2025-03-17
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Prima Prodi e Gentiloni, adesso D'Alema. La vaghezza di Schlein spinge al ritorno i vecchi potentoni Dem
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A vederla di lato, non sembra una Ferrari. A vederla di fronte, non pare proprio una Ferrari. A vederla da dietro forse....no, non lo sembra neanche dietro. Il colore, forse, può richiamarla? No, nemmeno: l’hanno presentata di tutti i colori.
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
Allegri tutti gli altri. Quelli che hanno un progetto, un gioco da mettere in campo e una società che li sostiene. Allegri sono Cristian Chivu e Cesc Fabregas che per un anno si sono annusati, piaciuti, copiati, alla ricerca della mossa più estrema. E alla fine hanno vinto tutto; per i lariani entrare nell’Europa che conta è uno scudetto.
Allegri anche Antonio Conte e Gian Piero Gasperini. Il primo perché strizza le squadre che allena, le porta al limite, entra nella testa dei giocatori e se non arriva primo, arriva secondo; l’altro perché non lascia nulla al caso, chiede il 110% ai suoi guerrieri, non scende a patti con nessuno (vedi caso Claudio Ranieri). E dopo avere fatto la fortuna della famiglia Percassi a Bergamo, al primo colpo ha riportato Roma in Champions. Con un centravanti vero, Donyell Malen, e senza la pletora di centravanti finti, spettatori non paganti, visti a San Siro sponda rossonera e all’Allianz di Torino.
Allegri i tecnici che hanno un’idea e quelli che non hanno bisogno di allenare i giornalisti; a loro basta allenare i giocatori. Così nel giorno del disastro supremo di Milan e Juventus, l’unico a non essere allegro è proprio Max, licenziato in tronco dal patron Gerry Cardinale con Giorgio Furlani, Igli Tare e Geoffrey Moncada al culmine di un comunicato che parla di «fallimento inequivocabile» (22 milioni da accantonare per salutarli). Si salva Zlatan Ibrahimovic, monumento fin qui così inutile da non fare danni. Cardinale aveva posto un’asticella pure bassa per il Milan: quarto posto, con la certezza di ghermire i 60 milioni della Champions. Ma il Diavolo più squinternato del decennio non gli ha dato neppure questa soddisfazione: quinto, dominato a San Siro dal Cagliari già salvo, con sei sconfitte nelle ultime 10 partite.
Un crollo verticale per una squadra che non aveva altri impegni se non giocare a calcio la domenica. Il problema è che la compagnia Allegri non c’è quasi mai riuscita. Non un piano partita, non uno schema che non fosse difesa bassa e ripartenza (l’equivalente di catenaccio e contropiede anni 70), non un’idea per sfruttare al meglio le frecce Rafa Leao e Christian Pulisic. Risultato: quando questi due si sono spompati il Milan ha spento la luce. Il corto muso provoca solo musi lunghi. Max torna in Versilia a giocare a bocce in attesa di ricominciare da Napoli. Paga il risultatismo fine a se stesso, ma anche l’immobilismo programmatico di una società che - dopo la cacciata di Paolo Maldini - è sembrata rifuggire dalla propria storia gloriosa. L’arroganza autoreferenziale di Ibrahimovic e l’incompetenza sesquipedale di Furlani hanno completato l’opera, facendo affogare anche il ds Tare, ritenuto colpevole di operazioni di mercato inutili e sanguinose.
La stagione è stata un frullatore impazzito, con le liti fra Allegri e Ibra a far da contrappunto. E con il pareggio di bilancio come unica strategia, destinata a impoverire progressivamente la squadra. Ora si riparte da zero. Via tutti. Ormai quasi accasato in Nazionale Roberto Mancini, Cardinale vorrebbe Conte con la scopa in mano (ma costa e l’amerikano ha il braccino) o il giochista Vincenzo Italiano che ha salutato Bologna. Il sogno sarebbe Xavi. Anche Raffaele Palladino è sulla short list, con chances reali soprattutto se dovesse rientrare zio Fester Adriano Galliani che lo lanciò a Monza. Giorni frenetici per gli allenatori, soprattutto per quelli che hanno idee da portare al mercato.
