Zona rossa all’italiana. Anche durante la più tremenda epidemia del secolo, mentre nella Bergamasca si allungano le file delle croci di vittime senza un funerale, si scopre che le regole non sono uguali per tutti. E che il governo, per settimane geloso delle proprie prerogative a tal punto da negare un simile provvedimento in Lombardia, ha dato il via libera in Emilia Romagna. Per fortuna lo ha fatto, forse nell’intento di riparare al letale errore precedente.
Ieri il governatore Stefano Bonaccini ha potuto istituire un cordone sanitario blindando il comune di Medicina e la frazione di Ganzanigo nel Bolognese. Ha firmato l’ordinanza dopo due giorni di telefonate roventi con Roma e la minaccia di tirare diritto, ha vinto la sua partita perché Palazzo Chigi lo ha ascoltato. Da oggi nell’area circoscritta possono entrare solo i residenti e chi lavora nei servizi pubblici e privati essenziali. «È una misura drastica ma necessaria per contenere i contagi in crescita anomala», spiega Bonaccini, preoccupato dell’incremento dei positivi al virus alle porte di Bologna: 54 con 8 decessi e 22 ricoveri. Il 4 marzo in Val Seriana, quando gli ammalati in un solo giorno passarono da 243 a 372 e i morti superavano la decina, la stessa autorizzazione fu negata ai sindaci di Alzano, Nembro, Codogno, Torre Boldone, Albino e alla Regione Lombardia che ormai la chiedeva con forza. E il ministero dell’Interno, attraverso il prefetto, impose a tutti per iscritto di non derogare.
Così si scopre che nell’Italia in quarantena si può proclamare una zona rossa più rossa, una zona scarlatta. Stile Codogno. Oggi Bonaccini sottolinea: «È uno degli atti più sofferti che abbia assunto da presidente della Regione, ma le informazioni e le indicazioni che ho raccolto dai tecnici non mi hanno permesso altra scelta. Pur con il cuor pesante ritengo di avere agito per il bene comune». La zona rossa è stata controfirmata dal governo, dal prefetto di Bologna, dal sindaco della Città Metropolitana e dal sindaco del paese. Tutti a disposizione con grande spirito di collaborazione.
Alle porte di Bergamo, il principale focolaio d’Italia dove ormai migliaia di persone lottano in trincea, la stessa disponibilità non si è mai vista. Carenza informativa del premier Giuseppe Conte, scarsa sintonia politica con la Lombardia, una sintesi maledetta di tutto questo; sta di fatto che nessuno a Roma ha raccolto gli allarmi lombardi. E quando li ha captati, li ha respinti al mittente. Dopo due giorni di pressioni informali, il 3 marzo l’assessore regionale Giulio Gallera chiede con forza la zona rossa. Ad Alzano Lombardo è stato ricoverato positivo un neonato, l’impressione è enorme e lui dichiara: «Il dato oggettivo è il forte incremento dei casi. Chiediamo di allargare la zona rossa alla Val Seriana per contenere il contagio. Non c’è più tempo da perdere».
Gallera si appella al governo e alla comunità scientifica, invia i dati all’Istituto superiore di Sanità «al quale chiediamo di dare una valutazione e di suggerire la migliore strategia». Dal ministero della Salute nessuno risponde, da Palazzo Chigi si predica la calma. Siamo ancora nella fase: «Il virus non è contagioso come dicono». Il presidente lombardo Attilio Fontana insiste e il direttore dell’Iss, Silvio Brusaferro, argomenta dalla Protezione civile: «C’è grande attenzione sui nuovi casi per i comuni della cintura bergamasca, faremo una valutazione se estendere la zona rossa su base di criteri epidemiologici, geografici e di fattibilità della misura». Parole che non rassicurano nessuno, impegni formali zero, sembra una lezione universitaria.
Allora i sindaci si allarmano davvero, temono la reazione a catena. E il primo cittadino di Alzano, Camillo Bertocchi, decide che il tempo è scaduto. «La nostra idea era fare un grande sacrificio subito per essere liberi prima. Se ci avessero ascoltati, le cose sarebbero andate diversamente», denuncia nella bella intervista al Corriere della Sera. «Adesso dobbiamo fare i conti con più di 50 vittime in 20 giorni. Volevamo applicare la zona rossa, ma non siamo siamo stati criticati solo dagli operatori di commercio e dalle aziende, anche dalle istituzioni». Accade l’esatto opposto di ciò che avverrà in Emilia. Continua Bertocchi: «A me e ad altri sei colleghi è arrivato un richiamo dal ministero dell’Interno tramite una circolare della prefettura che vietava ai sindaci di prendere misure. Noi chiedevamo solo rigore e chiarezza». C’è zona rossa e zona rossa, Bonaccini è stato solo fortunato? Perché lui sì e i bergamaschi no? Ancora ieri il premier Conte diceva: «Le polemiche sono una follia». Certe domande sarebbe folle non farle.
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