Torna il tifo per contributi statali. Pd schizofrenico, Lega e Fi d’accordo
Giovanni Toti (Ansa)
L’inchiesta sulle presunte bustarelle a Genova ridà slancio ai pro finanziamento pubblico, tagliato 10 anni fa da Letta jr. Ma non è vero che, con le casse piene, i partiti rinunciano alla voglia di denari facili.

Di fronte ai patemi giudiziari di Giovanni Toti, i vecchi democristiani riscoprono l’uovo di Colombo. Da Pier Ferdinando Casini a Claudio Scajola, s’alza un’invocazione: torniamo al finanziamento pubblico ai partiti. I giornali, lesti, s’accodano. Intervistina, commentino, imbeccatina: niente di esplicito certo, per paura di alleviare le ambasce dell’illustre indagato. Stessa remora del Pd, che da mesi si batte per ripristinare il vecchio metodo, trovando sponde anche tra gli avversari. Visto il frangente, preferisce però sgolarsi ed esecrare il cosiddetto «sistema ligure». Il povero Toti, secondo strisciante teoria, sarebbe stato costretto a maneggiare finanziamenti privati vista la perdurante assenza di quelli pubblici. Ma l’implicito assioma non tiene conto delle accuse: il governatore avrebbe ricevuto 74.000 euro dal terminalista Aldo Spinelli, in cambio di spiccata benevolenza verso monumentali affari. Insomma, avrebbe «svenduto la sua funzione» per una miserevole contropartita. Finita non nelle sue tasche, in ossequio ai gloriosi tempi, ma nei rendiconti del comitato elettorale e della fondazione Change. Sarebbe stata corruzione, denunciano però i magistrati. Tutta da dimostrare, a dispetto delle colorite intercettazioni.

Basta dunque un’indagine, che rivela tra l’altro supposti concambi regolarmente dichiarati, per rimpiangere gli indimenticabili trascorsi? No, ovvio. Magari, invece, potrebbe essere l’occasione per normare meglio il lobbismo all’italiana. E non certo per ingranare un’ardita retromarcia. Adesso discutiamo di modesti bonifici. Oltre trent’anni fa, quando Mani pulite fa crollare tutto, si scoprono maxi tangenti e corruzione sistematica. Nonostante l’imperante finanziamento pubblico.

La Seconda repubblica nasce dalle ceneri della Prima, tramortita dal tintinnar di danari e schiavettoni. Eppure, disinvolti e truffaldini non fanno tesoro del passato. O meglio: puntano ancora al bottino. Un inarrivabile su tutti. Luigi Lusi, tesoriere della Margherita, fucina di futuri premier, viene accusato nel 2012 di aver rubato 25 milioni di rimborsi elettorali. Ovverosia: trecentotrentatré volte la somma che i magistrati genovesi contestano a Toti. Che quei soldi, beninteso, non li ha certo fatti sparire. Sono piuttosto iscritti a bilancio, alla voce «erogazioni liberali».

Lusi, comunque, è il culmine. Costellato dai vaffanculo grillini e dall’urlo del fondatore Beppe: «Vi siete mangiati tutto!». Un grido che, inebriati pure i dilettanteschi epigoni di soldi e privilegi, diventerà burletta. Nel 2014 infuria però la battaglia anti casta.

A Palazzo Chigi c’è proprio un ex margheritino: Enrico Letta. Taglia il finanziamento pubblico, lasciando solo il 2 per mille. A cui si aggiungerà il contributo mensile dei singoli parlamentari ai partiti: non certo un’ingiustizia, visti i superbi stipendi degli eletti. E poi, i finanziamenti dei cittadini. Ma soprattutto delle aziende. Che, per simpatia o interesse, decidono di foraggiare le cause, rendicontando fino all’ultimo centesimo. Sebbene resti sempre un pertugio in cui continuano a insinuarsi le inchieste della magistratura: è lecito il tornaconto? E fino a che punto?

Lo stabilirà (anche) l’inchiesta genovese. Cioè: un munifico imprenditore portuale può rivendicare un’area oppure no? L’aiuto dei privati sembra sempre esecrabile. Negli Stati Uniti, al contrario, sostanzia l’attività dei partiti. I politici curano gli interessi dei donatori. Che, a loro volta, sono obbligati a trasparenza assoluta. In Italia, invece, ogni indagine diventa l’occasione per chiedere due passi indietro. E i più coriacei sono quelli del Pd. Solo così si evitano zone grigie e corruttele, insistono. Già un mese fa Chiara Gribaudo, vicepresidente del Pd ed ex coinquilina della segreteria Elly Schlein, fa da rompighiaccio dopo lo scandalo dei voti comprati in Piemonte e in Puglia: si torni al finanziamento pubblico, implora. Segue il compagno Andrea Orlando, che però in questi giorni evita di reiterare l’argomento e attacca Toti sperando di potergli succedere.

Comunque, a onor del vero, quasi tutti auspicano la restaurazione. Ovvio: meglio aspettare i trasferimenti statali che incantare simpatizzanti. Anche nel centro destra, quindi, si registrano significative aperture da Lega e Forza Italia. Soltanto i meloniani sono scettici. In parlamento ci sono già diverse proposte di legge. Soprattutto quella del piddino Andrea Giorgis, costituzionalista torinese, già sottoscritta tra le fila democratiche da maggiorenti e correnti. Audace la tesi: la corruzione dilaga perché le casse sono vuote. Dimenticando la selva di inchieste che ha travolto interi partiti, proprio per l’uso scellerato dei fondi pubblici.

Ma ai democratici, per il momento, tocca soprassedere. L’accorata richiesta va rinviata a tempi più propizi. Nei guai, stavolta, c’è un governatore del centrodestra. Demonizzare il finanziamento privato potrebbe alleggerire le accuse. Meglio tacere. E ritirare fuori l’argomento in occasione della prossima Suburra rossa.

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