Con i test solo ai sintomatici e il super pass crollerà il tracciamento dei contagi
Ulss venete apripista: tamponi vietati ai no vax. E, con la card soltanto per guariti e inoculati, lo screening calerà drasticamente, favorendo la circolazione del virus.

Il Veneto chiude progressivamente le porte dei suoi Covid Point ai tamponi per i Green pass. La stretta, decisa con linee d’azione diramate dalla Regione e dal suo braccio operativo, Azienda Zero, risente soprattutto della necessità di concentrare il lavoro degli operatori sanitari negli hub vaccinali, per la campagna della terza dose, e negli ospedali. Così, da Padova a Venezia, fino a Verona si moltiplicano nei 75 punti tampone delle unità sanitarie gli avvisi «Test riservato a chi ha sintomi». Le Ulss andranno ad esaurimento di chi ha già fatto la prenotazione dei test a pagamento – a Padova chi era in lista fino al 28 novembre, a Verona fino al 1 dicembre – dopodiché sarà un’impresa fare un test «non diagnostico» in una struttura pubblica. Chi ne ha bisogno, anche per lavorare, dovrà affidarsi – spiega l’Ulss scaligera – alle farmacie che hanno aderito al servizio (solo tamponi rapidi), o alle strutture sanitarie private accreditate (rapidi e molecolari). Difficile non vedere dietro questa svolta anche una strategia per spingere i no vax ad arrendersi alla necessità della profilassi. I tamponi continueranno ad essere garantiti gratuitamente ai pazienti sintomatici e alle persone (familiari, colleghi di lavoro) che con essi hanno avuto stretti contatti. La stretta recepisce le linee di azione fissate dalla Regione in questa fase, con l’indicazione ai direttori sanitari di modificare l’offerta di prestazioni, «rivedendo i piani aziendali di recupero delle liste d’attesa» e concentrando l’impiego del personale nelle attività di contrasto alla pandemia.

A fare da apripista per questa scelta sono state la Ulss 6 Euganea di Padova e la Ulss 3 Serenissima di Venezia. Il problema è che se altre aziende sanitarie locali anche di altre Regioni seguiranno l’esempio veneto, verrà dato un altro duro colpo al tracciamento. Che già è destinato a calare dal prossimo 6 dicembre al 15 gennaio quando entreranno in vigore le nuove restrizioni e il super green pass, valido solo per le persone vaccinate o guarite dal Covid. Anche in zona bianca, i non vaccinati potranno farsi il tampone solo per andare al lavoro o salire sui mezzi pubblici, mentre non potranno comunque entrare al ristorante pub, discoteche. In più arriva l’obbligo di vaccino anche per tutto il personale della scuola e delle forze dell’ordine, oltre che della sanità. Quindi il numero dei tamponi andrà inevitabilmente scemando. E con esso lo screening su un gran numero di persone. In Italia già sequenziamo poco rispetto ad altri Paesi, perché mancano le strutture, presenti solo nei centri più grandi, e anche le competenze. Siamo molto bravi a sequenziare per la ricerca, meno in altre occasioni. Eppure, anche l’allarme generato dalla variante Omicron ha spinto i virologi a recitare il mantra del «testare, tracciare e sequenziare». Se il sequenziamento resta un tasto dolente, i problemi relativi al tracciamento sono in parte bypassati dall’alto numero di tamponi che vengono quotidianamente effettuati dopo l’introduzione dell’obbligo di green pass sul posto di lavoro.

In base agli ultimi dati aggiornati dal ministero della Salute, mercoledì 1 dicembre sono stati emessi 1.184.278 green pass ma la maggior parte – 829.331 – in seguito ad un tampone (quindi non dopo il vaccino, 345.937, o la guarigione dalla malattia, pari a 9.010). Il giorno prima, ovvero il 30 novembre, i tamponi erano stati 656.223, il 29 novembre addirittura 924.016. Vedremo come questi numeri cambieranno dal 6 dicembre. Di certo, però, mostrano anche come il nocciolo duro dei non vaccinati continui a resistere smontando in parte la narrazione sul boom delle prime dosi. Dal 15 ottobre, quando è entrato in vigore l’obbligo per lavorare, in molti non si sono stufati di pagare fior di quattrini per farsi il tampone ogni due giorni. Prima di quella data si facevano circa 300.000 test al giorno (media settimanale), ma il 14 ottobre i test fatti sono saliti a 633.000, il giorno dopo a 654.000 e il 16 ottobre a 560.000, poi scesi il 17 ottobre a 262.000. Un aumento dei pass c’è stato, ma come abbiamo visto, spinto dalla crescita del numero di tamponi rapidi eseguiti giornalmente (tra il 15 e il 17 ottobre ne sono stati notificati 1,05 milioni, contro i 595.000 dei corrispondenti giorni della settimana precedente).

Il cambiamento della politica pubblica nei confronti dei tamponi non diagnostici rende, per altro, ancora più urgente il mettere in campo una strategia per il test e il tracciamento della popolazione non derivata in maniera surrettizia da mosse che hanno bel altri obiettivi, come il super green pass. Tra l’altro, ricordiamo che a fine giugno il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, aveva detto di aver presentato ai primi di gennaio un progetto per il tracciamento delle varianti che «non è mai stato finanziato e per mesi l’ho sollecitato. Solo pochi giorni fa ha trovato un finanziamento e sta partendo. La lentezza di questi mesi è di esclusiva responsabilità del gabinetto del ministero della Salute».

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