2025-03-17
VOTAntonio | Altro che fiction, i veri Gattopardi vivono e lottano insieme nel Pd
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Prima Prodi e Gentiloni, adesso D'Alema. La vaghezza di Schlein spinge al ritorno i vecchi potentoni Dem
Prima Prodi e Gentiloni, adesso D'Alema. La vaghezza di Schlein spinge al ritorno i vecchi potentoni Dem
Nel teatro dell’assurdo anzi delle assurdità, capita che la coppia Usa e Israele decida di attaccare l’Iran e che a seguito di questo attacco il mondo vada sottosopra, con rincari dei costi sugli aspetti nevralgici dell’economia che fanno tremare i polsi. Soprattutto per l’energia.Il tentativo di dialogo è fallito con velocità pari ai missili sparati da ogni dove e su ogni luogo. E tutti sono (ir)responsabili.
Domani potremmo svegliarci in un mondo nuovo, ancora più duro da affrontare. Un mondo peggiore. E non solo perché alla pompa di benzina o del diesel ci sveneremo come fossimo dal gioielliere. Ma anche questo conta nelle latitudini dove non si sente il fischio delle bombe. Diesel a tre euro, inflazione all’8% e poi vediamo chi avrà ancora voglia di andar dietro alle dichiarazioni ottimistiche della Casa Bianca.
In questo teatro globale delle assurdità, inoltre, non poteva mancare l’inutile e impalpabile Unione Europea, la quale non avendo parti in commedia si inventa posture morali. L’ultima ha messo nel mirino la Biennale di Venezia, colpevole di discostarsi dalla strategia europea contro Putin e quindi di aiutare la Russia. I fatti sono noti: per l’edizione di quest’anno, il presidente Pietrangelo Buttafuoco consentirà alla Russia di riaprire il proprio stand («proprio» nel senso che è di sua proprietà). Bestemmia! Come si permette questo Buttafuoco a sfidare la Ue? Si penta, si ravveda entro 30 giorni altrimenti da Bruxelles non arriveranno più soldi. Già, perché nel tempio del neoliberismo dove la moneta (l’euro) sostanzia le Istituzioni, non si conosce altra sintassi se non quella del soldo. Quindi: o fai come ti diciamo noi, oppure niente più soldi.
Purtroppo, al delirio della Commissione si aggiungerà l’ignavia del governo italiano, che già si è esposto contro la Biennale e contro il suo presidente attraverso il ministro della Cultura Alessandro Giuli, coperto da Palazzo Chigi. Come a dire: Roma e Bruxelles la pensano allo stesso modo e alla Russia non dobbiamo concedere nulla. Quindi bene farà la Ue a tagliare i finanziamenti.
Se però la politica si misura «a peso d’euro», suggerisco al governo di guardare i sondaggi più recenti laddove la gente si sta incazzando per… mancanza di euro in tasca. Insomma, la vita costa troppo, l’energia di più ancora. Pertanto se i prezzi si alzano perché gas e petrolio sono bloccati a Hormuz e perché la guerra di Trump e Netanyahu ha scombinato il mondo, il popolo non ha la minima intenzione di pagare le follie altrui e chiede concretezza: pensate agli italiani. Sarebbe l’abc di quel che un tempo - era la Prima repubblica di Mattei, di Moro, di Craxi, di Andreotti - si chiamava interesse nazionale e che oggi va sotto il termine «sovranismo». In poche parole, se agli italiani chiedeste «Volete più gas e petrolio russo?», la risposta sarebbe affermativa: vogliamo tutto il gas e tutto il petrolio possibile dalla Russia; oltre a quello che già abbiamo comprato in barba alle famose sanzioni. Stupiti? E perché mai? Lo scriviamo da tempo e anche ieri lo ha scritto il direttore Belpietro: l’Europa compra gas dalla Russia, anzi ha fatto la scorta! E con la Russia fanno affari anche diverse multinazionali e non mi sembra che gli amministratori delegati siano agli arresti. Poco ci manca invece che il povero Buttafuoco non sia messo al rogo, a Bruxelles come a Roma, per avere aperto le porte della Biennale alla Russia. Non si può, si deve pentire della scelta; altrimenti - come si diceva - niente soldi. Per come conosciamo Buttafuoco non farà marcia indietro, e bene fa perché da raffinato uomo di cultura sa che la Biennale deve tenere le porte aperte. Con la Russia, come con l’America, che ha attaccato Venezuela e Iran; con lo stesso Iran, che impicca oppositori senza pietà; con Israele, nel cui mito della Super-Sparta bombarda e compie stragi a Gaza, in Iran, in Libano, in Cisgiordania. Usa e Israele sono intoccabili?
