- La Procura di Roma ha aperto un fascicolo per «offesa al prestigio del Quirinale». Nel mirino i «cinguettii» contro il presidente dopo la bocciatura di Paolo Savona. Si cerca a Milano: spariti i cenni a interferenze straniere.
- Anche gli 007 smontano la bufala sui russi. Alessandro Pansa, direttore del Dis, in audizione segreta al Copasir: ora non ci sono prove che i tweet contro il presidente venissero dai troll di Mosca. Cade il teorema del Corriere che evocava gli agenti di Vladimir Putin. Matteo Renzi non molla: «Interrogatemi, ho molto da dire».
Lo speciale contiene due articoli.
L’informativa della Sezione antiterrorismo della polizia postale è arrivata in Procura, a Piazzale Clodio, a metà mattina. Qualche ora dopo sul registro generale delle notizie di reato, nel modello che raccoglie le iscrizioni a carico di ignoti, c’erano già le prime ipotesi: attentato alla libertà del presidente della Repubblica, offesa all’onore e al prestigio del capo dello Stato e sostituzione di persona.
Il periodo preso in esame per l’inchiesta da spy story è concentrato in una manciata di giorni dello scorso maggio, e soprattutto tra il 27 e il 28, quando al niet del capo dello Stato alla candidatura di Paolo Savona a ministro dell’Economia, e dopo che Luigi Di Maio aveva chiesto la messa in stato d’accusa del presidente della Repubblica, centinaia di utenti Twitter chiesero le sue dimissioni, tutti con lo stesso hashtag: #MattarellaDimettiti.
Al momento, però, sull’ipotesi che alcuni profili Twitter fossero dei troll russi manovrati dalla rete italiana della Internet research agency, agenzia di San Pietroburgo che sarebbe riconducibile agli apparati del presidente Vladimir Putin, non ci sono conferme. Anzi, in Procura, a Roma, ci vanno con i piedi di piombo. E nell’informativa della polizia postale di troll russi pare non ci sia traccia. Anche perché i tweet presi in esame provenienti da server russi sono appena quattro. Due dei quali pubblicano foto di Claudia Cardinale e uno inneggia a Che Guevara.
L’inchiesta è coordinata dal procuratore aggiunto Angelantonio Racanelli ed è stata assegnata al sostituto procuratore Eugenio Albamonte, che fa parte del pool di magistrati che si occupano di reati informatici e di antiterrorismo. Nel fascicolo si ipotizza anche il reato di sostituzione di persona in relazione agli oltre 400 profili Twitter, tutti riconducibili a un’unica fonte.
Tra i primi accertamenti effettuati dagli investigatori della polizia postale c’è stato il tentativo di risalire al primo profilo che ha cominciato a twittare il 27 maggio. L’indirizzo Ip, stando alle prime verifiche, sarebbe stato creato in Italia, a Milano, ma tramite un metodo di navigazione che si poggiava su server esteri (l’ ipotesi più probabile è che siano stati creati utilizzando Tor, cioè il sistema di comunicazione anonima che consente di navigare sul Deep web, ossia su Internet occulto). Si tratta quindi di un utente esperto in questo tipo di attività. Anche per gli altri account (ne furono creati circa 150 nei primi minuti dell’ipotizzato attacco) sarebbero stati utilizzati server stranieri: estoni e israeliani. Ed è così che è nata la convinzione che dietro a quello stormo digitale di uccellini cinguettanti insulti a Mattarella ci potesse essere una sola mano. Quasi certamente di una società specializzata in questo tipo di attività. E allora perché non tirarci dentro i russi e creare una bella spy story da legge sotto l’ombrellone? Il Corriere della Sera è stato il primo a lanciare l’ipotesi che tanto piace al Partito democratico (i dem chiedono addirittura una commissione parlamentare d’inchiesta). Che si tratti di profili fake non ci sono dubbi: hanno pochi follower, twittano soltanto su un paio di argomenti e vengono sospesi periodicamente per poi ricomparire nei momenti clou per la campagna contro gli obiettivi istituzionali.
Alcuni profili usati per dare addosso al capo dello Stato risultano ancora attivi. Di tanto in tanto rilanciano qualche notizia, soprattutto di carattere politico. E se cinguettano continuano a usare lo stesso hashtag: #mattarelladimettiti. Ovviamente, insieme ai profili fake e ai troll c’erano anche molti account reali, ossia appartenenti a persone che consapevolmente contestavano Mattarella con quell’hashtag. E che nei giorni successivi hanno presentato in Procura a Roma, firmandosi con nome e cognome, una raffica di esposti per chiedere l’apertura di un’inchiesta per alto tradimento contro il presidente della Repubblica. Le querele sono state tutte archiviate.
Pensare però che la strategia social sia andata di pari passo con l’azione di denuncia in Procura perché coordinate dalla stessa testa appare davvero improbabile. Alla polizia postale la Procura di Roma ha già delegato ulteriori indagini: bisogna rintracciare tutti gli account, individuare i server e identificare quanti hanno commesso reati nei tweet contro il presidente. I dati verranno poi comunque incrociati con quelli raccolti su chi ha presentato gli esposti in Procura. Ora che l’ipotesi troll russi sembra sempre più lontana, il piano B è verificare se ci sia stata un’unica regìa. Anche in questo caso, però, in Procura mantengono i piedi per terra e ci vanno cauti. L’obiettivo principale dell’inchiesta antiterrorismo è quello di accertare l’esistenza o meno di un’eventuale struttura che abbia tentato di alterare l’attività istituzionale italiana, mettendo in pericolo la sicurezza nazionale.
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