Con quaderno, penna e chitarra, da ragazzo si sedeva in una panchina in un parco di Monza. Scriveva canzoni, testo e musica. In questa panchina, ora dipinta di bianco e a lui ufficialmente dedicata, sono nati molti suoi evergreen, tra i quali Vivo per lei, cantata da Andrea Bocelli e Giorgia, il brano più venduto al mondo. Gatto Panceri ha firmato 12 album e ne sta per uscire un altro. Mina scelse un suo testo e ha composto per grandi nomi, da Leali a Mietta, da Morandi a Mengoni. Il suo talento fu precoce.
Luigi Giovanni Maria Panceri, Gatto. Come è nato il tuo nome d’arte?
«A scuola, quando facevo le medie. Durante un intervallo mi arrampicai su un albero e non riuscivo più a scendere. Prima di presentarmi a Sanremo 1992 con L’amore va oltre, alla Universal feci un incontro Patrick Dijvas, il mio primo produttore e Pippo Baudo che disse “questo nome è un po’ lungo”. Intervenne Dijvas: “A scuola lo chiamavano Gatto”. E Baudo “allora bisogna assolutamente chiamarlo così”, Gatto Panceri».
Sei nato a Monza. Come ti racconteresti da bambino?
«Ero un bambino che pensava di fare il calciatore nel Monza Calcio, avevo il motorino, cantavo con gli amici in cortile con la chitarra. A 14 anni la folgorazione. Quando ho incontrato la musica, la parte poetica, sopita, ha vinto su tutto il resto. Lasciai il liceo scientifico e feci il conservatorio a Milano».
Hai fratelli o sorelle?
«Ho una sorella e un fratello, loro però hanno il dono del disegno, che io non ho».
Vivevi in una casa con giardino o in un appartamento?
«In un appartamento ma c’era la villa comunale adiacente, aperta al pubblico, un parco cittadino insomma. Andavo spesso lì a scrivere le mie canzoni e addirittura adesso in questo parco, a Concorezzo, due chilometri da Monza, c’è una panchina dedicata a me, bianca, proprio dove andavo, con il testo di Un qualunque posto fuori o dentro di te. Lì ho scritto la canzone per Mina, L’amore va oltre, Vivo per lei…».
Vivi in Brianza adesso?
«Sì, sempre vissuto in Brianza anche se non sono un campanilista perché quando fai questo lavoro ti senti a casa dappertutto. Mi piace per il verde e poi c’è ancora mia mamma, ha 95 anni, non la lascerei mai, sono figlio di ragazza-madre per cui… vive in una casa mia, qui a pochi chilometri, ci sono mia sorella, mio fratello e una persona che gli stanno un po’ dietro… Io parto, ritorno, riparto, è un po’ un casino, ma non mi sono mai spostato troppo da qui. Tutti siamo legati alla mamma ma quando la mamma è ragazza-madre fa anche da padre…».
Nel 1992 il tuo primo contratto discografico con la Universal. Fosti tu a proporti o ti scoprirono?
«No, è stato il destino. Non sono mai stato uno che si mette sotto la sede della casa discografica per sperare di incontrarne il presidente. A me le cose sono capitate. Ad esempio Dijvas della Pfm casualmente era in un locale a Monza nell’87 e io facevo parte di una band di giovani, suonavamo lì, mi disse che avevo del potenziale e sono andato avanti fino a che sentì 3-4 canzoni che ritenne giuste e facemmo dei provini».
Età della tua prima composizione?
«Dopo una settimana che iniziai a suonare la chitarra a livello amatoriale scrissi la mia prima canzone con gli accordi, avevo 14 anni».
Parlando di cantautori chi ascoltavi allora?
«Fondamentalmente tre. Cocciante perché aveva la voce che gli usciva dalla gola e la mia aveva un suono simile. L’altro era Bennato perché aveva un’energia fuori dal normale, e al primo posto Battisti, perché mi sorprendeva la varietà delle sue canzoni. Poi per le mie sonorità i Police sono stati fondamentali».
A Sanremo 1992 presentasti la tua L’amore va oltre. Bellissimo testo. «Marino e la sua carrozzella / sono inseparabili ormai / sorride, avanza con le braccia [...] Marino che al suo compleanno avrà trenta candele / Marino che da più di un anno / s’è innamorato di Adele / Adele che lo va a trovare / che lo fa appena può / che lotta contro il mal di testa / e poi si addormenta sul metrò / Adele si sta laureando in psicologia / l’amore la sta consumando come una malattia». Una storia vera?
«Assolutamente vera. Chiaramente il personaggio principale della canzone nella realtà non si chiama Marino, è un ragazzo che sta qui vicino a Monza. A 23 anni ebbe un incidente stradale. La sua reazione fu decisamente positiva, di amore per la vita, questa donna s’innamora di lui. La canzone parla dell’amore che dovrebbe andar oltre ogni disgrazia. È anche una bandiera per i portatori di handicap, non si parla di lui in maniera pietista. Avanza con le braccia, ama, ha coraggio, non può più giocare a pallone ma se ne fa una ragione».
Questa storia ha avuto una positiva continuazione?
«Procede tutto molto bene».
