L’ex premier si bullava in tv: «Noi prontissimi». Invece le prove lo inchiodano: mancava tutto. Non aver attuato il piano pandemico fu la vera causa della tragedia. L’ex ministro della Salute raccontò bugie ai pm. E il suo sottosegretario sputava su direttori generali, Comitato tecnico scientifico e Istituto superiore di sanità: «Incapaci».
A differenza di ciò che molti sostengono – persino dalla Procura di Bergamo – l’inchiesta sulla prima fase dell’emergenza pandemica non deve affatto provvedere a calmare la «sete di verità» del popolo italiano. Perché, a dirla tutta, la verità su quanto accaduto nel 2020 la conosciamo già, e da tempo. Ed è proprio questa verità a renderci intollerabile ciò che Giuseppe Conte e Roberto Speranza, indagati eccellenti, vanno dicendo in queste ore sui giornali e in televisione. Intervistato da un cronista di Piazzapulita, giovedì sera, l’ex presidente del Consiglio ha fatto il furbo, ripetendo di aver fatto tutto il possibile per reggere l’urto del Covid. Ha spiegato che lui e il suo governo hanno affrontato la pandemia a mani nude e che non erano in possesso di «un manuale di istruzioni». Sono frasi perfettamente identiche a quelle che tante volte abbiamo sentito pronunciare a Roberto Speranza, il quale ieri ha riversato a La Stampa il proprio tormento. A quanto risulta, l’ex ministro è amareggiato, dice di avere «dato tutto». Spiega di «aver sempre pensato che chiunque abbia avuto responsabilità nella gestione della pandemia debba essere pronto a renderne conto», ma aggiunge pure di essere incolpevole, poiché ha dovuto affrontare la malattia muovendosi «al buio».
Ebbene, noi sappiamo da quasi due anni che si tratta di clamorose menzogne. In realtà il «manuale di istruzioni» esisteva, esisteva eccome. Si chiamava piano pandemico, avrebbe dovuto essere aggiornato nel diversi anni prima che il Covid apparisse, ma nessuno si era premurato di renderlo operativo e di organizzare le opportune esercitazioni. Beatrice Lorenzin, Giulia Grillo, lo stesso Speranza e soprattutto i loro dirigenti non si sono mossi per tempo, e hanno contribuito al disastro (l’unica ad essersi mossa, va riconosciuto, è stata la Grillo, i cui interventi però si sono conclusi con un nulla di fatto anche a causa dei tempi ristretti).
Dunque è semplicemente inaccettabile che oggi Giuseppi e Roberto esibiscano la lacrimuccia, che tentino vergognosamente di apparire come gli eroi che senza mezzi e senza aiuti hanno offerto il petto alla tempesta in arrivo. Non soltanto non erano preparati, ma hanno anche evitato di utilizzare il piano vecchio, quello risalente al 2006, che pure qualcuno (Giuseppe Ippolito dello Spallanzani, in una riunione della Task Force anti Covid del 29 gennaio 2020) aveva invitato a mettere subito in pista, ovviamente senza ottenere risposta alcuna.
Al danno si è poi aggiunta la beffa, perché impreparazione e incapacità sono state accompagnate da una spessa coltre di balle, offensive per l’intelligenza della popolazione. Speranza ha più volte negato pubblicamente che il piano pandemico potesse servire contro il Covid, anche se tutti gli esperti sostenevano il contrario. Quando si è trattato di riferire alla cittadinanza sullo stato dell’arte, sia Conte sia l’allora ministro della Salute si ostinarono a ripetere che eravamo «prontissimi», addirittura i «primi in Europa». Invece non lo eravamo affatto, come la realtà ci ha ferocemente dimostrato.
Tutto ciò fa ancora più rabbia perché adesso sappiamo che pure all’interno del governo, già allora, qualcuno si era reso conto di quanto fosse scandalosa la risposta sanitaria. Sandra Zampa, che all’epoca era sottosegretario alla Salute, il 23 febbraio 2020 scrisse a Goffredo Zaccardi (capo di gabinetto di Speranza, poi dimessosi): «Penso sia evidente che i nostri, da Ruocco in giù, non sono stati all’altezza». La stessa Zampa esprimeva giudizi molto duri anche sugli esperti dell’Iss, e li condivideva sempre con Zaccardi. Il quale, per inciso, è l’uomo che invitò a far cadere nel dimenticatoio il report di Francesco Zambon sulla gestione italiana del Covid. Ovvio: la Zampa diceva queste cose in privato, mica davanti agli italiani. Anzi, le volte che l’abbiamo incrociata in televisione si è sempre comportata come una pretoriana di Speranza e ancora in questi giorni su Twitter lo ha definito «un galantuomo».
Questo bel quadretto ci restituisce l’immagine di una classe dirigente che sapeva benissimo di aver commesso gravissimi errori, e che altrettanto consapevolmente ha cercato di occultarli, impedendo così che le storture venissero raddrizzate. Su tutti costoro, la verità è già venuta a galla, e soltanto un sistema mediatico-politico complice ben oltre i limiti dell’asservimento può far finta che non sia così. Basterebbe citare la pietosa vicenda del libro Perché guariremo scritto da Speranza, dato alle stampe e immediatamente ritirato dal commercio per chiarire una volta per tutte a che genere di personaggi siamo stati consegnati.
Ciò che alla Procura di Bergamo spetta di fare, dunque, non è confortarci alzando un po’ di polverone sui fatti dei 2020, ma stabilire se vi siano gli estremi per delle condanne. Cosa non semplice, poiché si tratta di dimostrare responsabilità personali dirette all’interno di un sistema estremamente intricato: non sempre la realtà si può ridurre al codice penale. Ma, per quanto difficile, l’azione della magistratura è necessaria, e non può né deve essere depotenziata.
Per tutti i restanti luoghi oscuri della vicenda Covid agirà la commissione di inchiesta, che avrà il compito di far emergere ulteriori responsabilità politiche e di colmare alcuni buchi ancora esistenti nel racconto dei fatti. In ogni caso – a prescindere dagli esiti del procedimento giudiziario e dell’indagine parlamentare – le inchieste giornalistiche hanno mostrato abbondantemente quali siano le colpe degli ex governanti. No, non abbiamo bisogno di «sapere la verità»: ci serve che la smettano di dire balle, e che – se sarà il caso – paghino il conto dei loro fallimenti. Quelli che negli ultimi tre anni hanno scaricato sulle spalle degli italiani.
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