- Domani al via su Netflix la terza parte della serie non in lingua inglese più vista di sempre. Con «Bella ciao» diventata una hit.
- L’attrice interpreta la criminale: «Non siamo populisti. Insegniamo che da soli si può far poco. Dentro una banda coesa, si può tutto».
Lo speciale contiene due articoli
Centoquaranta milioni di euro, sparsi nel cielo sopra Madrid, così che il caos paralizzi la città. A due anni dal colpo alla Zecca di Stato, è un dirigibile carico di denaro, tagli piccoli, per lo più, qualche moneta, a riportare in Spagna «la banda»: quel gruppo mal assortito, di criminali nascosti dietro la faccia di Salvador Dalì e il nome di una metropoli internazionale. Denver, Rio, Tokyo, Nairobi, Helsinki, Stoccolma. Furfanti raccattati tra i sobborghi iberici, poi istruiti dal Professore perché, insieme, realizzassero la più grande beffa ai danni dello Stato spagnolo che la storia ricordi. La banda, che sui banchi di scuola, davanti a una lavagna e a un gessetto bianco, ha imparato l’arte della coesione, s’è infiltrata nella Real Casa de la Moneda e, nelle due parti de La Casa di Carta che Netflix ha rilasciato negli anni passati, è riuscita ad uscirsene con le tasche piene di denaro contante. La serie televisiva avrebbe dovuto finire lì, nella fuga, a tratti dolorosa, di chi all’assedio è sopravvissuto. Nella scomparsa dei Robin Hood in tuta rossa. Nella sconfitta del potere costituito. Invece, la piattaforma streaming ha brigato per confezionare una terza parte della serie spagnola, la più vista tra le produzioni in lingua non inglese.
La Casa di Carta, parte 3, non ha nulla a che vedere con il sogno, romantico, di una fuga in paradiso. Piuttosto, racconta quel che in paradiso accade quando la perfezione viene a noia e le bianche spiagge dei Caraibi, la sabbia del golfo de Guna Yala assumono le fattezze di una prigione. Tokyo (Úrsula Corberó), che per le isolette di fronte a Panama era partita insieme al fidanzato, Rio (Miguel Herrán), finisce per «addentare la mela», scatenando una crisi internazionale che, nella primissima puntata della serie, su Netflix da domani, porta all’arresto del ragazzo. Rio sparisce, inghiottito da una motovedetta panamense, mentre Tokyo scappa lontano. Scappa in Colombia, in Tailandia. Scappa dal Professore (Álvaro Morte) che, in poche ore, chiama a raduno la banda. I criminali, che il popolo spagnolo ha imparato a osannare come eroi proletari, decidono per un ultimo colpo. Non più la Zecca, ma la Banca di Spagna, l’oro, perché le autorità calino la maschera e restituiscano Rio, sbattuto chissà dove tra Guantánamo e i luoghi della tortura, alla prigionia tradizionale che il rispetto della legge dovrebbe garantirgli. La Casa di Carta 3, dunque, è un atto di sfida, una guerra tra cattivi assurti a buoni e buoni che diventano cattivi. È la moralità che si fa fluida, ambigua, com’è stata in passato in serie divenute cult (da Prison Break a Breaking Bad).
Lo schema è lo stesso di sempre, e così pure i personaggi, ai quali si aggiunge, nella terza parte della serie spagnola, Palermo (Rodrigo de la Serna), un uomo eccentrico, mente del nuovo piano, Bogotà (Hovik Keuchkerian), un saldatore con lo spirito di un dongiovanni, poi Marsiglia, con il viso austero del croato Luka Peroš. Quale ruolo sia stato affidato a Peroš non è chiaro. Il croato, con i baffi biondi e i capelli alle spalle, è un uomo di poche parole. «No spoiler», dice, quando interrogato sul suo Marsiglia. Il silenzio è netto, spesso. Eppure, l’attore, che nella serie si doppia da sé («Parlo cinque lingue», spiega), è l’unico in grado di dare una ragione al successo de La Casa di Carta: «sofferenza».
«Credo che la gente abbia bisogno di eroi. Credo che voglia un Robin Hood, qualcuno che si batta per lei», dice, «Viviamo in un’epoca in cui è l’insofferenza a regnare sovrana. Le persone sono stufe, stanche della politica, delle grandi banche. Sono stanche delle promesse fatte e mai mantenute, stanche dei ricchi, sempre più ricchi, e di una classe media ridotta ai minimi termini. Viviamo in un’epoca in cui si è sempre più poveri, un’epoca in cui la tecnologia avvolge e annebbia tutto, specie la conoscenza». La Casa di Carta, perciò, sarebbe diventata metafora di quello che può il singolo, l’emarginato, il povero. Ma il significato politico, quello in nome del quale la maschera di Dalì, con il corredo della tuta rossa, ha invaso gli stadi e le piazze, non è cercato ad hoc. «Questo, semplicemente, si è rivelato il momento buono perché la serie attecchisse», spiega Stoccolma (Esther Acebo), lasciando le polemiche a Peroš.
La Casa di Carta, di cui Netflix, di fronte a Palazzo Mezzanotte, a Milano, ha organizzato per questa sera un’anteprima aperta a tutti, fino a esaurimento posti, ha suscitato il malcontento dei partigiani. Bella ciao, canto della resistenza italiana, è fatto proprio dalla banda, che, nelle due parti passate, l’ha intonata di tanto in tanto, alla stregua di un mantra motivazionale. «Bella ciao non ha un significato unicamente italiano. Non ho capito granché di questa polemica, ma credo che ovunque questo canto abbia un significato forte. In Italia, come in altri Paesi, è il simbolo della lotta antifascista. Nel mio Paese, nell’ex Jugoslavia, ha tutt’altro significato. Là, i partigiani non piacevano: comunisti, venivano chiamati».
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