Canterò per te, scrivi testo e musica. Mina la sceglie per Ullallà.
«Era circa il ’91, in quel periodo gli editori facevano ancora gli editori. Sentivano i cantanti per capire quando avrebbero voluto fare un disco nuovo. Mi chiamò il mio per dirmi “ho saputo che Mina sta sondando per fare un possibile nuovo disco. Hai qualcosa?”. Avevo questa canzone che non era neanche tanto alla Mina. “Guarda, lei vuole cose nuove, diverse”. Così gliela mandai. Le piacque molto, era per il suo singolo. Mi chiamò sul telefono fisso perché voleva che cambiassi alcune frasi - la canzone l’avevo scritta per me - le cambiai, poi ci risentimmo all’uscita del disco».
Vivo per lei, interpretata da Andrea Bocelli e Giorgia, 45 milioni di copie vendute nel mondo.
«La musica è un collante, l’arte più divina per eccellenza che ci accompagna in tanti momenti, tristi o felici. Ho pensato fosse giusto scrivere un inno alla musica. Però la cosa bella di questa canzone è che se qualcuno vuole vedere questa “lei” in un altro modo lo può fare, può essere la racchetta se gioca a tennis, la medicina se fa il medico, la religione, la famiglia, la moglie, la figlia… È la canzone italiana più venduta di tutti i tempi nel mondo. Ha superato anche Nel blu, dipinto di blu»
In un’intervista hai detto che i diritti di questo brano ti garantiscono una buona rendita. Sarebbe il sogno di ogni cantautore…
«Se ti capita il destino e la fortuna di avere la firma su un titolo così venduto… I diritti d’autore mi consentono di vivere bene ma soprattutto di continuare a fare dischi, curandoli, di fare solo i concerti che mi piacciono. Mi sono fatto uno studio stra-professionale a casa mia essendomi stancato di andare da terzi. Basta che salga la scala…».
Abita in te, quando ci sentiamo attraversati dall’amore. «Oh mio Dio come lo senti / che abita in te questo amore»…
«Si sono fatti milioni di canzoni sull’amore, ma se ne potrebbe fare milioni di altre. L’amore abita in noi. Una volta a un concerto una ragazza incinta mi disse che la leggeva come rivolta al bambino che aveva in grembo».
Hai una cattedra alla Hope Music School di Roma. È vero che ti è stata affidata dalla Cei (Conferenza episcopale italiana)?
«Assolutamente sì. Tutto nacque da Wojtyla che nel 2001 ritenne che L’amore va oltre era la canzone giusta come sigla per la Giornata mondiale della famiglia. Da quel momento la Cei si accorse di Gatto, dei testi e dei contenuti, che sono pieni di valori e ne è nato un sodalizio, essendo figlio di una ragazza-madre ho anche fatto concerti pro ragazze-madri e da lì mi hanno detto “facciamo dei corsi per cantautori di ispirazione cristiana e sarebbe bello che tu venissi a insegnare come si scrivono”. Risposi “io vengo ma se non ci sono solo i cantautori di ispirazione cristiana ma anche gli altri che condividono determinati valori”. Per quella giornata papa Wojtyla scelse quella canzone dove non è che si parla della croce, di Maria eccetera, perché, intelligentemente, pensò “non posso evangelizzare solo con le preghiere”».
La tua Io, Maria, José e Gesù, la preghiera di un camionista. «La merito una soluzione, dimmelo tu Gesù / seppur da quella comunione non ci siam toccati quasi più / È una vita dura da guidare…». «Non dover mai più bestemmiare [...] Non dover più trasportare un camion di perché». Puoi cercare Dio ma c’è la vita là fuori, l’asfalto…
«È così, in questa canzone c’è la dicotomia tra il credere e nello stesso tempo il non credere, la religione ti dice che non devi metterne in discussione l’esistenza, se non si crede non si ha nessuno, se esiste ti chiedi “perché fa succedere certe cose?”. Questo camionista, come dici tu, non vede l’aiuto di Dio ma sogna di non bestemmiare».
Anche tu ti fai spesso queste domande?
«Me le faccio spesso ma non bestemmio mai. Penso di non avere uno scetticismo totale e per quello che mi è successo nella vita sicuramente ho avuto un aiuto dall’Alto».
Benefici di una vita gratificante. C’è qualcosa che ti manca?
«Una cosa cui terrei è poter fare qualche concerto in un palasport perché vorrebbe dire che la gente che mi segue aumenta. Nella vita privata mi manca avere un figlio ma si sa che i maschi fino a 70 anni e più questa possibilità ce l’hanno. Sto bene, ho un cavallo, un’asina, due cani, ringrazio per quello che ho. Ci tengo al disco nuovo che sta per uscire, Vertigine, 12 canzoni completamente nuove, e poi in vista c’è un’autobiografia particolare, fatta di racconti, Vita da Gatto».
Pensi che animali abbiamo un’anima?
«Penso di sì. A un cane che ho avuto e che non c’è più ho dedicato una canzone, Super, l’ho fatto cremare e le sue ceneri sono sul mio comodino. Ora c’è una legge che consente di far mettere le ceneri dei tuoi animali nella tua tomba».