Il consiglio che diamo all’Europa come a Palazzo Chigi è quello di restare coi piedi per terra, di preferire il reale con l’ideale. E il reale, cioè il popolo, ci invita a riprendere il dialogo con la Russia sull’energia. La Biennale può essere il ponte diplomatico, un ponte che la Ue vuole bombardare. Il governo che intende fare? I Cinquestelle hanno pronta una interrogazione che obbligherà il governo alla chiarezza prima del voto in Consiglio europeo di fine aprile. La Meloni autorizza Giuli nel delegittimare Buttafuoco? E la Lega, oltre alle dichiarazioni di rito, sarà coerente? Alla fine deciderà Bruxelles o Palazzo Chigi?
A Gent un lampione emette, all’improvviso, lampi luminosi. Non è un cortocircuito, ma una gioiosa usanza locale. Nella piazza Sint Veerleplein quella luce, direttamente collegata all’ospedale di Maternità, avverte i passanti che un bambino è venuto al mondo.
Gent (in fiammingo) o Gand (in francese) è il capoluogo delle Fiandre orientali, seconda città del Belgio per numero di abitanti. Una località amena che seduce i visitatori ancor più quando i primi raggi di sole illuminano i canali fioriti e le architetture medievali. Ma è l’arte pittorica dei grandi maestri fiamminghi - da Jan van Eyck a Pieter Rubens, a Bruegel il Vecchio – ad attirare il pubblico internazionale.
Capolavoro assoluto l’Adorazione dell’Agnello Mistico dei fratelli van Eyck custodito in una teca nella Cattedrale di San Bavone. «L’Agnello Mistico segna l’inizio ed il coronamento della pittura fiamminga del Quattrocento», esordisce Stefano Zuffi, storico dell’arte. «È come la nascita di Atena dalla testa di Zeus. Un’opera complessa, emozionante, drammatica. Il racconto della storia dell’umanità: da Adamo ed Eva alla Gerusalemme Celeste. Può essere visto nel suo insieme, a colpo d’occhio, ma anche attraverso una infinita serie di dettagli. L’utilizzo della tecnica dei colori ad olio di lino e di noce consente una precisione esecutiva straordinaria».
Le vicende storiche del Polittico, tra furti e smembramenti, sono un romanzo. L’Agnello Mistico, terminato nel 1432 e composto da dodici pannelli di quercia, fu smontato una prima volta nel Cinquecento e nascosto nella torre della Cattedrale per sottrarlo all’iconoclastia della Riforma protestante. Dopo varie vicissitudini tra cui il trafugamento dei soldati di Napoleone, l’ultima avventura fu l’essere sepolto nel 1942 per ordine di Hitler in una miniera di sale. Fu ritrovato nel 1945 dai Monuments Men americani privo però di una pala. Dopo giorni di inutili ricerche, quando i militari stavano per rinunciare, uno di loro scivolò sotto il tavolo. E…s’accorse che era la pala mancante, capovolta e sostenuta da due cavalletti!
Un lieto fine che oggi è anche nell’ultimo, recente restauro del 2020 che ha restituito al Polittico lo stupefacente splendore delle tinte originali.
