- Dalla Fraternità San Pio X, fondata da Lefebvre nel 1970 in polemica col Concilio, all’Istituto Mater Boni Consilii. Mentre il clero progressista è in «ritirata», i tradizionalisti, anche se in rotta con Roma, riempiono i seminari.
- Il Sinodo in corso va verso un compromesso. Dissidi su preti sposati e diaconesse. Probabile accordo al ribasso: dottrina ribadita ma pastorale lassista.
- «La confusione nella Chiesa ha già dato vita a una “doppia religione”». Il presidente della Fondazione Lepanto Roberto De Mattei descrive una fase drammatica per i fedeli: «C’è uno scisma di fatto, ma né i tradizionalisti né il partito amazzonico usciranno».
Lo speciale comprende tre articoli.
Se una parte di mondo cattolico dissente dalla linea del Pontificato di papa Francesco, c’è chi è forse meno spiazzato proprio perché, in dissenso, lo è da decenni. Come i componenti della Fraternità San Pio X, la società di vita apostolica tradizionalista fondata da monsignor Marcel François Lefebvre in argine a quelle che sono ritenute derive post Concilio Vaticano II non solo in riferimento alla messa novus ordo, ma anche, anzi soprattutto, alla «libertà religiosa». Concetto, questo, che, radicatosi nella Chiesa negli ultimi decenni, è ritenuto l’anticamera di un relativismo distruttore del cattolicesimo.
I «lefebvriani», come solitamente vengono chiamati, stando ai dati del 2015 hanno oltre 200 seminaristi, 186 religiose, 84 suore oblate, cinque conventi, sei seminari e tre vescovi. Le loro messe, rigorosamente tridentine, vantano una partecipazione media di circa 600.000 persone su scala mondiale. Notevole, considerando lo svuotamento dei seminari cattolici degli ultimi decenni, risulta la crescita dei sacerdoti facenti capito alla Fraternità che, da 30 che erano nel 1976, sono divenuti 180 dieci anni dopo, per salire a 354 nel 1996, a 622 nel 2015 e, ancora, a 658 nel giugno di quest’anno. Un’impennata di oltre il 2.000% in poco più di 40 anni.
Dal punto di vista dottrinale, la Fraternità non fa sconti al Pontificato attuale, soprattutto alla luce dei documenti come Amoris laetitia con cui, come noto, si sono formulate «aperture» nei confronti dei divorziati risposati per quanto riguarda l’accesso alla comunione. Secondo don Davide Pagliarani, superiore generale della San Pio X, questa enciclica «rappresenta, nella storia della Chiesa di questi ultimi anni, quello che Hiroshima e Nagasaki rappresentano per la storia del Giappone moderno: umanamente parlando, i danni sono irreparabili».
Ciò nonostante, secondo don Pagliarani non c’è nulla di cui stupirsi dal momento che la linea aperturista di papa Francesco sarebbe in perfetta coerenza con quella tracciata dal Concilio vaticano II. «La Chiesa sinodale, sempre in ascolto», secondo il superiore della Fraternità, costituisce infatti solo «l’ultima evoluzione della Chiesa collegiale, predicata dal Vaticano II». Di conseguenza, a detta del capo dei «lefebvriani» c’è ben poco di cui aspettarsi dal Sinodo sull’Amazzonia. «Abbiamo l’impressione che invece di lottare contro il paganesimo», ha evidenziato don Pagliarani, «la gerarchia attuale voglia assumerne e incorporarne i valori. Gli artigiani del prossimo sinodo si riferiscono a questi “segni dei tempi”, cari a Giovanni XXIII, che bisogna scrutare come segni dello Spirito Santo». Il mondo tradizionalista non è però composto solo dalla Fraternità san Pio X che pure, per storia e seguito, ne rappresenta senza dubbio l’espressione principale.
Ancora più a destra, per così dire, della società religiosa fondata da monsignor Lefebvre, troviamo difatti l’Istituto Mater Boni Consilii, fondato nel 1985 da quattro sacerdoti italiani fino ad allora appartenenti alla Fraternità. Si tratta di una realtà sedevacantista e che quindi sposa una tesi estrema, vale a dire quella secondo cui dal 7 dicembre 1965 la sede apostolica è formalmente vacante, con la conseguenza che tutti i libri liturgici da allora promulgati non sono neppure considerabili cattolici, bensì testi praticamente nulli.
