Error 504 permanente. Se l’avessero gestito gli hacker russi oggi saremmo più tranquilli. Cognomi scambiati, codici fiscali finiti da Trento a Brindisi, numeri di telefono di geometri di Avellino comparsi nel desktop di mobilieri di Cantù, password ballerine e altri dati sensibili sparsi nella Rete senza protezione. L’epidemia informatica dell’Inps somiglia a quella virale e non fa prigionieri. Se serviva un’altra prova dell’inettitudine gestionale digitale della Pubblica amministrazione, eccola davanti allo sguardo da cocker – più sfinito che deluso – del contribuente italiano. Ed era pure il primo di aprile.
La rivoluzione telematica che l’ex presidente Tito Boeri aveva sbandierato come conquista epocale nell’ultimo triennio si materializza sotto forma di Mir (l’ultima sgangherata capsula spaziale sovietica, simbolo dell’impero in disfacimento) poco dopo la mezzanotte di mercoledì, quando i lavoratori autonomi italiani – partite Iva, professionisti – accendono i computer per fare richiesta dei 600 euro governativi, come da regolare decreto. Poiché Palazzo Chigi aveva specificato che le domande sarebbero state evase in ordine cronologico (sottintendendo che chi prima arriva ottiene i soldi, informazione smentita ma anche confermata), la prevedibile ressa di migliaia di utenti rallenta e poi manda in tilt il sistema.
Il blackout notturno per sovraccarico viene superato con una riapertura in mattinata, ma alle 10.30 sui computer di privati cittadini, commercialisti e impiegati dei patronati cominciano a comparire dati a caso riferiti a utenti random, scambi di persona, informazioni sensibili di cittadini ignari. Scrive su Facebook Laura B.: «Nel tentativo di accedere al portale Myinps sono rimasta esterrefatta nello scoprire che, dopo aver inserito le mie credenziali, sono entrata nel profilo di altri utenti». Quando all’Inps sono già arrivate 339.000 domande e il sistema annega nel marasma digitale, il presidente Pasquale Tridico decide di chiudere la prima ingloriosa giornata per non aggravare il passivo d’immagine. Inseguito da una dichiarazione del garante della privacy, Antonello Soro, che somiglia a una minaccia: «Questo data break è un fatto gravissimo, siamo molto preoccupati, faremo un’indagine. Adesso l’Inps chiuda la falla e metta in sicurezza i dati degli italiani».
Alle 14 il moloch della previdenza alza bandiera bianca e ammette la disfatta. Ancora Tridico si giustifica con l’assalto alla diligenza: «Ricevevamo 100 domande al secondo, una cosa mai vista, il sistema non poteva reggere. Ribadisco che non c’è fretta, le domande possono essere fatte per tutto il periodo della crisi anche perché il governo sta varando un nuovo provvedimento sia per rifinanziare le attuali misure, sia per altre. Quanto allo scambio di dati è durato pochi minuti». La giustificazione non basta a Cathy La Torre, avvocato specializzato in cause sociali, che su Twitter risponde: «Ci sarà la più grande class action d’Italia contro l’Inps. Garantito».
Il premier, Giuseppe Conte, forse per sviare ancora una volta l’attenzione dalle falle comunicative del governo che aveva lanciato sul provvedimento un imbarazzante click day, giustifica la Waterloo accusando: «Abbiamo subìto un attacco degli hacker». Subito supportato al presidente dell’Inps, che al Tg1 conferma: «Ne avevamo subìti di violenti anche nei giorni scorsi e abbiamo avvertito la forza pubblica». E intravede così la possibilità di smarcarsi almeno parzialmente dalla figuraccia. Il presidente del Consiglio di sorveglianza Inps, Guglielmo Loy, non sembra convinto: «La fretta è stata cattiva consigliera, non sono stati fatti gli stress test. E scrivere sul sito che le domande sarebbero state accettate cronologicamente è stato un grave errore».
La giustificazione di Conte e Tridico lascia perplessi, serve per ammortizzare le accuse dell’opposizione (Matteo Salvini: «Vergogna, sono stati diffusi dati bancari e numeri di telefono»; Giorgia Meloni: «Questo è un calvario digitale»), ma somiglia troppo all’alibi preferito dai gestori della piattaforma Rousseau in caso di down per non suscitare diffidenza. A conferma che dentro l’Inps stanno sviluppando un’altra verità, nel pomeriggio vengono varate nuove regole di accesso. Da oggi gli ingressi sono scaglionati: dalle 8 alle 16 il sito è accessibile a patronati e consulenti, in seguito anche ai privati.
Così naufraga, nel primo test serio, la leggendaria e molto mediatizzata rivoluzione varata da Boeri per vincere il «digital divide» (il divario digitale) fra una generazione Inps incollata al linoleum, ai panzerotti e a «il dottore è fuori stanza » e il mondo sempre più interconnesso. Novecento assunzioni, servizi via Web e proclami del tipo «puntiamo su un’evoluzione multicanale con forte presenza territoriale, su una nuova interfaccia Web con scambio di flussi» (Tito Boeri dixit). Tutto vano, tutto arenato davanti a un «torni domani» annunciato dallo schermo del computer. Vengono i brividi. Avremmo dovuto cominciare a sospettare qualcosa davanti alle quattro cifre del pin inviate per posta per tutelare la privacy. La stessa privacy non violata ma massacrata, annientata con il napalm nel primo giorno di vera pressione.
Alla fine della giornata di ordinaria follia rimane la massima solidarietà per Luciano Vangone, il tale più volte comparso sulle schermate, che secondo i social sarebbe il destinatario finale di tutti i bonus da 600 euro richiesti al computer dell’Inps impazzito. Un miliardario a caso per un pesce d’aprile, un fake. Come se invece di una imprescindibile necessità, l’aiuto economico agli italiani fosse una lotteria. E infatti, per ora, lo è.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >