Bruxelles vuol costringerci ad allargare i poteri green dei sindaci «tifosi» della Ztl
Beppe Sala (Ansa)
Con il Piano sul clima, sanate otto procedure in essere ed evitate altre 12. Risultato: estensione dei limiti di accesso e nuove aree pedonali. Nel mirino i sussidi ambientali.

Mentre la politica degli Stati batte un colpo a favore del buon senso (il Consiglio Ue comincia a sterilizzare la norma sugli Euro 7) arriva in Italia l’onda lunga delle decisioni Ue in materia di inquinamento dell’aria. Ieri il consiglio dei ministri ha varato un decreto legge che mira a chiudere tre procedure di infrazione che l’Unione europea avviò a suo tempo nei confronti dell’Italia per mancato rispetto della direttiva 2008/50 relativa appunto alla qualità dell’aria. Il decreto (Disposizioni urgenti per l’attuazione di obblighi derivanti da attività dell’Unione europea e da procedure di infrazione e pre-infrazione pendenti nei confronti dello Stato italiano) risponde alle contestazioni aperte con le procedure 2014/2147, 2015/2043 e 2020/2299, ad altre 12 situazioni di pre-infrazione e sana altre cinque situazioni a rischio infrazione.

È soprattutto sulle norme che puntano a chiudere le tre procedure di infrazione che si concentra la nostra attenzione. Il problema si trascina da anni. Nel 2014, la Commissione europea ha avviato una procedura contro l’Italia per inadempimento della Direttiva 2008/50/CE, a causa del superamento sistematico e continuato, in certe zone del territorio italiano, dei valori massimi fissati per le particelle PM10 in atmosfera. Dal 2008 al 2013 i livelli di PM10 registrati sforarono i limiti, sia giornalieri che annuali, in nove regioni e Veneto. L’accusa: l’Italia non avrebbe adottato misure adeguate.

La Commissione apre poi un contenzioso (2015/2043) attraverso un ricorso alla Corte europea di giustizia, per il superamento continuato dei valori massimi di biossido di azoto e la mancanza di adeguate misure da parte del governo italiano, sempre in relazione alla Direttiva 2008/50/CE. In questo caso, le regioni interessate sono Liguria, Lombardia, Piemonte, Toscana, Lazio e Sicilia. Infine, la procedura di infrazione 2020/2299 riguarda il PM 2,5. Dal 2015 in alcune città della pianura Padana i livelli massimi di queste polveri sono stati superati in molte occasioni e l’Italia non ha messo in campo soluzioni efficaci per limitare questi episodi. In realtà, nelle more di queste procedure, nel 2019 il governo e le regioni avevano siglato un protocollo che istituiva un Piano d’azione per il miglioramento della qualità dell’aria. Adesso per evitare situazioni sanzionatorie, che – bene ricordare – impatterebbero pesantemente nell’applicazione del futuro Patto di stabilità, siamo costretti a far diventare il Piano sulla qualità dell’aria realtà. Premessa. In città come Milano, nella quale le norme sulla Ztl sono stringenti, si è capito che ridurre la mobilità delle auto non serve in alcun modo a ridurre le polveri sottili. È quindi chiaro che gli effetti sull’inquinamento saranno aleatori. Al contrario l’impatto sulla vita delle persone sarà notevole. In pratica il governo è costretto a varare una sorta di cabina di regia per concordare con Regioni, Province ed Enti pratiche ancor più stringenti, rendendo però felici quei sindaci arcobaleno che fanno della transizione green una bandiera. Alla faccia delle tensioni sull’autonomia. In pratica, le Ztl si allargheranno anche ad aree extra urbane, più spinta alle auto elettriche, a quelle ibride e disincentivi alle auto tradizionali. Una delle azioni del piano, la numero 6 per la precisione, mira a sviluppare la mobilità attiva. Di cosa si tratta? «Pubblicazione sul sito istituzionale di linee guida e buone pratiche per incrementare la “walcability” dell’ambiente urbano e per promuovere la mobilità attiva, soprattutto nei percorsi casa scuola e casa-lavoro». Tradotto: estendere a più Comuni l’idea di enormi zone pedonali. A tutti piacerebbe vivere a 10 minuti a piedi dal proprio posto di lavoro. Ma chiaramente è una idea da radical chic o semplicemente un intento irrealizzabile per milioni di persone. Senza contare che nei luoghi dove si assiste a pratiche di eliminazione dei veicoli si creano quartieri, che dopo la chiusura dei negozi, diventano invivibili. Tutti a piedi per essere rapinati meglio. Insomma, la messa a terra di questa legge, pur con un coordinamento nazionale, permetterà ai sindaci ambientalisti di schiacciare il piede sull’acceleratore della transizione ecologica. Risultato centro storici per ricchi e tutto il resto praticamente invivibile. Se procediamo nella lettura del testo, si passa poi a normare i riscaldamenti cittadini, a spingere per la decarbonizzazione e soprattutto l’inserimento di tasse per le attività considerate inquinanti. Nel mirino ci sono le detrazioni e i sussidi ambientali dannosi, battaglia storica della viceministra dell’Economia Laura Castelli, (ai tempi di Gualtieri ministro) che prevede riduzioni di agevolazioni al gasolio agricolo ai carburanti per aerei e navi fino al diesel. Un’operazione, inutile dirlo, in linea con la politica del Green new deal caldeggiato dall’Ue. Ogni centesimo di accisa in più si tradurrebbe in un aumento di gettito per lo Stato di 200 milioni di euro. Basterebbe ridurre di 5 centesimi le agevolazioni per avere 1 miliardo. Inevitabili gli aumenti del prezzo del carburante con impatto sui prodotti trasportati su gomma a cominciare dai generi alimentari ma anche per i biglietti aerei. Ovviamente il decreto non parla di aumenti lineari. Ma di razionalizzazione. Vedremo dove si interverrà. Di certo saranno nuove tasse. Visto che i trattori elettrici o i rimorchiatori elettrici non esistono se non sulla carta. E il 70% delle merci viaggia su camion a gasolio.

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