Ciò nonostante, e pur risultando probabilmente sconosciuto ai più, anche questo un sodalizio di tradizionalisti non sembra affatto prossimo all’estinzione, anzi. È in crescita. Lo conferma alla Verità don Ugolino Giugni che per l’Istituto Mater Boni Consilii dell’apostolato in Lombardia e Triveneto.
«L’Istituto nacque quattro sacerdoti: oggi ne conta 14, l’ultimo dei quali ordinato nel giugno scorso. Abbiamo cinque case, di cui tre all’estero in Francia, Belgio e Argentina», spiega il sacerdote. Che inoltre aggiunge: «Celebriamo la messa in nove Paesi. Solo in Italia, i centri messa serviti regolarmente sono 16. Abbiamo una rivista che esce in due lingue, un sito Internet e una casa editrice con più di 50 titoli pubblicati di teologia, catechesi, storia e attualità». «Inoltre», aggiunge don Giugni, «abbiamo un seminario in Piemonte a Verrua Savoia in cui formiamo i candidati al sacerdozio di domani. Quest’anno a settembre ci sono stati sei nuovi seminaristi provenienti da Polonia, Ungheria, Francia e Italia».
Alla crescita delle vocazioni corrisponde anche quella dei fedeli. «Certamente il numero dei fedeli che partecipano alle nostre Messe e pellegrinaggi è aumentato molto in questi ultimi anni e c’è sempre gente nuova che si avvicina al nostro Istituto», spiega infatti il sacerdote. Come prevedibile, anche don Giugni non nutre grandi aspettative, anzi, dal Sinodo sull’Amazzonia. «Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal Sinodo amazzonico», afferma, «anche se già si parla di preti sposati o sacerdozio femminile ed ecologia green e inculturazione. È passata quasi inosservata dai media una cerimonia pagana avvenuta nei giardini vaticani il 4 ottobre scorso, festa di San Francesco, in cui una “sciamana” invocava la “madre terra” alla presenza di Jorge Mario Bergoglio e di alcuni cardinali riuniti. Cosa ci toccherà ancora sentire e vedere? Preghiamo perché il Signore Gesù abbia pietà della sua Chiesa e di noi».
Ora, al di là del Sinodo sull’Amazzonia, i cui esiti saranno noti tra non molti giorni, ciò che qui rileva è che realtà come la Fraternità San Pio X e l’Istituto Mater Boni Consilii, benché minoritarie e ignorate dai media, siano sorprendentemente in crescita. In numeri ancora ridotti, d’accordo: ma comunque in crescita. Il che alimenta un dubbio: si tratta forse di casi isolati o, meglio, di un puro caso? Non si direbbe. Uno studio pubblicato nel novembre 2017 su Sociological Science a firma di Sean Bock, sociologo di Harvard, ha infatti concluso come negli Stati Uniti solo «la religione moderata» sia «in declino»; viceversa, gli evangelici conservatori e in generale quanti hanno convinzioni che molti giudicherebbero anacronistiche sono stabili, quando non avanzano.
Un fenomeno che sembra avere motivazioni teologiche prima che sociologiche, come indica una ricerca quinquennale apparsa nel 2016 su Review of religious research che, realizzata esaminando un campione di oltre 2.250 fedeli suddivisi tra 22 congregazioni, 13 in calo e 9 in espansione, ha concluso come il conservatorismo teologico del clero e dei fedeli sia un fattore predittivo della crescita di una chiesa. Le «aperture» dottrinali che tanto allietano la stampa laica, insomma, non giovano al cristianesimo. Anzi, ne accelerano il declino.
Tutto ciò era stato previsto già nel lontano 1972 dallo studioso Dean M. Kelley nel suo volume Why conservative churches are growing (Harper & Row) con cui, in piena primavera secolarista, pronosticava la riscossa della religione conservatrice, basata su rigidi codici morali. Una lezione che il mondo tradizionalista sembra aver appreso alla grande. Al contrario, tocca dire, di quanto accade in casa cattolica.
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