Urbex – ossia urban exploration – è il termine con cui ci si riferisce all’esplorazione di luoghi abbandonati nell’ambiente urbano (e non solo), a opera di appassionati, curiosi e fotografi. Da Consonno (Lecco) a Monteruga (Lecce), passando per Castel d’Alfero (Forlì-Cesena), Galeria Antica (Roma) e Rocchetta Alta (Isernia) percorriamo lo Stivale alla scoperta di cinque paesi fantasma.
Lo speciale contiene un articolo e cinque approfondimenti.
Il fascino dell’abbandono colpisce non solo e non tanto gli amanti della grande storia, quanto i feticisti dell’immaginazione e del brivido. Una sorta di voyeurismo che rende onore al dimenticato e che riporta a galla fatti e segmenti di vite, singole e collettive.
Ex manicomi, paesi fantasma e fabbriche dismesse seducono in maniera oscura, forse in quanto sottili diaframmi tra la vita e la morte. A differenza di un classico reperto archeologico, che si perde lontano nel tempo, forse smorzando le emozioni connesse alla fine, la sedia a rotelle mezzo divorata dalla natura funge da perturbante sulla coscienza di chi pratica questo genere di turismo (chiamato anche turismo dell’oblio).
Dimentichiamoci atrii accoglienti e orari di ingresso e di uscita: ad attenderci, porte sbattute dal vento e orologi fermi da secoli. Le pitture rupestri? Sostituite da murales che chiedono al visitatore temerarie interpretazioni.
In fin dei conti, l’urbex è la versione contemporanea dell’archeologia ma, a differenza di quest’antica disciplina, non ha un approccio scientifico e non punta alla classificazione. La urban expoloration è, appunto, attività da esploratori con una predilezione per il difforme, l’isolato, il macabro.
Pavimenti instabili, oggetti obsoleti e posti dimenticati si fanno guardare con curiosità e fotografare, come freaks architettonici spesso colonizzati dalla natura, unica testimone di una vita ancora palpitante.
Ma dove fare urbex, in Italia e nel mondo? Uno dei siti più celebri è Kolmanskop, in Namibia. Chi non ha mai visto almeno una fotografia di quelle che furono, un tempo, porte aperte, porte attraversate e porte chiuse, tra le quali oggi scorre solo la sabbia, a coprire voci che non ci sono più? Il villaggio, ormai abbandonato, ebbe il suo massimo splendore negli anni Venti del secolo scorso, in quanto miniera di diamanti a cielo aperto.
E come non citare l’aereo di Sólheimasandur a Vik, in Islanda? La carcassa che rimane del velivolo dell’aeronautica americana è estremamente popolare tra gli amanti dei luoghi abbandonati. Fortunatamente nessuna storia tragica dietro al tetro monumento, che ricorda invece un atterraggio d’emergenza finito bene.
Altro luogo lasciato al proprio è Detroit, nello Stato del Michigan. Città industriale e ricchissima fino a non molto tempo fa, è oggi il simbolo mondiale della decadenza, anche se in ripresa. Un viaggio che potrebbe rivelarsi terapeutico, o almeno istruttivo, non solo per gli appassionati di urbex, ma per tutti coloro che vogliono trarre insegnamento dalle sorti del capitalismo e dall’unica regola non scritta della vita: la sua finitudine.
Eppure, c’è abbandono e abbandono. Se, in alcuni casi, gli edifici abbandonati sono assimilabili a corpi privi di vita, in altri prevale un senso di trascendenza. Si pensi al tempio buddista di Angkor Wat, in Cambogia. Il suo orientamento a ovest (tipico dei mausolei), la perfetta armonia tra natura e architettura e il silenzio parlante delle sculture conferiscono a questo luogo qualità ultraterrene.
L’assenza di vita, a volte, copre invece la tragedia con la sua apparente tranquillità. Viene in mente Černobyl’. La città ucraina, tristemente famosa per il disastro nucleare del 1986, è oggi meta di un turismo dai tratti inquietanti. Rievocare il dolore indossando caschi e rilevatori di radiazioni: qual è il confine tra fame di conoscenza e morbosità? Ma qui sforiamo nel dark tourism. Un’espressione fuorviante, in realtà, spesso assimilabile all’urbex. In questo caso sarebbe meglio parlare di cattivo gusto.
L’urbex, talvolta, sconfina anche nell’illegalità, sia per la violazione di luoghi formalmente non concessi ai visitatori che per la pericolosità di alcune location. Caso esemplare fu quello di Philibert Aspairt, portinaio francese e fondatore della urban exploration: morì nelle catacombe di Parigi dopo esservi entrato abusivamente e il suo corpo fu ritrovato solo nel 1804, 11 anni dopo la scomparsa.
Crolli, agenti tossici, vetri rotti, terreni friabili: bisogna fare i conti con i rischi legati a questo tipo di turismo, indubbiamente connesso con la ricerca di senso, ma spesso praticato da persone che dimenticano il contatto con la realtà. Una precisione doverosa, da parte nostra, prima di accompagnarvi in un viaggio tra alcune delle mete italiane preferite dai coloro che riescono a trovare bellezza tra cumuli di polvere, detriti e porte scrostate.
Visiteremo cinque paesi fantasma, accompagnati solo dalle voci tremule del vento e degli spettri, gli unici abitanti di questi luoghi. Ma perché proprio i paesi fantasma? Perché siano un monito per le generazioni future: come ritroveremo i nostri borghi tra qualche anno?
Purtroppo l’esodo verso le grandi città ha lasciato i segni sulle realtà più piccole, che oggi ci ritroviamo a fotografare come attoniti di fronte alla loro scomparsa.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >