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Bjorn Lomborg è diventato famoso in tutto il mondo con il bestseller L'ambientalista scettico. Ora ritorna con un libro che demolisce le mistificazioni sul riscaldamento globale: "Non è la fine del mondo"
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Non gli piace «la deriva sui diritti civili», che a suo dire ci sarebbe in Italia, però non disdegna di accedere all’agevolazione fiscale prevista dal nostro ministero della Cultura. Per il suo album Sono un grande del Tax credit Musica 2025, l’elenco delle opere discografiche ammesse alla misura che permette a chi produce musica di scontare il 30% degli investimenti sostenuti per un massimo di 75.000 euro a opera, e di 2 milioni ad azienda nel triennio.
Stiamo parlando di un cantautore, autore e produttore che ha venduto più di 20 milioni di dischi nel mondo e che non avrebbe bisogno di incentivi fiscali, chiesti a un governo che non gli va tanto a genio. Eppure Ferro, 46 anni, originario di Latina, da 10 anni in California, per l’album uscito nell’ottobre scorso con il costo dichiarato di 303.069 euro, ha ottenuto un credito d’imposta pari 53.600 euro. Si tratta di incentivi per la promozione della musica, un sostegno agli investimenti di cui beneficia l’impresa, nel caso di Tiziano Ferro la Sugar Music del cui team fa parte dall’agosto 2025, «per attività di sviluppo, produzione, digitalizzazione e promozione di registrazioni fonografiche e videografiche musicali».
Curiosamente, come ha fatto notare Il Sole 24 Ore, l’album Sono un grande è al terzo posto come opera commercializzata più costosa, dopo Dalla tua parte di Francesco Gabbani (Bmg), per il quale la società di produzione musicale A1 Entertainment ha dichiarato 510.535 euro di budget, e dopo Angelina Mango con Caramé (La Tarma), costato 330.790 euro, ma nessuno dei tre album appare nelle prime 100 posizioni delle classifiche Top of the Music di Fimi Niq 2025, le uniche omnicomprensive di tutti i canali di vendita e ascolto (fisico, digitale, audio streaming premium e free, video streaming).
Il Tax credit Musica riconosce un beneficio fiscale non indifferente e solo Ferro sembra dimenticarsene, quando parla male di questo Paese. «Guardo all’Italia con nostalgia, anche se non mi piace la deriva sui diritti civili» si è lamentato alla vigilia del suo tour negli stadi da Lignano Sabbiadoro, come ricordava Alessandro Rico pochi giorni fa sulla Verità. Almeno gli altri due cantautori, «sul podio» degli album più costosi e alla ricerca di agevolazioni fiscali, hanno il buongusto di starsene zitti.
Senza dimenticare che l’album Dalla tua parte, dal titolo dell’ultimo singolo, lo scorso febbraio è stato certificato Disco d’Oro per aver superato quota 25.000 copie vendute. Il disco è poi volato, come i tanti sfornati da Ferro (9 album e una raccolta «best of»), quindi non aveva bisogno di benefici fiscali.
Il pubblico ama le sue canzoni, il successo non gli manca, nemmeno la voglia di parlare a sproposito di presunte ingiustizie. «Quando penso che qui i miei figli hanno meno diritti di altri bambini mi arrabbio», ha affermato in conferenza stampa».
Un vecchio tormentone. Mentre era ancora assieme al marito Victor Allen, sposato a Los Angeles, il cantautore rilasciò diverse dichiarazioni contro la legge che vieta in Italia la maternità surrogata. E a proposito dei due figli, di cui non ha mai spiegato se adottati o avuti attraverso la pratica dell’utero in affitto (si limitò a un post su Instagram con tanto di foto e dichiarazione «Sono diventato papà, e voglio presentarvi queste due meraviglie di 9 e 4 mesi. Margherita e Andres»), Ferro raccontò in un’intervista a Grazia: «Quando sono andato al consolato italiano per registrarli all’anagrafe, quel modulo da dove il nome di Victor era escluso mi è arrivato come uno schiaffo. Allora non li ho mai iscritti. A queste condizioni che falsano la realtà del loro stare al mondo, non avranno il passaporto italiano».
Li preferisce solo americani, se qui rischiano di essere maltrattati come assurdamente sentenzia: «Se vuoi punire me o i gay, posso anche capirlo, ma non puoi punire dei bambini che sono assolutamente innocenti e hanno diritto ad avere due tutori, che esistono, ma non possono portarli in ospedale se fossero malati. Non è giusto». Una farneticazione priva di ogni riscontro oggettivo.