Il 2026, però, è l’anno dedicato alle artiste fiamminghe. Judith Leyster, Clara Peeters, Rachel Ruysch, Maria Sibylla Merian, Jenny Montigny: nomi poco noti ma assolutamente pari per capacità, originalità e valore ai celebri autori maschili. Lo stupore davanti a quei capolavori è grande. Dimostrazione evidente del versatile talento femminile oscurato per secoli al punto che i quadri venivano venduti con firme maschili. Falsificazioni storiche che ancora oggi fanno fatica ad emergere. Il Museo delle Belle Arti propone «Unforgettable», prima retrospettiva delle artiste dei Paesi Bassi tra il 1600 e il 1750 con prestiti della National Gallery di Washington. In autunno invece quello spazio è dedicato a Jenny Montigny, eccentrica e sorprendente pittrice di fine Ottocento. Il Museo, uno dei più antichi e prestigiosi del Belgio, accoglie 9.000 opere, di cui 600 in esposizione permanente, e propone uno sguardo completo sull’arte fiamminga dal Medioevo alla prima metà del XX secolo. Nell’ambito del progetto Flemish Masters in Situ sono stati poi anche individuati 105 luoghi dove ammirare i dipinti nel contesto originale.
Costruita sulla confluenza di due fiumi Gent vanta l’area pedonale più vasta del Belgio. Ideale da girare anche in bicicletta e punto di partenza per gite ed itinerari tra boschi e romantici tour in barca. Divertente immergersi nella movida locale tra pub, birrerie e botteghe artigianali dell’allegra città universitaria. La sera un'illuminazione scenografica, il «piano della luce», valorizza monumenti come il Castello dei Conti e il ponte San Michele offrendo scorci emozionanti.
Le Fiandre, situate nella parte nord del Belgio, sono una delle tre regioni amministrative del Paese insieme alla Vallonia e alla regione di Bruxelles capitale. Autentici gioielli sono anche Bruges, Leuven o Anversa. Una vera chicca il Giardino d’Inverno del Collegio delle Orsoline di Mechelen, in puro stile Art Nouveau. Siamo in pieno Novecento: soffitto e vetrate colorate, felci e sempreverdi creano un’atmosfera poetica. Info: www.visitflanders.com.
Cognome e nome: Galimberti Umberto. Monza, 2 maggio 1942. «Galimba» per i fan adoranti.
Soprattutto signore: «È uno dei filosofi che riscuotono maggiore successo con le donne, con punte incontrollabili di misticismo e di estasi anche tra le razionalissime professoresse democratiche, soprattutto quando nelle conferenze accenna - con ispirata espressione oracolare - a sconosciute essenze del pensiero greco», così Edmondo Berselli, che lo ha perculato in Venerati maestri (Mondadori, 2006), irridendo i pensatori alla Massimo Cacciari, come appunto l’«altro barbuto», Galimberti.
Psicologo. Psicanalista (dal 1979). Filosofo. Saggista. Giornalista.
«Uno dei nostri più ascoltati maître-à-penser» (Mario Baudino).
Macché, gli ha fatto eco Antonio Gnoli su Robinson del 5 aprile scorso, che a Galimberti ha dedicato un identikit al vetriolo.
Fin dall’incipit.
«Lo conosco da anni, come lo conoscono i nostri lettori (infatti - questo lo aggiungo io - Galimberti collabora dal 1995 con Repubblica, ndr). È un uomo generoso, dotato di un’empatia speciale. Tratti umani che aiutano a farne un intellettuale di successo». Empatia speciale.
Seconda bordata: «Ha un programma di appuntamenti - incontri, conferenze, dibattiti - semplicemente mostruoso. È sempre in viaggio». Semplicemente mostruoso.
Basta? No: «Ad attenderlo nei teatri e nelle piazze, la consueta folla di gente che lo ascolta e lo applaude e compra i suoi libri». La consueta folla di gente.
Per poi infilzarlo: Umberto, come gestisci il successo?
«Piuttosto lo subisco, convinto che un eccesso di abitudine ti trasformi in un ingranaggio. Perciò comincio a dubitare se tutto questo “darsi da fare” abbia o no un senso».
Parlando del suo ultimo volumetto, Le disavventure della verità (Feltrinelli, 2025), Galimberti osserva infine: «Tra un po’ non distingueremo più il vero dal falso e non ce ne importerà più».
Ahia! Qui il Franti che è in me si è detto: «Anche riconoscere ciò che è tuo da ciò che non lo è, non è parso sempre agevole», stante la vexata quaestio di una certa qual sua tendenza all’appropriazione non proprio debita di testi altrui (e all’ampio riciclo di materiale proprio, che è un peccatuccio veniale comune a molti).
Al tempo. Prima passiamo in rassegna la pars construens della sua biografia.
Seminarista per non pesare sulla famiglia (madre vedova, dieci figli), ne uscì a metà della seconda liceo, nonostante avesse come «prezioso compagno di banco» Gianfranco Ravasi, oggi cardinale teologo biblista (o magari proprio per questo, vai a sapere).
Nel 1965 laurea in filosofia alla Cattolica di Milano sotto la guida di Emanuele Severino.
Per 15 anni insegnante nei licei della provincia lombarda, poi si trasferisce a Venezia dove nel frattempo era andato a insegnare il citato Severino: «Riuscì a farmi ottenere il ruolo di assistente alla cattedra di Antropologia culturale».
All’università Ca’ Foscari di Venezia ha insegnato anche Filosofia della Storia, Psicologia generale e Psicologia dinamica.
All’attivo, una miriade di pubblicazioni, contributi, libri, tradotti financo in giapponese.
Un progressista.
Due anni fa, quando nel dì della festa di Liberazione Massimo Giannini pensò di chiamare alla Resistenza democratica e antifascista i suoi contatti Whatsapp, inaugurando la chat «25 aprile», (in un gioco di rimbalzi mi trovai intruppato pure io, cosa che non gradii: il consenso deve essere richiesto, altrimenti è violenza, come sostiene il #metoo), Galimba lo scorticò con parole di fuoco: «Caro Massimo hai avuto un’idea formidabile. Come al solito. Bravo». Come al solito.
Non risulta invece agli atti alcun commento quando Giannini disse addio alla sua creatura otto mesi dopo: «L’idea iniziale è irrimediabilmente perduta». Ah bella, ciao!
Di certo, una donna non ha subito il suo fascino intellettuale.
Anzi, le si gonfiò proprio la giugulare quando prese tra le mani L’ospite inquietante - Il nichilismo e i giovani (Feltrinelli, 2007): la ricercatrice e storica dell’antichità Giulia Sissa.
Che dopo un’inchiesta del Giornale, lo accusò di «prestito non dichiarato», a proposito di alcune somiglianze con un suo libro.
Galimberti: «Il mio libro è una raccolta di articoli, quelle pagine sono una rielaborazione di una recensione del 23 aprile 1999 che io scrissi parlando del suo Il piacere e il male - Sesso, droga e filosofia (Feltrinelli, 1999), in cui riassumevo ciò che diceva la professoressa Sissa».
La supercazzola non placò l’ira della medesima: «Galimberti, si scusi e basta!».
Dispiace che Galimberti sia seguito dalla nomea di essere un citazionista della citazione non dichiarata, «un frequentatore abituale di frasi altrui», come lo definì Marco Filoni per il sito del Fatto quotidiano del 21 settembre 2011, in un articolo intitolato Copio ergo sum, il catalogo del plagio.
Tanto che Pierluigi Battista, all’epoca vicedirettore del Corriere della Sera, gli indirizzò, il 9 giugno 2008, una lettera aperta dalle colonne del Corriere della Sera, ritrovabile anche nel suo libro I conformisti - L’estinzione degli intellettuali d’Italia (Rizzoli, 2010).
«Da anni si rincorrono voci che denuncerebbero una sua reiterata propensione a includere nei libri da lei firmati interi brani ricavati dal lavoro altrui, senza dichiararne l’origine».
