2018-09-07
La polizia ha usato cannoni ad acqua per spegnere gli incendi appiccati dai manifestanti durante i disordini su Antrim Road a Newtownabbey, nel nord di Belfast, Irlanda del Nord, il 10 giugno 2026 (Ansa)
Il premier laburista vuole eliminare i video virali delle esplosioni di rabbia a Belfast: sono i concittadini che protestano i nemici da perseguire, non gli immigrati violenti. Il grido «Adesso basta!» partito dal Nord Irlanda è una spia di allarme per Europa e Uk.
Com’era prevedibile, i «censori» sono entrati in azione, così i fatti di Belfast sono diventati «disordini» provocati dalla mano dei «cattivi», cioè i razzisti, gli xenofobi, le destre estreme.
Sono loro - nei report di Ofcom, l’autorità britannica delle comunicazioni controllata dal governo Starmer - a dover essere nascosti dalle piattaforme attraverso un lavoro di richiamo e di censura.
Il sillogismo messo in atto da Ofcom è il seguente: i cattivi hanno messo volutamente online le loro azioni per acquisire consenso e predicare le loro idee attraverso la viralità di quei video. In poche parole, il governo laburista, attraverso le sue ramificazioni, vuole neutralizzare i cattivi maestri non essendo in grado di affrontare di petto la vera questione di fondo e cioè le violenze compiute dagli immigrati in Gran Bretagna. Se Ofcom ha confermato di aver già aperto indagini su diverse piattaforme, Keir Starmer prepara una stretta normativa per accelerare la rimozione dei contenuti illegali durante le crisi. Il capo della polizia nordirlandese, Jon Boutcher, ha definito le rivolte «una macchia per l’Irlanda del Nord», denunciando gravi danni all’immagine, agli investimenti e al turismo della regione. Siamo esattamente nella stessa dinamica dell’omicidio di Henry Nowak, il cosiddetto George Floyd bianco soffocato dalla polizia che aveva preferito credere alla versione del vero colpevole, un membro della comunità sikh il quale, ubriaco, si era prima scagliato contro il ragazzo ferendolo e poi si era giustificato con gli uomini in divisa dicendo di essere stato oggetto di accuse razziste.
Stavolta il fatto, com’è noto, è accaduto a Belfast dove un immigrato sudanese, Hadi Alodid, 30 anni, voleva sgozzare un cittadino britannico. Quello era il fatto, a seguito del quale sono poi arrivate le reazioni della gente che, esasperata, ha cominciato una specie di caccia all’uomo, registrata coi cellulari e diventata nel giro di qualche ora virale solo perché il grosso della popolazione ne ha le scatole più che piene delle violenze compiute dagli stranieri.
Per il primo ministro britannico, Keir Starmer, «le persone sono state prese di mira per la loro origine», promettendo che i responsabili subiranno «tutta la forza della legge». Quella stessa legge finora inefficace rispetto alle violenze crescenti compiute dagli immigrati. Invece di capire cosa sta accadendo in Gran Bretagna da tempo - situazione che sta portando il partito di Nigel Farage a vincere le amministrative e, secondo i sondaggi, a poter prevalere nelle elezioni politiche - i laburisti preferiscono accusare chi reagisce alle barbariche violenze e censurare la realtà. In questo clima di tensione, l’autorità britannica delle comunicazioni ha avvertito le piattaforme social della necessità di intervenire contro «i contenuti che potrebbero alimentare odio e violenza dopo i gravi disordini scoppiati a Belfast in seguito all’accoltellamento di un uomo da parte del cittadino sudanese accusato di tentato omicidio». In poche parole, Ofcom non solo vorrebbe bloccare le immagini delle rivolte ma pretende una programmazione degli algoritmi affinché si stoppino la circolazione in rete dei video e la condivisione.
