rinvio a giudizio per favoreggiamento. Ad altri interessavano le carte che avrebbero potuto inguaiare la candidatura di Giuseppe Creazzo, il procuratore di Firenze che aveva fatto arrestare i genitori del Rottamatore Matteo Renzi. Roba che loro stessi valutano come da massoneria deviata. È proprio Palamara ad ammetterlo a telefono con Stefano Fava, l’amico pm che aveva depositato un esposto al Csm contro Ielo e Pignatone: «Eh… loro ti possono dire che io sono la P5… che sono quello che fa le nomine!». Alla fine, la ciliegina sulla torta, è l’idea di un libro. Palamara spiega a telefono le finalità «Na specie de ricatto…tu mi dai le co… eh… e tutto… è diciamo quello che cazzo è successo». Fava suggerisce il titolo: «Ricatto alla Palermitana… Ricatto punto alla Palermitana». E Piercamillo Davigo (membro del Csm e capo della corrente di Autonomia e indipendenza)? Ferri se lo sentiva amico: «Cioè il nostro alleato è Davigo, più Davigo di Ermini». Insomma, nelle chiacchierate intercettate nessuno è escluso.

«Temo che il caso Palamara non sia isolato», ha commentato sconcertato l’ex capo della Procura nazionale antimafia Franco Roberti (ora eurodeputato del Pd), che ha definito «rapporti incestuosi» tra toghe e politica, quelli emersi dalle intercettazioni. E Alessandro Di Battista dà ragione a Berlusconi, «quando parlava di magistratura politicizzata». E anche lui si dice pro riforma. Ai rumors sull’ipotesi del sorteggio per arginare le correnti, il neopresidente dell’Anm Luca Poniz ha detto subito no: «È totalmente contrario alla Costituzione, che parla di elezione dei membri del Csm». E sulle intercettazioni, tema scaldato dal trojan nel cellulare di Palamara, c’è da scommettere che la posizione del guardasigilli Alfonso Bonafede si scontrerà con quella della Lega, che in campo ha schierato Giulia Bongiorno.

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