L’Italia gli sta stretta, anzi incomoda tranne che per le agevolazioni fiscali anche se pochi giorni fa ha dichiarato «Vivo in America da rifugiato e se potessi non vivrei lì». Tutto il contrario di quanto affermava in un’intervista al Manifesto nel novembre del 2022, presentando l’album Il mondo è nostro. «Innanzitutto io vivo in California e non in America», puntualizzò in cantautore. «Perché la California è una cosa a parte, io mi sono trasferito l’anno in cui è stato eletto Trump e mi chiedevo dove fossero i suoi elettori. È una terra che vive una realtà tutta sua, ha investito su cinema, arte, psicologia, studio. È incredibile poter parlare con qualcuno che fa il tuo stesso mestiere».
Il 21 giugno festeggerà 25 anni di carriera, tanti quanti il suo primo singolo Xdono. Intanto, ascoltiamolo in Sono un grande dove la popstar canta «Una risata ci seppellirà».
Il Regno Unito si sta preparando a un cambiamento profondo del contesto internazionale. È questa la conclusione principale contenuta nel rapporto della Commissione mista per la Strategia di Sicurezza Nazionale del Parlamento britannico, che analizza la National Security Strategy 2025 e avverte che il Paese si trova di fronte a un'epoca caratterizzata da «radicale incertezza». Secondo il documento, i tradizionali presupposti che hanno garantito la sicurezza britannica negli ultimi decenni sono ormai in discussione. La crescente competizione tra grandi potenze, l'aumento delle guerre ibride, l'impiego di tecnologie emergenti come l'intelligenza artificiale e il progressivo deterioramento delle relazioni internazionali stanno creando un ambiente strategico molto più pericoloso rispetto al passato. La commissione parlamentare riconosce che il governo ha individuato correttamente le minacce principali, ma sottolinea l'esistenza di un divario significativo tra le ambizioni dichiarate e i meccanismi concreti necessari per realizzarle. In particolare, i parlamentari lamentano l'assenza di un piano dettagliato per sviluppare le cosiddette «capacità sovrane» e denunciano una scarsa chiarezza sulle responsabilità dei diversi ministeri chiamati ad attuare la strategia.
La National Security Strategy si fonda su tre pilastri
Il primo riguarda la sicurezza interna, il secondo il rafforzamento della posizione internazionale del Regno Unito e il terzo lo sviluppo di capacità industriali, tecnologiche e militari autonome. L'obiettivo dichiarato è ridurre le vulnerabilità britanniche in un contesto globale sempre più instabile e competitivo. Tra le minacce individuate emerge con forza la Russia. Mosca viene descritta come la principale fonte di rischio per la sicurezza britannica, non solo per la guerra in Ucraina ma anche per le attività di sabotaggio, interferenza e aggressione ibrida che stanno colpendo numerosi Paesi europei. Il rapporto invita il governo a mantenere alta la pressione sulla Federazione Russa e a continuare a imporre costi economici e politici crescenti finché proseguiranno le operazioni militari contro Kiev e le attività ostili nei confronti dell'Occidente. Grande attenzione viene dedicata anche alla Cina. Pur riconoscendo l'importanza dei rapporti economici con Pechino, la commissione afferma che il governo dovrebbe essere molto più trasparente nel valutare i rischi per la sicurezza nazionale derivanti dalle relazioni con il gigante asiatico. I parlamentari arrivano a chiedere che ogni nuovo accordo economico con la Cina sia accompagnato da una valutazione pubblica dell'impatto sulla sicurezza nazionale britannica. Un altro elemento di preoccupazione riguarda la crescente dipendenza da fornitori esteri per materie prime strategiche, tecnologie avanzate e componenti essenziali per la difesa. Secondo il rapporto, Londra dovrà ridurre progressivamente la propria esposizione sia nei confronti della Cina per quanto riguarda i minerali critici sia nei confronti degli Stati Uniti per alcuni aspetti della sicurezza e della condivisione delle informazioni di intelligence.