Come riferisce il Financial Times, nel mirino del governo ci sono anche gli «attori in malafede» online. Il dito è puntato, manco a dirlo, soprattutto contro Elon Musk il quale, attraverso la sua X, ha rilanciato i messaggi dell’attivista di estrema destra Stephen Yaxley-Lennon e ha invitato le persone a manifestare «ripetutamente e ad alta voce». Mossa pericolosa per i laburisti che, infatti, hanno già attivato l’esercito dei «buoni» chiedendo di limitare la democrazia della Rete e censurare il sentimento della maggior parte dei britannici. I quali sarebbero manipolati dalle piattaforme, dai loro padroni più duri come Musk, e dai leader delle destre. Nascondere, sminuire, non alimentare la propaganda razzista e xenofoba: con questa stessa azione il Partito laburista ordinò ai suoi sindaci di coprire centinaia e centinaia di violenze e stupri commessi dalle comunità sikh, fin quando il bubbone è scoppiato e Starmer è stato obbligato dai magistrati a desecretare gli atti per le indagini e ora il processo (alle fase iniziali).
Belfast è l’ennesima spia rossa sul cruscotto della Gran Bretagna e dell’Europa intera: l’immigrazione è il tema dei temi, perché intreccia sicurezza, lavoro, welfare e integrazione. Il modello Londonistan è fallito e prima la Brexit (parecchio influenzata dall’immigrazione) ora il successo di Farage impongono alla Gran Bretagna di rivedere gli ingressi e le capacità di convivenza tra i diversi gruppi. La reazione rabbiosa a seguito del barbaro tentativo dell’uomo sudanese di decapitare un uomo del posto, con tanto di coinvolgimento spontaneo di persone in una specie di «Adesso basta!» diventato virale sui social, non si può arginare censurando tale rabbia popolare, ma solo invertendo la rotta. La gente è disposta a rispondere usando le maniere forti e a difendere chi lo fa perché i soprusi degli immigrati sono diventati eccessivi.
Non saranno né i protocolli consegnati alle forze di polizia (dove gli immigrati sono sempre dalla parte della ragione) né le censure delle autorità tipo Ofcom a riportare la calma. Per l’Europa è un segnale chiaro della direzione da prendere e i rimpatri sono un passaggio obbligato. La sinistra ha perso, la destra non ceda al rigore delle sue idee.
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Giorgia Meloni (Ansa)
- La risoluzione approvata impegna l’esecutivo ad abbandonare la difesa assoluta dell’integrità territoriale di Kiev e ad avviare un percorso di uscita dalle sanzioni. E il presidente del Consiglio: sì al dialogo con Mosca.
- La maggioranza chiede a Bruxelles una riduzione graduale delle gabelle contro Mosca. Successo della Lega: via dalla risoluzione il riferimento all’integrità territoriale ucraina.
Lo speciale contiene due articoli
«La fermezza da sola non basta più, se non è accompagnata anche da una visione di lungo periodo». In questa frase Giorgia Meloni nel suo intervento alla Camera imprime una svolta nei confronti del conflitto in Ucraina, ma soprattutto nei confronti della postura dell’Europa su questo tema.
«Dobbiamo contribuire a costruire le condizioni della pace, lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo. Obiettivo per il quale è, chiaramente, indispensabile preservare l’unità euro-atlantica e rafforzare il coordinamento tra Europa e Stati Uniti».
Inoltre Meloni spinge per aprire al dialogo con Vladimir Putin: «La nostra fermezza nei confronti della Russia non deve trasformarsi in cecità diplomatica o autoesclusione. Continuo a porre il tema della necessità che l’Europa avvii una riflessione comune e pragmatica sulle modalità di una sua interazione con Mosca. Difendere i confini del diritto non ci impedisce di tenere aperti i canali necessari a raggiungere i nostri obiettivi: l’Unione europea deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo».
Il messaggio è dritto nei confronti degli altri leader europei. Soprattutto quelli di Francia, Gran Bretagna e Germania, che si sono incontrati in un formato a tre proprio pochi giorni fa.
«Occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale. Perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza. Cioè il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa». E circa l’ingresso di Kiev nell’Unione europea conferma cautela: «L’Italia continuerà ad accompagnare e sostenere questo cammino. Ma il percorso di adesione dovrà proseguire nel rispetto del principio del merito e della parità di trattamento tra tutti i Paesi candidati, inclusi la Moldova e i Paesi dei Balcani occidentali».
Meloni ha ben chiaro che il G7 sarà l’occasione per rinnovare i rapporti con Donald Trump, fondamentale per l’Italia e per gli equilibri geopolitici. «Il Vertice del G7 di Evian della settimana prossima rappresenterà un’occasione importante per confrontarci con i nostri partner a partire, chiaramente, con il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump». Occasione per parlare, oltre che di Ucraina, anche della guerra del Golfo. Definisce il negoziato in corso «fragile» e ribadisce che «l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarlo». Poi ricorda gli sforzi per mettere in sicurezza i nostri connazionali nella regione e il lavoro «per il pieno ripristino della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz»: «Consideriamo inaccettabile qualsiasi tentativo di alterare unilateralmente le regole che garantiscono il libero transito attraverso lo Stretto». Niente ricatti perché ci vuole «una risposta ferma, coordinata e responsabile della comunità internazionale nel suo insieme». Sui rapporti con Israele chiarisce che il governo sosterrà misure mirate contro i coloni violenti e contro il ministro Ben Gvir per «l’inaccettabile comportamento di cui si è reso protagonista nei confronti di cittadini italiani» e per le altrettanto «inaccettabili» dichiarazioni sull’Italia.
Meloni auspica «un confronto capace di andare oltre l’enfasi della polemica facile, che produce certamente un ritorno immediato in termini di visibilità, ma non riflette l’importanza strategica che il tema ha per l’Italia». E aggiunge: «Voglio sperare che l’amicizia tra Italia e Israele, come il sostegno storico dell’Italia ai diritti del popolo palestinese, e la necessità di perseguire la soluzione dei due Stati, siano principi che tutti, in quest’Aula, condividiamo».
Nel prossimo Consiglio Meloni intende battere su tre punti principali che riguardano gli aspetti economici: «Non accetteremo un bilancio in conseguenza del quale, a fronte di maggiori contributi, l’Italia rischia di avere a disposizione risorse inferiori». E ancora: «I cosiddetti “rebates” vanno eliminati. Se si arriverà a mantenere questo sistema anacronistico chiederemo che, in qualità di terzo contributore netto al bilancio della Ue, anche l’Italia goda dello stesso privilegio». E infine: «Chi vuole finanziare le nuove priorità tagliando le politiche tradizionali, deve guardare altrove. Da parte nostra, siamo pronti a investire su competitività e difesa, ma questo non si potrà fare a spese della Pac, della Pesca e della Coesione».
Quindi, ricorda di aver scritto «una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo». Cioè: «Attivare su base volontaria la cosiddetta “National Escape Clause” che ci consentirà di investire 14 miliardi di euro, nei prossimi tre anni, per mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, che colpisce soprattutto le famiglie vulnerabili e le imprese energivore, ma più in generale tutti gli italiani». Al Consiglio europeo si parlerà anche di immigrazione.
«La scorsa settimana è stato raggiunto a Bruxelles l’accordo sul nuovo Regolamento europeo sui rimpatri. Un accordo storico, frutto soprattutto del nostro lavoro, grazie al quale chi non ha diritto a restare nell’Unione europea potrà essere rimpatriato in modo più rapido ed efficace. E grazie al quale sarà possibile aprire centri di rimpatrio nei Paesi terzi, seguendo la strada avviata con il tanto contestato protocollo Italia/Albania».
