- Dalla nascita del primo governo di Giuseppe Conte il nostro Paese attende un piano nazionale per l’energia. Se l’esecutivo gialloblu, Lega e 5 Stelle aveva almeno provato a gettare le basi di un progetto per il futuro, quello giallorosso appena caduto aveva deciso ormai da tempo di non occuparsene. E’ tutto fermo.
- Saipem ha presentato due progetti nel Recovery plan sulla trasformazione dell’anidride carbonica
Lo speciale contiene due articoli
Il Conte bis passerà alla storia come uno dei governi che ha cercato di evitare in ogni modo di affrontare tematiche spinose come la transizione energetica, lo sviluppo dell’idrogeno, ma soprattutto un piano definito dove poter individuare le aree dove si sarebbe potuto cercare idrocarburi. Sul sito del ministero dello Sviluppo Economico ci sono ancora i riferimenti a quel decreto del febbraio 2019, dove «entro 18 mesi» si leggeva «[…» è approvato il Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI), al fine di individuare un quadro definito di riferimento delle aree ove è consentito lo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale, volto a valorizzare la sostenibilità ambientale, sociale ed economica delle stesse».
Non se n’è fatto nulla. Anzi, il ministro Stefano Patuanelli, ora in corsa anche per una poltrona da presidente del Consiglio, aveva provato a bloccare ogni tipo di trivellazione, mettendo ancora di più alle strette un settore industriale già in seria difficoltà per la pandemia e la crisi economcai. I 5 Stelle continuano a temere che l’elettorato affezionato alla green economy possa scappare. Così non decidono, trascinando l’Italia in un ritardo ormai sistemico, in ritardo rispetto agli altri paesi europei. A dimostrazione di come il sistema rischia di incepparsi c’è anche l’ultima inchiesta della procura di Pavia di questa settimana. Si indaga su una presunta truffa nel settore delle biomasse, metodo di produzione di energie alternative che negli ultimi anni è stato molto sovvenzionato dallo Stato, nello specifico dal Gse, il gestore servizi energetici con una fatturato da 30 miliardi di euro. In pratica gli 11 indagati avrebbero fatto risultare il legname bruciato per produrre energia, come raccolto più vicino di quanto invece fosse. Per ottenere incentivi dal garante, infatti, il materiale deve provenire da una distanza inferiore ai 70 chilometri. La centrale di biomasse di Biolevano nel pavese avrebbe così truffato 143 milioni di euro allo Stato.
Di mezzo c’è la società Maire Tecnimont, ‘ azionista di minoranza di Biolevano Srl tramite Neosia Renewables. Agli arresti domiciliari è finito anche Pietro Tali, ex amministratore delegato di Saipem. Maire Tecnimont è diventata in questi anni di fatto una filiale dell’azienda di San Donato, specializzata in progetti di infrastrutturali in più di 60 paesi nel mondo. Molti ex manager di Saipem sono infatti oggi in Maire Tecnimont, come Franco Ghiringhelli attuale capo del personale o Alessandro Bernini ex cfo Saipem ora dirigente preposto in Maire e infine Mariano Avanzi. Si era anche parlato di una possibile acquisizione da parte dell’azienda controllata da Cdp e Eni, ma dopo l’inchiesta i rapporti si sono raffreddati. Per di più Saipem quest’anno dovrà rinnovare il consiglio di amministrazione, è una delle partecipate statali in scadenza: Stefano Cao è in uscita ma potrebbe avere una riconferma. Di sicuro il governo in questi 2 anni avrebbe potuto sfruttare il know how dell’azienda, non solo dal punto di vista infrastrutturale, ma anche di trasformazione energetica. Negli ultimi 5 anni Saipem, che viene spesso ancora descritta come una società petrolifera, ha trasformato il suo portafoglio ordini. Per oltre il 70% non è più legato al petrolio ma alle energie pulite come il gas e soprattutto le rinnovabili. In quest’ultimo settore, Saipem si è specializzata nell’eolico offshore, un segmento nel quale dal 2016 a oggi ha acquisito in totale oltre 1 miliardo di euro di ordini.
L’azienda è attiva anche nel solare flottante: di recente è stato siglato un accordo di cooperazione con Equinor per sviluppare una soluzione tecnologica per un parco di pannelli galleggianti adatti ad essere installati vicini alla costa. Sulla scia della transizione energetica ha presentato progetti per il recovery plan indirizzati alla decarbonizzazione (di recente l’azienda ha acquisito una tecnologia proprietaria per la cattura di Co2) e progetti per sistemi integrati di energia: nell’offshore di Ravenna Saipem realizzerà il primo hub energetico rinnovabile italiano, e il primo in Sud Europa, che integra solare, eolico e idrogeno verde e che produrrà oltre 500 Mw di energia. Del resto l’idrogeno è un segmento in cui l’azienda è attiva da 60 anni in impianti di purificazione per hydrotreating, in complessi di hydrocracking e nell’industria basata sul syngas (gas di sintesi, è una miscela di gas contente, fra gli altri, idrogeno). Vanta ben 65 impianti di produzione. Ha anche presentato un progetto per la realizzazione di un ponte galleggiante per lo Stretto di Messina. E’ un azienda che ha un fatturato da 9 miliardi di euro, realizzato per il 95% all’estero, in più di 60 paesi nel mondo, talvolta decisivo dal punto di vista diplomatico per l’Italia. Tanto che da qualche anno circola una battuta a San Donato. L’ex premier Massimo D’Alema aveva detto che avrebbe voluto diventare presidente di Eni, ma forse avrebbe avuto più vantaggi sulla politica internazionale diventando quello di Saipem.
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