Stellantis saluta la nuova presidenza Trump, annunciando il licenziamento di circa 1.100 lavoratori, dal prossimo 5 gennaio, nella fabbrica della Jeep a Toledo, in Ohio e il dimezzamento dei turni di produzione da due a uno. Inoltre, circa 400 dipendenti saranno trasferiti a un fornitore di servizi esterno. La decisione di ridimensionare i volumi, come ha spiegato il gruppo, è stata motivata dal calo di vendite (anche nel terzo trimestre scese del 20%, con 1,15 milioni di veicoli consegnati) e quindi dalla necessità di ridurre gli elevati livelli di inventario e dalla flessione del fatturato nel Nord America crollato del 42% a 12,4 miliardi di euro. «Sebbene difficili, queste misure sono necessarie per aiutare l’azienda a recuperare competitività e, in futuro, riportare la produzione ai livelli precedenti», ha detto Stellantis con una scarna comunicazione. Per evitare di aprire un altro fronte conflittuale con il sindacato Uaw (con il quale i rapporti continuano ad essere tesi), il gruppo si è mantenuto fedele al contratto garantendo ai lavoratori un anno di sussidi di disoccupazione e due anni di copertura sanitaria. Si ripete il copione già attuato in Michigan dove circa due settimane fa Stellantis ha avviato il taglio di 1.100 posti di lavoro nello stabilimento che produce pick-up a Warren, annunciando che qualora dovesse continuare il calo delle vendite, potrebbe essere necessario un ulteriore ridimensionamento dell’organico.
Jessica Caldwell, responsabile degli insight per Edmunds (sito americano specializzato nell’automotive), ha sottolineato che l’azienda ha commesso errori nel mercato statunitense, in particolare con il marchio Jeep. «Jeep era il marchio robusto e pratico americano, ma ora i veicoli sono diventati costosi e appariscenti, distaccandosi dalle preferenze attuali dei consumatori». Quindi un vero e proprio errore di strategia che ora presenta il conto. I tagli, in coincidenza con il rientro di Trump alla Casa Bianca, equivalgono a disegnarsi un target addosso.
Se l’intenzione del neo presidente è di ridimensionare i generosi sussidi concessi dal predecessore Joe Biden, il caso Stellantis con le sue pessime performance, gli offre un motivo in più.
Per molti brand di Stellantis, c’è un surplus di scorte negli States. A giugno, Jeep e Ram avevano oltre il doppio di inventario della media del settore, ma anche altri marchi, come Alfa Romeo, Chrysler e Dodge, si trovano nella stessa situazione. Modelli come la Dodge Hornet e la Jeep Grand Wagoneer hanno difficoltà sul mercato, con una scorta che supera in media i 400 giorni.
L’azienda ha anche difficili rapporti con il sindacato di categoria Uaw, con il quale litiga da mesi sul piano di investimenti e ha recentemente avviato otto cause e 23 nelle sue sezioni locali.
Pure con la politica le relazioni sono state pessime. Il Congresso ha spedito un paio di lettere al gruppo che è riuscito pure a mettere sulla stessa linea democratici e repubblicani. Entrambi gli hanno intimato di rispettare gli obblighi contrattuali con il sindacato, minacciandolo di togliergli i fondi. La casa automobilistica si è sempre difesa con gli stessi argomenti usati anche dal ceo Carlos Tavares, in audizione alla Camera, ovvero che il rallentamento della domanda di auto elettriche costringe a rivedere i piani di produzione. Ma il Congresso gli ha ricordato i 6 miliardi di dollari di profitti, nella prima metà dell’anno e gli 8 miliardi spesi in riacquisti di azioni e dividendi e soprattutto i 335 milioni di fondi pubblici che il gruppo avrebbe ricevuto per la riapertura di Belvidere. Quindi il tema non è solo il mercato dei motori elettrici che non tira, c’è anche un problema di strategia che non funziona.
Stellantis ha fatto terra bruciata attorno a sé e con l’amministrazione Trump, quando si tratterà di ricontrattare gli aiuti, sarà molto difficile giocare la carta della minaccia della chiusura degli stabilimenti. Che è ciò che sta accadendo in Italia. Nello stabilimento di Atessa, la più grande fabbrica d’Abruzzo dove si produce il furgone modello Ducato, il gruppo ha deciso il prolungamento della cassa integrazione dal 2 al 15 dicembre per 1.500 lavoratori.
Il passaggio all’elettrico continua a generare disastri. I tagli si abbattono non solo sulla produzione ma cominciano a colpire anche l’organico impiegatizio delle varie case. Audi sta valutando il taglio di oltre 4.500 colletti bianchi nella sola Germania. Nell’area dello sviluppo sono a rischio 2.000 posti. Inoltre, l’azienda tedesca punta ad avviare un piano di ristrutturazione che nel medio termine porterebbe al ridimensionamento di circa il 15% degli organici. La crisi si allarga anche in estremo Oriente. La giapponese Nissan a fronte di risultati semestrali deludenti ha annunciato un piano di emergenza che prevede una riduzione della capacità produttiva globale del 20% e il contestuale taglio di 9.000 posti di lavoro, il 7% del totale globale. L’ad Makoto Uchida si ridurrà lo stipendio del 50%. La situazione è «grave» e servono «misure urgenti» ha detto. Nei primi sei mesi i volumi di vendita globali sono diminuiti a 1,6 milioni di unità.
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