L’ecoansia rovina il sesso ai ventenni: «Abbiamo paura della fine del mondo»
«La Stampa»: i giovani temono anche nuovi virus e cercano legami più profondi. Allora, i cattolici indichino un’alternativa.

Il Sessantotto voleva liberare l’amore. I Duemilaventi ci hanno liberato dall’amore. E dal sesso. Lo scrive La Stampa e noi ci fidiamo: ai ventenni, copulare non interessa granché. Generazione zeta, sì, ma non la zeta di «zozzerie».

Cosa possa esserci dietro questa inopinata conversione alla castità, lo spiega al quotidiano torinese il disegnatore e scrittore Alec Trenta, che a dispetto del cognome, di anni ne ha solo 24: «Possiamo dire che, in certi momenti, la fine del mondo per la crisi climatica […] vinca sul desiderio sessuale». Quale fine del mondo? Quella che, l’artista ne è convinto, «ci aspetta».

In teoria, se il destino imminente è l’Armageddon, le reazioni dei malcapitati possono essere solo due: espiare i peccati con una severissima penitenza, oppure abbandonarsi ai piaceri sfrenati. Gli zeta, strutturalmente incapaci di prendere decisioni, appaiono democristiani pure dinanzi a uno scenario che reputano esiziale: non si curano dello spirito, perché sono stati abituati al nichilismo; e nemmeno si danno al godimento, nel quale non ritrovano il senso perduto.

Quella dell’astinenza è la stessa logica – se le possiamo conferire la dignità di logica – di Giorgia Vasaperna, la giovanissima attrice e attivista green che ha commosso il ministro Gilberto Pichetto Fratin: ho così paura dell’apocalisse ambientale, che non sono sicura di voler fare figli. Il problema è che i bambini rischierebbero di patire una morte atroce, a causa di qualche evento meteorologico estremo. E poi, una volta nati, inquineranno. In ogni caso, il dato è desolante: dopo l’ansia da prestazione, a rovinare il sesso è arrivata l’ecoansia. E non è manco finita qui.

Sempre Trenta, infatti, prosegue: «Banalmente, anche l’idea di riaffrontare una nuova pandemia mi spegne qualcosa dentro». Banalmente? Mica tanto. Abbiamo un esercito di ragazzi, al culmine delle energie fisiche e mentali, della tempesta ormonale e della potenza erotica, bloccati dall’angoscia per il giudizio universale e dal timore dell’influenza. Scusate: non è così banale la cosa.

Poveracci, non è tutta colpa loro: li hanno rinchiusi in casa, li hanno privati di scuola e amicizie, li hanno ricattati prima con i sensi di colpa (se andate in giro ammazzate i vostri nonni) e dopo con il green pass (se vi vaccinate tornate in discoteca). Nel frattempo, li hanno caricati a pallettoni con la propaganda verde e li hanno abituati ad adorare Greta Thunberg, una coetanea disagiata (purtroppo) e incolta (per sua scelta), il cui messaggio ricorrente è quello in cui li esorta a «sentire tutti i giorni la paura» per l’emergenza clima. Loro, però, non si sono ribellati: non hanno scardinato le gabbie, non hanno forato le cappe. Quelli del Sessantotto sì. Forse per i motivi e nei modi sbagliati, finendo per puntellare il sistema che pensavano di combattere. Ma ci hanno provato. Magari, tanta passività è il frutto del calo dei livelli medi di testosterone nella popolazione: negli Stati Uniti, c’è stato un crollo nella seconda metà del XX secolo; in Italia, sembra che l’ormone si difenda meglio. Il punto è che uomini meno maschi sono uomini più docili. Chi aspirava a una società addomesticata, ha quasi compiuto la missione.

Dopodiché, nel sesso «riposizionato, decentrato, depotenziato», di cui parla La Stampa, si coglie un ulteriore paradosso culturale. Simonetta Sciandivasci ci informa che sono in aumento, tra i ventenni, celibi volontari e «demisessuali», quelli attratti dalla «connessione emotiva», piuttosto dalla mera fisicità. Quasi come se i giovani si fossero riavuti dall’ubriacatura edonistica postmoderna. Quasi come se, pur pressati dall’abbrutimento della sessualità, dalla sua spersonalizzazione pornografica, dalla sua mercificazione persino in forma digitale (si veda il successo di Onlyfans), abbiano compreso che per riempire i vuoti non basta un orgasmo. Occorre un’unione profonda.

Alla sete di amore vero, il neopuritanesimo progressista risponde con il transumanesimo e il transgender: l’idea che un corpo vale l’altro, che maschio e femmina non contano e che, anzi, il rapporto «incentrato sulla penetrazione» sia «meno soddisfacente per le donne». Ma chi lo sa se i ragazzi non starebbero ad ascoltare qualcuno che proponesse loro una diversa prospettiva, anche teologica? Non una riesumazione del bigottismo, eh. Manco l’apologia della famiglia tradizionale. Almeno, l’indicazione di un’antropologia integrale, che ricollochi il sesso entro la stabilità dei legami. E riporti la procreazione al centro del sesso stesso. Sarebbe una buona alternativa all’ecoansia, alla paralisi di chi concepisce un figlio in termini di «impronta ecologica», o se lo vede già vittima del climate change. Ce ne sarebbe di lavoro, per i cattolici. Se pure loro non fossero troppo impegnati a occuparsi della CO2.

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