Dopo una stagione anonima, l’Atalanta ha bloccato Maurizio Sarri, che avrà solo il fastidio di accordarsi in uscita con Claudio Lotito (ballano una decina di milioni). La panchina della Lazio è comunque occupata da ieri: Gennaro Gattuso ha detto sì. La giostra gira e curiosamente Aurelio De Laurentiis è innamorato di Allegri, lo ritiene l’uomo giusto per normalizzare uno spogliatoio iper stressato da Conte e bisognoso di maggiore serenità. Il presidente è convinto che Acciughina non gli farà spendere altri 150 milioni per arrivare dietro il Pafos (30°) in Champions. E non farà passare la squadra direttamente dallo zen alla catalessi. Sinceri auguri.
Nonostante il fallimento Champions Luciano Spalletti l’ha sfangata («voglio continuare a partecipare al progetto»). Anche se rimane in bianconero per un semplice motivo: John Elkann, che a fine anno sarà costretto a pompare altri milioni nelle casse della Juventus, non ha intenzione di pagarne una ventina solo per esonerare un allenatore al quale l’ad Damien Comolli ha rinnovato il contratto (6 milioni netti all’anno per 2 anni) prima che raggiungesse l’obiettivo minimo. Dopo il pianto greco, il vertice della Juve è in riunione permanente. Trapela la volontà di coinvolgere di più Spalletti e Chiellini nelle scelte operative, anche perché la strategia dell’algoritmo di Comolli ha fallito su tutta la linea. Ci sarebbe un altro fastidio: la strettoia Uefa, con uno scontato «settlement agreement» che costringerà la Signora a limitare gli investimenti in entrata e a fare un mercato in uscita vicino ai 100 milioni di introiti. Significa vendere prima di comprare. E rinunciare a fuoriclasse come Bernardo Silva, che mettono la precondizione della Champions prima di firmare il contratto.
Nel calcio italiano c’è chi fa trading (e perde) e c’è chi fa scouting (e vince). L’esempio più felice è il Como, che ha una proprietà solidissima (la famiglia Hartono), un allenatore formidabile come Fabregas e fin qui ha ingaggiato giocatori non per fare affari rivendendoli ma per costruire una squadra da notti europee. Missione compiuta, la coppa dalle grandi orecchie galleggia sul lago manzoniano (però è l’altro ramo, basta con le confusioni). Dice: bella forza, hanno il portafoglio gonfio. Tralasciando Nico Paz, nessuno conosceva Tasos Douvikas, Martin Baturina, Assane Diao, Lucas Da Cunha (400.000 euro dal Nizza), Jacobo Ramon, Máximo Perrone prima che li pescasse il Cesc come cavedani. Scouting in purezza, uomini perfetti per realizzare l’idea. La chimica del gruppo prima del colpo di tacco. Quando ha finito le lacrime per il suo Milan, Arrigo Sacchi dovrebbe esserne felice.
Tra i relatori invitati nella Sala del Sinodo in Vaticano per la presentazione della prima enciclica di papa Leone XIV, c’era Christopher Olah, 34 anni, cofondatore di Anthropic, la società americana che ha sviluppato Claude e molti altri strumenti di Intelligenza artificiale. Ateo dichiarato, canadese, ex evangelico che ha detto di sé «da adolescente, ho avuto difficoltà con la Bibbia e sono diventato ateo».
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
La manifattura lombarda apre il 2026 con segnali positivi, confermando dinamismo, capacità di adattamento e una forte tenuta del sistema produttivo regionale. Nel primo trimestre dell’anno la produzione industriale registra una crescita dello 0,5% rispetto al trimestre precedente, accompagnata da un incremento del fatturato pari al +0,6%. Bene anche gli ordini interni, in aumento dell’1,3%, mentre quelli esteri si mantengono sostanzialmente stabili, con un +0,3%.
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.