Battista, a quello della già citata Sissa, aggiunge i nomi di Alida Cresti e Salvatori Natoli, tutti vittime di «una robusta opera di copia-e-incolla».
Evocando poi un precedente del 1986, «quando lei fu costretto a inserire una breve avvertenza, nella seconda edizione di un libro su Martin Heidegger, in cui ammetteva il fondamentale debito contratto a scapito di una ricerca del professor Guido Zingari».
Professore, lei che è «un apprezzato indagatore delle insondabili profondità dell’animo umano», ci aiuti a comprendere.
Perché «una volta può essere un’incidente, due una sfortunata coincidenza, ma quattro volte accertate delineano un metodo, una prassi, un’ossessione compulsiva. Non è una banale autocritica che le si chiede, ma un’illuminazione sulle oscurità che albergano nei recessi più nascosti dell’essere umano».
Reazioni del Nostro? Nada de nada.
Nel 2008, un’inchiesta del Giornale aveva ricostruito che due dei libri di Galimberti, presentati nel 1999 al concorso per il ruolo di professore ordinario alla Ca’ Foscari di Venezia, avevano «attinto», per dir così, ad altri autori.
La commissione giudicante non se ne accorse. Interpellato, il rettore spiegò: «Non ho, ora come ora, estremi per sollecitare il ministero, deve essere un professore del raggruppamento a farlo. Secondo me dovrebbe essere lo stesso Galimberti, nel suo interesse, a chiedere la convocazione di un giurì».
Finì che Galimberti fu dall’Università ufficialmente richiamato a volersi attenere alle corrette regole di citazione degli scritti di altri autori.
Ma la vera bestia nera di Galimberti è stato Francesco Bucci, dirigente della pubblica amministrazione e, nel tempo libero, divoratore di saggi.
Bucci prima (luglio 2020) gli ha fatto pelo e contropelo con un lungo articolo su L’indice dei libri del mese, titolo: Umberto Galimberti e il mito dell’industria culturale.
Poi (aprile 2011) ha mandato in stampa un suo documentato pamphlet, Umberto Galimberti e la mistificazione intellettuale (Coniglio editore).
Intervistato da Simona Maggiorelli per il settimanale Left del 13 aprile 2011, Bucci racconterà che per vedere il libro stampato aveva «bussato a molte porte», per quasi due anni.
Spiegherà che c’era da interrogarsi su come funzionasse l’industria culturale in Italia, con luminari che gli avevano confessato di aver letto qualche articolo di Galimberti, ma mai un suo libro.
Il primo dei quali sarebbe stato Eugenio Scalfari, «che gli ha accordato uno spazio enorme, una dilagante presenza su Repubblica».
Conformismo e pigrizia hanno fatto il resto, trasformando Galimberti in un intoccabile.
La riprova? La reazione di Ezio Mauro alle numerose email che Bucci gli ha scritto: «Benché non abbia mai avuto risposta, ho continuato a informarlo».
In compenso, gli arriva un cortese messaggio proprio da Galimba: «“Il Direttore mi dice che lei si lamenta del fatto che io riproduca testi già editi. Quando i temi sono più o meno gli stessi, e si è giunti a una riformulazione completa, è inutile rimetterci le mani”. Poi aggiungeva complimenti alla mia acribia di lettore concludendo con un: “Le prometto che non lo rifarò più”. Da rimanere basiti. Eravamo al surreale».
«I buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano», massima forse scolpita da Pablo Picasso. Ispirato da Thomas S. Eliot: «I poeti immaturi imitano, i poeti maturi rubano».
Ad André Gide è stato invece attribuito l’aforisma, che io rimastico così: «Tutto quello che si doveva dire era già stato detto, ma siccome nessuno stava a sentire, ecco che bisognava ripetere di nuovo ogni cosa» (da Ruba come un artista - Impara a copiare idee per essere più creativo nel lavoro e nella vita di Austin Kleon, Vallardi 2013).
Del resto, «non c’è niente di nuovo sotto il sole», Bibbia, Ecclesiaste 1:19.
