Non conosco Pasquale Striano, l’uomo al centro dei dossieraggi su cui indaga la Procura di Perugia. Però, dopo aver letto la versione dell’ufficiale in servizio presso la Direzione nazionale antimafia che la Verità ha pubblicato ieri, faccio fatica a credere che il tenente della Guardia di Finanza abbia fatto tutto da solo. Striano dice di non aver fatto 4.000 accessi per «spiare» altrettanti politici e vip, ma spiega che quasi quotidianamente verificava le operazioni sospette. Addirittura parla di 40.000 interrogazioni alle banche dati che custodiscono informazioni riservate su patrimoni e conti correnti. E fa capire non soltanto che quelle ricerche non soddisfacevano una sua personale curiosità, ma che quello era il Sistema. Non si capisce se gli accessi gli venissero richiesti dai magistrati con cui collaborava, ma si comprende che la pesca a strascico su personaggi del mondo politico, degli affari oppure del calcio o dello spettacolo era la modalità con cui il Sistema operava. Non si partiva da una vera e propria notizia di reato, come ci si aspetterebbe quando la magistratura o gli inquirenti sono chiamati a indagare. Si apriva un dossier a prescindere. Chi lo decideva? A questa precisa domanda Striano non dà una risposta chiarissima. Lascia capire che molte delle interrogazioni alle banche dati gli sono state richieste dai magistrati con cui collaborava, anche se non tutte le informazioni sembrano essere state acquisite dalle Procure. Ma fa anche capire che lui per «pescare» negli archivi del Fisco e degli istituti di credito non aveva bisogno di alcuna autorizzazione e, dunque, agiva su suo impulso, per poi mettere le informazioni a disposizione della Dna.
Tuttavia, l’aspetto meno chiaro della faccenda è il passaggio successivo. Ovvero l’apporto di quei dossier nelle mani di alcuni giornalisti. Ammettiamo pure che qualche magistrato volesse avere informazioni su soggetti sospetti e che dunque un ufficiale delle Fiamme gialle come Striano abbia messo le sue conoscenze e le sue abilità al servizio del pm, provvedendo a raccogliere dati anche non in presenza di una inchiesta ufficiale. Ma poi, le notizie contenute nei dossier predisposti dal tenente della Guardia di Finanza come sono finite sulle pagine di alcuni giornali nonostante nessuna di quelle informazioni costituisse non dico una prova ma neppure un indizio di reato? Com’è che fatti riservati di uomini politici, inerenti relazioni d’affari oppure dati patrimoniali, sono stati «spifferati» ad alcuni cronisti?
La domanda al momento resta senza risposta, anche se chiunque di voi oggi si può fare un’idea leggendo l’intervista a un magistrato un tempo in servizio alla stessa Direzione nazionale antimafia. Alberto Cisterna, attuale presidente della Tredicesima sezione del Tribunale civile di Roma nell’articolo di Fabio Amendolara ricostruisce il Sistema che partendo da alcune Procure e da alcune forze di polizia si collega ai giornali. Se ti trovi intrappolato in questa ragnatela, ha spiegato l’ex pm antimafia, non ne puoi uscire: è un groviglio inestricabile. Perché se c’è di mezzo la presidenza della Repubblica, le carriere dei magistrati e i rapporti di questi ultimi con i servizi segreti non c’è alcuna possibilità di venirne a capo. Cisterna poi ricollega tutto allo scambio di informazioni che contribuisce, a livello mediatico, a costruire la reputazione di determinati magistrati. Un Sistema che produrrebbe «morti e feriti, gravi e meno gravi». Ma che comunque non garantirebbe la «selezione dei migliori», ma addirittura la scoraggerebbe. Cosa c’entra tutto ciò con la lotta alla mafia, il perseguimento dei reati, la tutela dei diritti degli indagati? Non c’entra nulla, ma riguarda invece molto da vicino quanto emerso ai tempi della nomina del Procuratore capo di Roma, ovvero il mercato delle nomine, dove non vince il più bravo o il più titolato, ma colui che è più sponsorizzato, più sostenuto dalle correnti e dai giornali. Le stesse testate che poi beneficiano delle notizie passate sottobanco e dei dossier magari predisposti grazie ad accessi illegali alle banche dati. Quando Palamara e alcuni suoi colleghi furono cacciati con ignominia, dalla magistratura o dal Csm, qualcuno, anche al Quirinale, pensò che il caso fosse chiuso. E il virus che rischiava di infettare l’immagine della magistratura, la sua indipendenza e la sua terzietà, fosse debellato. Ma le indagini di Perugia, le lotte emerse fra i pm di una stessa Procura e i dossier abusivi, uniti agli intrecci con certa stampa, dimostrano che non è così e che il Sistema è ancora attivo. E pronto a inquinare la vita politica e democratica di questo Paese. Ribadisco una domanda fatta una settimana fa: Mattarella ha niente da dire?
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