Il terrorismo resta una minaccia
Accanto alle minacce rappresentate dagli Stati ostili, il documento dedica attenzione anche al terrorismo, che continua a essere considerato un rischio concreto per la sicurezza nazionale britannica. Tuttavia, rispetto al passato, il fenomeno viene interpretato in modo diverso. Non sono più soltanto le organizzazioni strutturate come Al-Qaeda o lo Stato Islamico a preoccupare Londra, ma soprattutto gli individui radicalizzati online, spesso privi di collegamenti diretti con gruppi terroristici ma capaci di passare rapidamente all'azione. La strategia mette in guardia contro soggetti «ossessionati dalla violenza», influenzati da contenuti estremisti diffusi attraverso social network, piattaforme criptate e forum digitali. Secondo la commissione, il terrorismo moderno non può più essere analizzato separatamente dalle altre minacce. Criminalità organizzata, cybercrime, propaganda online e interferenze ostili da parte di Stati stranieri tendono sempre più a sovrapporsi. L'intelligenza artificiale e le tecnologie emergenti potrebbero inoltre amplificare le capacità di reclutamento, radicalizzazione e diffusione della propaganda estremista, rendendo più complesso il lavoro delle agenzie di sicurezza.
Per questo motivo il rapporto sostiene che la risposta al terrorismo non debba limitarsi all'azione delle forze dell'ordine e dei servizi di intelligence. La prevenzione deve coinvolgere l'intera società, dalle scuole alle università, dagli enti locali alle aziende che gestiscono infrastrutture strategiche. Il concetto di resilienza nazionale diventa così centrale nella nuova visione britannica della sicurezza. Un altro timore riguarda la possibilità che gruppi terroristici o estremisti prendano di mira le infrastrutture nazionali critiche. Sistemi energetici, reti digitali, trasporti, ospedali e cavi sottomarini vengono considerati obiettivi vulnerabili che potrebbero essere colpiti sia con attacchi fisici sia attraverso operazioni informatiche. La crescente digitalizzazione della società rende infatti possibile una combinazione di attacchi tradizionali e cyberattacchi con effetti potenzialmente devastanti.
I timori per l’indebolimento della Nato
La commissione invita inoltre il governo a prepararsi a uno scenario fino a pochi anni fa considerato impensabile: una crisi internazionale nella quale l'Europa non possa più contare pienamente sul sostegno militare statunitense. Per questo motivo viene chiesto di rafforzare la leadership europea all'interno della NATO e di sviluppare nuove forme di cooperazione strategica con gli alleati del continente. Sul fronte interno, una delle priorità è rappresentata dalla protezione delle infrastrutture nazionali critiche. Oleodotti, reti energetiche, sistemi di comunicazione, trasporti, infrastrutture digitali e cavi sottomarini sono considerati bersagli privilegiati delle moderne operazioni ibride. I parlamentari chiedono quindi maggiori investimenti nella resilienza e nella sicurezza informatica, oltre a una migliore preparazione della popolazione civile in caso di crisi. Particolarmente interessante è il riferimento alla necessità di sviluppare un approccio che coinvolga «l'intera società». Secondo la commissione, la sicurezza nazionale non può più essere considerata esclusivamente una questione militare o governativa. Aziende private, amministrazioni locali, infrastrutture strategiche e cittadini dovranno essere maggiormente coinvolti nella preparazione alle emergenze e nella costruzione della resilienza nazionale.Il rapporto dedica inoltre ampio spazio al tema del soft power. I parlamentari esprimono preoccupazione per la riduzione degli stanziamenti destinati agli aiuti internazionali e avvertono che il ridimensionamento degli strumenti di influenza britannica potrebbe creare un vuoto destinato a essere colmato da Russia e Cina, soprattutto in Africa e nel cosiddetto Sud globale. Organizzazioni come il BBC World Service e il British Council vengono considerate asset strategici per la sicurezza nazionale al pari di molte capacità militari tradizionali. Tra le novità più rilevanti figura l'impegno assunto dal governo britannico nell'ambito degli accordi NATO a destinare entro il 2035 il 5% del PIL complessivo alla difesa e alla sicurezza. Di questa cifra, l'1,5% dovrebbe essere destinato specificamente alla sicurezza e alla resilienza nazionale. Tuttavia, la commissione osserva che non è ancora chiaro quali progetti e quali capacità verranno concretamente finanziati attraverso questo nuovo obiettivo di spesa. Nel complesso, il documento parlamentare fotografa un Regno Unito che percepisce il proprio ambiente strategico come sempre più ostile e imprevedibile. Russia, Cina, terrorismo, guerre ibride, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche e riduzione delle dipendenze strategiche rappresentano le priorità di una strategia che punta a preparare il Paese a un mondo nel quale la sicurezza non può più essere data per scontata. La sfida, secondo la commissione, sarà trasformare queste ambizioni in politiche concrete, dotate di risorse adeguate, responsabilità chiare e una visione di lungo periodo capace di affrontare le minacce del prossimo decennio.