Amen.
Un bilancio impietoso, stilato ogni giorno dalle associazioni civiche, da Curaa (Cittadini uniti per Roma, i suoi alberi e i suoi abitanti) di Jacopa Stinchelli a Italia nostra, che ha chiesto una moratoria dei cantieri della metro C per le archeo-stazioni «Chiesa Nuova» e «Castel Sant’Angelo». Si parla di circa 40.000 alberi abbattuti ma il conteggio potrebbe essere molto più alto perché il Comune, dopo essersi fatto sfuggire un bilancio ufficiale provvisorio di circa 17.000 fusti demoliti nei primi due anni di mandato di Gualtieri (che aveva promesso di piantare un milione di alberi), da settembre 2021 a settembre 2023, non fornisce più i dati e, alla richiesta di accesso agli atti, risponde che il sistema è in aggiornamento. Fatto sta che l’«ecocidio», come ormai lo definiscono le associazioni di cittadini, si fa sempre più intenso e ha colpito in maniera impressionante il centro storico della città, vetrina per i turisti che arrivano nella capitale pensando di villeggiare all’interno di un polmone verde. Ma non è così: dopo l’abbattimento selvaggio di pini secolari nella collina del Pincio ad aprile del 2024, il Comune è andato avanti tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 falcidiando 67 cipressi storici a Piazza Augusto Imperatore, accanto a via del Corso. L’intervento, sulla carta finalizzato al restauro e alla valorizzazione del monumento, ha suscitato polemiche per la rimozione del «bosco sacro» degli alberi centenari, gran parte dei quali - hanno denunciato agronomi indipendenti e cittadini - erano sani. Contro l’abbattimento massiccio si è schierato anche Andrea Carandini, archeologo e saggista italiano di fama internazionale, che già a novembre aveva denunciato l’abbattimento dei pini secolari accanto alla Torre dei Conti, parzialmente crollata a seguito dei lavori della metropolitana. A febbraio è toccato ad altri 12 pini secolari in via dei Fori Imperiali, la passeggiata che taglia il cuore archeologico di Roma, collegando Piazza Venezia al Colosseo, museo a cielo aperto di cui quegli alberi costituivano parte rilevante. Tra febbraio e marzo, è stato il turno delle tre paulonie secolari di piazza della Chiesa Nuova, proseguimento di Corso Vittorio, l’arteria che collega l’area archeologica di Largo di Torre Argentina al Vaticano: una delle tre specie aveva 300 anni. Alla potatura dei «tre alberi di Trilussa» sono scattate anche le denunce penali.
Pini, platani, cipressi, paulonie, lecci: la marcia delle motoseghe capitoline non si è fermata neanche davanti al Campidoglio, dove a febbraio sono stati fatti a pezzi altri due esemplari di pinus pinea, dopo quelli già abbattuti nel 2023 che erano finiti perfino nelle cronache del New York Times. A Piazza Pia, di fronte a Castel San’Angelo, è stato sradicato tutto: la veduta aerea è sconsolante e anche nell’area adiacente a piazza Adriana sono scomparse decine di lecci. Gli abbattimenti selvaggi colpiscono l’intera città e le periferie.
Il Comune di Roma si difende: sul sito si parla genericamente di alberi non sani, «morti in piedi», tesi discutibile considerato l’elevatissimo numero di abbattimenti. Non solo: molti abbattimenti avvengono in primavera, quando ogni operazione sarebbe vietata dalla legge 157/1992 che li proibisce in periodo di nidificazione. E quando non sono tirati giù, gli alberi di Roma sono spesso capitozzati, una tecnica esplicitamente vietata per legge dal Regolamento del verde pubblico, puntualmente disatteso. A marzo, l’associazione Curaa ha depositato un ricorso d’urgenza al Tar per chiedere una sospensiva cautelare degli abbattimenti nelle aree vincolate del Municipio 1 (centro storico). Ma il Tar non l’ha concessa, rinviando la decisione a mercoledì prossimo.