Cade il dogma delle sanzioni eterne
La guerra tra Russia e Ucraina deve semplicemente terminare. E per arrivare alla pace servono un’iniziativa diplomatica dell’Ue seria e concreta, coordinandosi con gli Stati Uniti, e un addio graduale alle sanzioni contro Mosca, da giocare in chiave negoziale con Vladimir Putin. È questo il senso della risoluzione di maggioranza approvata ieri pomeriggio dalla Camera, in vista del prossimo Consiglio europeo. Nella parte che riguarda il conflitto ucraino, ha prevalso un approccio molto pragmatico, non da crociata alla Macron, dove la Lega porta a casa un punto chiave come l’addio al dogma dell’integrità territoriale dell’Ucraina.
La risoluzione è stata approvata con 170 voti favorevoli e 138 contrari (e tre astenuti) e aveva il parere favorevole del governo. In parte sono stati accolti alcuni elementi del documento presentato da Azione, riformulati dall’esecutivo, anche su Kiev, mentre sono state respinte le mozioni presentate dal Pd, da Avs, da Italia Viva, da M5s, da +Europa e da Futuro Nazionale. Il segnale politico è netto: basta con i movimenti in ordine sparso da parte di singoli partner Ue e con le boutade propagandiste dei vari volenterosi.
Il primo impegno sull’Ucraina è per «una pace giusta e duratura, nel pieno rispetto della sovranità e dell’indipendenza». In una delle bozze della vigilia, c’era anche il richiamo all’integrità territoriale, ma la Lega è riuscita a cancellarlo, nella convinzione che dopo quattro anni di guerra non sia possibile non tenere conto del fatto che Kiev è stata aiutata in ogni modo dall’Unione e che Mosca non accetterà mai una ritirata completa da tutti i territori conquistati.
Nella risoluzione compare anche l’invito a portare in Europa una posizione non massimalista sulle sanzioni. Il premier Meloni ha ripetuto in Aula che l’Italia appoggerà correttamente il ventesimo pacchetto di sanzioni Ue a Mosca, tuttavia ha spiegato che fermezza non deve voler dire cecità, almeno nel lungo periodo. E così, nel documento del centrodestra si chiede di iniziare a costruire «un phase-out (riduzione graduale, ndr) dell’impianto sanzionatorio a seguito del termine del conflitto, suggerendolo anche come leverage negoziale». Insomma, anche qui, come sui territori, basta crociate e trattativa a tutto campo.
La ricerca di una soluzione negoziale va poi portata avanti «in coordinamento con gli Stati Uniti, la Nato e i partner del G7, promuovendo un ruolo attivo dell’Ue». Indirettamente legato alla guerra ucraina anche il passaggio della mozione in cui si chiede che il processo di allargamento dell’Ue, sia «fondato sul merito individuale» e vada sostenuto «informando il Parlamento delle conseguenze economiche di qualsiasi nuovo ingresso». Insomma, niente medaglie di guerra, anche se Carlo Calenda vuole un ingresso di Kiev «in tempi rapidi», come «pilastro per la stabilità e la sicurezza democratica dell’intero continente europeo».
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Vladimir Putin (Ansa)
A raccogliere l’appello di Giorgia Meloni e di Sergio Mattarella, affinché l’Europa si esprima con una voce unica, potrebbe essere l’ex premier: Gerhard Schröder piace troppo al Cremlino, Angela Merkel invece si è già tirata indietro.
Meno volenterosi, più Europa. Può sorprendere che la vera prospettiva multilaterale, piuttosto che la soluzione di ripiego del «fare le cose con chi ci sta» (come suggeriva Romano Prodi), venga difesa dalla sovranista Giorgia Meloni.
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Ancora vittime civili da ambo le parti. Volodymyr Zelensky alla ricerca di nuovi missili antiaerei.
In un conflitto basato su una guerra di posizione, con pochi aggiustamenti del fronte, a terra e su uno stillicidio di incursioni incrociate nei cieli, con droni e missili, l’Ucraina batte cassa con gli europei per crescenti finanziamenti.
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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