L’adozione per le coppie omosessuali non fermerebbe l’utero in affitto
(IStock)
Il percorso per l’affidamento è lungo: tanti opterebbero comunque per la compravendita.

Aprire la possibilità a coppie gay o lesbiche di adottare bambini, in Italia o all’estero, può essere una reale alternativa alla famigerata pratica dell’utero in affitto, per poter soddisfare il desiderio di essere genitori di un bambino orfano o abbandonato da quelli biologici? Avendo presieduto dal 2008 al 2011, come sottosegretario alla presidenza del Consiglio, la Cai (Commissione adozioni internazionali) posso con cognizione di causa affermare che la risposta è no.

Ricordo che nel 2011 eravamo arrivati alla cifra record di circa 4.000 bambini adottati all’estero quell’anno, mentre negli anni successivi, per ragioni diverse ma anche per il completo disinteresse dei governi successivi per questa tematica, si è scesi ai circa 500 dell’anno passato. Come ben sanno gli enti che si interessano di adozioni, da un lato le coppie italiane che intendono adottare devono essere tassativamente sposate, avere una certa età, redditi sufficienti e buona salute, tutti requisiti rigorosamente vagliati e accertati dai Servizi sociali e dai Tribunali dei minori, che devono concedere l’autorizzazione ad adottare. Malgrado ciò, in Italia è lunghissima la fila delle coppie ancora in attesa di adottare, che devono anche interfacciarsi con le regole dei paesi esteri che consentono l’adozione dei loro orfani.

Nelle missioni della Cai che ho guidato in Russia, Burkina Faso e Cambogia e nei tanti incontri a Roma con delegazioni estere, ho appurato come i Paesi che concedono i loro bambini in adozione pretendono un rigoroso rispetto di queste regole aggiungendone anche altre, come ad esempio la Cina, che non vuole genitori adottivi obesi in quanto a rischio di infarto. Non solo, pertanto, per ogni bambino adottabile all’estero c’è una lunga lista di aspiranti coppie italiane, dichiarate idonee, in lunga e paziente attesa, ma se quei Paesi, africani o no, semplicemente sospettassero che un loro bambino possa finire a una coppia omosessuale, romperebbero immediatamente i rapporti con il nostro Paese. La stessa situazione si registra per le adozioni nazionali, pochi bambini adottabili e tante coppie in attesa dopo aver superato tutti gli esami di idoneità.

Nelle adozioni nazionali e internazionali, infatti, «il superiore interesse del bambino», che ha già avuto la sfortuna di perdere i genitori, coincide con il suo diritto di trovare una famiglia, composta da un padre e una madre, che lo accolga.

Di certo gli enti che si interessano di adozioni internazionali si aspettano dal ministro Roccella un rilancio di questo importante istituto, con la semplificazione delle procedure che deve andare di pari passo con l’introduzione del reato universale per contrastare la pratica dell’utero in affitto. Per quale motivo, infatti, ricorrere all’adozione se è possibile recarsi all’estero e «comprarsi» un neonato con garanzia di perfezione, con tanto di clausole contrattuali che prevedono la sua eliminazione prima della nascita se durante la gravidanza per conto terzi compare qualche difetto?

Per sanare queste incredibili contraddizioni è necessario, allora, mettere fine a questo turpe mercato internazionale di bambini venduti e comprati e nel contempo definire a esaurimento i casi dei circa mille bambini (non 150.000 come sostiene l’onorevole Zan) che sono già stati commissionati all’estero e poi portati in Italia, utilizzando nei casi singoli l’istituto dell’adozione in casi speciali, previo consenso del Tribunale dei minorenni.

Sapendo bene tutti che, nel nostro Paese, sia i bambini nati nel matrimonio, sia quelli nati fuori dal matrimonio, sia quelli che comunque hanno un genitore italiano già godono degli stessi identici diritti e non sono vittime di nessun tipo di discriminazione.

Salvo quella di trovarsi privati, nel caso siano stati comprati da coppie lesbiche od omosessuali, del loro sacrosanto diritto, riconosciuto invece ai bambini adottati, di vivere e crescere con l’ amore di un padre e di una madre.

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