Il sinodo della Chiesa tedesca, iniziato nel 2019 e che si chiuderà nel 2023, procede ad ampie falcate sulle ali della sua weltanschauung. È stato approvato in prima lettura con un’ampia maggioranza, 159 voti favorevoli e 26 contrari, un documento che chiede l’abolizione del celibato dei sacerdoti e per questo invita i vescovi tedeschi a presentare proposta al Papa.
Per l’assemblea sinodale tedesca i preti dovrebbero potersi sposare, almeno averne facoltà. Si suggerisce anche l’introduzione di viri probati, come già si era tentato in vario modo durante il sinodo straordinario per l’Amazzonia, cioè la consacrazione di uomini sposati e di provata fede. Se per l’Amazzonia il motivo sbandierato era quello della carenza di sacerdoti in lande sterminate, qui in Germania il motivo potrebbe essere meno poetico. Almeno stando alle parole del cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco, che ha dichiarato al quotidiano Sueddeutsche Zeitung che «per alcuni sacerdoti, sarebbe meglio se si sposassero, non solo per motivi sessuali, ma perché sarebbe meglio per la loro vita e non sarebbero soli». Peraltro, il cardinale è tirato in ballo dal famoso report della diocesi di Monaco sugli abusi, quello in cui viene maldestramente chiamato in causa anche il papa emerito Benedetto XVI, e molti pensano che la tentazione di sfruttare queste oscenità per un’agenda di politica intraecclesiale possa accarezzare anche vescovi e cardinali.
Se così fosse l’abuso ignobile subito dalle vittime verrebbe indecentemente riattualizzato in altra forma, e la tanto necessaria accountability, responsabilità, finirebbe per diventare un’operazione di trasformismo ecclesiale. Una prova potrebbe venire in tal senso anche dalle dichiarazioni del presidente dei vescovi europei, il cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich che ha chiesto un cambiamento nell’insegnamento della Chiesa sull’omosessualità. Anche in questo caso non è tanto la proposta, che non è certo una «scandalosa» novità, quanto la motivazione che fa pensare a un’operazione di trasformismo più che di sviluppo della dottrina. «Credo», ha, infatti, detto, «che il fondamento sociologico-scientifico alla base di questo insegnamento (sulle relazioni omosessuali, ndr) non sia più adeguato». Il punto è che, catechismo alla mano, l’insegnamento della Chiesa non trova fondamento su aspetti sociologico-scientifici, perché il giudizio di «intrinseco disordine» degli «atti omosessuali» si basa sulla Sacra Scrittura e la Tradizione. A quale loco teologico appartengano gli aspetti sociologico-scientifici è una questione che lascia pensare appunto a un tentativo di trasformismo ecclesiale. Peraltro, sempre secondo le dichiarazioni del porporato, facendo leva in qualche modo anche sullo scandalo degli abusi: «Alcuni attribuiscono l’aumento degli abusi alla rivoluzione sessuale», ha detto lo stesso Hollerich in una recente intervista al settimanale del quotidiano francese La Croix, ma «[io] penso esattamente il contrario».
Poco importa che tra quegli «alcuni», guarda caso, o forse non a caso, visto l’attacco subito in questi giorni proprio per tali questioni, vi sia anche Benedetto XVI. Nei suoi «appunti», pubblicati nel 2019 proprio per dare un contributo all’estirpazione della mala pianta, il Papa emerito scriveva: «Della fisionomia della Rivoluzione del 1968 fa parte anche il fatto che la pedofilia sia stata diagnosticata come permessa e conveniente. Quantomeno per i giovani nella Chiesa, ma non solo per loro, questo fu per molti versi un tempo molto difficile. Mi sono sempre chiesto come in questa situazione i giovani potessero andare verso il sacerdozio e accettarlo con tutte le sue conseguenze».
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