Mentre l’Italia chiede una risposta prudente ai dazi imposti da Donald Trump, la Francia continua a spingere per la linea dura. Due posizioni che rispecchiano interessi nazionali differenti: Parigi, con una bilancia commerciale in disavanzo, è meno dipendente dalla domanda estera. Tuttavia, se realmente perseguisse gli interessi dell’Unione europea (che complessivamente registra un surplus delle partite correnti), non avrebbe motivo di rischiare una guerra commerciale con gli Stati Uniti, principale importatore dei nostri prodotti.
Giorgia Meloni, intervenendo ieri al congresso della Lega con un videomessaggio, ha chiarito ancora una volta la strategia italiana. «Affronteremo anche il tema dei dazi», ha spiegato il premier, «con determinazione e pragmatismo, senza allarmismi. Non abbiamo condiviso ovviamente la scelta degli Stati Uniti, ma siamo pronti a mettere in campo tutti gli strumenti – negoziali ed economici – necessari per sostenere le nostre imprese e i nostri settori che dovessero risultare penalizzati. E torneremo a chiedere con forza all’Europa di rivedere le normative ideologiche del Green deal e l’eccesso di regolamentazione in ogni settore, che oggi costituiscono dei veri e propri dazi interni che finirebbero per sommarsi in modo insensato a quelli esterni». La linea, dunque, è quella di un approccio cauto, teso a una soluzione negoziale. L’opportunità, per il presidente del Consiglio, si presenterà molto presto: il 16 aprile dovrebbe andare a Washington da Donald Trump, mentre pochi giorni dopo arriverà in visita in Italia il vicepresidente J.D. Vance. Una finestra importante per la diplomazia italiana.
Oltralpe, invece, il ministro dell’Economia Éric Lombard ha suggerito di reagire ai dazi regolando in modo più rigoroso l’utilizzo dei dati da parte delle Big tech americane. «Potremmo rafforzare alcuni requisiti amministrativi o regolamentare l’uso dei dati», ha dichiarato in un’intervista a Le Journal Du Dimanche, ipotizzando anche di «tassare determinate attività» (senza chiarire quali). Ipotesi che provocherebbero un’ulteriore stretta da parte degli Usa. Il perché lo spiegano, implicitamente, i dati forniti da Politico: l’Ue registra un surplus commerciale di 157 miliardi di euro nel settore dei beni, ossia esporta più merci di quante ne importa, ma presenta un deficit di 109 miliardi nei servizi, inclusi quelli digitali. Penalizzare i giganti americani come Apple, Microsoft, Meta, Google e Amazon (rispetto ai quali l’Europa non può fornire alternative) significherebbe opporsi alla richiesta americana di riequilibrare il commercio mondiale, aprendo così a ulteriori azioni ostili.
Anche il primo ministro britannico, Keir Starmer, ha invitato alla prudenza. «Sui dazi», ha scritto in un articolo inviato al Telegraph, «la priorità immediata è mantenere la calma e lottare per il miglior accordo possibile. Nessuno vince in una guerra commerciale. Le conseguenze economiche, qui e in tutto il mondo, potrebbero essere profonde. Abbiamo già un rapporto commerciale equilibrato con i nostri alleati americani e il lavoro continua su un nuovo accordo per la prosperità economica». Posizione che è stata condivisa in un colloquio telefonico con Ursula von der Leyen.
Secondo quanto riferisce una nota, il presidente della Commissione europea ha espresso «profonda preoccupazione» per i dazi, ma «ha ribadito l’impegno dell’Ue nei negoziati con gli Stati Uniti, chiarendo al contempo che l’Ue è pronta a difendere i propri interessi attraverso contromisure proporzionate, se necessario». D’altra parte, chi verrebbe maggiormente penalizzato da un inasprimento delle tariffe è proprio la Germania.
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