Il Dicastero per la Comunicazione vaticana cambia volto e non solo quello. Ieri, infatti, papa Leone XIV ha nominato il nuovo prefetto del Dicastero per la Comunicazione: si tratta di Maria Montserrat Alvarado, attualmente Presidente e direttore operativo di Ewtn news.
Che, come noto, non è solo un colosso multimediale cattolico statunitense dalla storia romanzesca - fu fondato nel 1981 nel garage d’un monastero in Alabama da una clarissa, Madre Angelica, al secolo Rita Rizzo -, ma anche dalla linea editoriale tutto fuorché liberal o progressista; tanto che vi sono state frizioni tra tale emittente e il predecessore di Leone XIV.
Nel 2021, infatti, papa Francesco parlando proprio di Ewtn usò parole non esattamente tenere. «C’è, ad esempio», fu l’esternazione del pontefice argentino, «una grande televisione cattolica che non esita a parlare continuamente male del Papa. Personalmente merito attacchi e insulti perché sono un peccatore, ma la Chiesa non li merita. Sono opera del diavolo. L’ho detto anche ad alcuni di loro». Orbene, il fatto che la Ceo di quella stessa rete sia ora prefetto del dicastero vaticano per la Comunicazione non può lasciare indifferenti.
Per ridimensionare questa grande novità, c’è chi ha subito notato come la Alvarado - che entrerà in carica il prossimo 1° novembre - sia divenuta Ceo di Ewtn due anni dopo quelle parole di Francesco; il che è vero, ma questo cambia davvero di poco il rilievo della nomina di Prevost. Primo perché le critiche bergogliane riguardavano l’emittente e non già un suo dirigente o giornalista in particolare; secondo perché la linea editoriale di Ewtn è da sempre molto chiara; e per, usare un eufemismo, tutt’altro che progressista. Tanto che anche l’Associated Press, nel riferire la notizia di questa nomina, ha parlato di «profonda riforma delle attività di comunicazione del Vaticano». La stessa agenzia Reuters, poco più di un anno fa - con la Alvarado già saldamente dirigente -, parlava dell’emittente come d’un «punto di riferimento per i cattolici conservatori e come voce autorevole nella politica dell’era Trump».
Occorrerebbe dunque arrampicarsi sugli specchi, per negare la novità della nomina di ieri di papa Leone XIV. Che è ricaduta su una donna dal profilo manageriale e poco più che quarantenne - così anche anagraficamente distante dal prefetto uscente, il giornalista Paolo Ruffini, 70 anni il prossimo 4 ottobre, nominato nel 2018 da Francesco e già al centro di alcune polemiche (come la difesa della permanenza delle opere d’arte di Rupnik, gesuita all’epoca già accusato di abusi, sui media vaticani) - e che ha accolto con emozione la notizia del prestigioso incarico. «Sebbene questa nomina sia stata inaspettata», ha detto, «la accolgo con il sincero desiderio di servire il Santo Padre all’inizio del suo pontificato». «Sono grata a Paolo Ruffini», ha inoltre aggiunto, «e non vedo l’ora di continuare, nell’amicizia e nella speranza, l’importante lavoro di rafforzamento del Dicastero affinché possa continuare a servire la Chiesa a Roma e ovunque per comunicare Cristo al mondo».
La Alvarado non sarà la prima donna alla guida di un dicastero vaticano - c’è già suor Simona Brambilla, prefetto del Dicastero per gli istituti di vita consacrata, nominata da Francesco -, ma il fatto che sia la Ceo di Ewtn news rappresenta un forte di cambio di rotta; sotto alcuni punti di vista, forse è il segnale più importante finora dato, a livello nomine, da Prevost il quale, pur senza strappi, sta progressivamente dando ai vertici della Chiesa equilibri nuovi.
Ecco #DimmiLaVerità del 3 giugno 2026. La nostra Mirella Molinaro ci rivela i dettagli delle indagini sulla strage dei braccianti di Amendolara.

