Un passo avanti (sia pure tardivo) e due indietro. Le cose procedono così al ministero della Salute guidato da Orazio Schillaci. Ieri, ad esempio, è arrivata la buona notizia che la fine delle norme sull’isolamento obbligatorio per i positivi (non «malati»: positivi, ndr) Covid sarebbe vicina. La decisione sarà inserita in un decreto legge omnibus che sarà approvato verosimilmente lunedì in Consiglio dei ministri. Subito dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il ministero trasmetterà alle Regioni una circolare con le indicazioni sulla campagna vaccinale autunnale contro il Covid. Non è previsto un ritorno all’obbligo di vaccinazione – «la pandemia è ormai alle spalle», ha dichiarato il direttore della Prevenzione, Francesco Vaia – ma il vaccino sarà raccomandato alle persone fragili, ai caregiver, agli operatori sanitari e agli over 65. Saranno utilizzati i vaccini aggiornati autorizzati contro la variante attualmente più diffusa, la Xbb: l’ultimo, griffato Pfizer ça va sans dire, è stato approvato dalla Food and drug administration (Fda) a maggio e sarà immesso sul mercato a settembre.
Quella della fine dell’isolamento sarebbe perfino un’ottima notizia, se non fosse che in tutti gli altri Paesi d’Europa è stata implementata molto prima: in Francia, ad esempio, è dal primo febbraio 2023 che l’isolamento sistematico per le persone risultate positive al virus non è più necessario. Il governo francese ha adottato la misura già sei mesi fa seguendo le raccomandazioni del Consiglio superiore per la sanità pubblica (Hcsp) francese, «in continuità con strategie simili osservate in tutti i Paesi europei». Parigi si era mossa già con grande ritardo, considerando che nel Regno Unito i positivi al Covid non devono più isolarsi nientemeno che dal 21 febbraio 2022, senza che ciò abbia comportato l’estinzione della popolazione britannica. Stesso discorso per la Spagna, dove isolamento e quarantene sono state sospese il 28 aprile 2022. In Austria l’obbligo di isolamento è caduto il primo agosto 2022, in Svizzera il primo aprile 2022, in Germania a inizio febbraio del 2023.
Tra poco, dunque, toccherà anche all’Italia. Meglio tardi che mai, dirà qualcuno ma, come anticipato, il nostro sistema sanitario ha uno schema evolutivo di tipo pediatrico: per ogni progresso, due regressioni. Il nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale (Pnpv) per gli anni 2023-2025, infatti, è stato approvato due giorni fa dalla Conferenza Stato-Regioni, ma in tutta fretta: il ministro Schillaci non lo ha discusso pubblicamente con scienziati e associazioni, come promesso, inoltre l’approvazione è passata nonostante non fosse all’ordine del giorno e non ci fossero abbastanza fondi. Il Pnpv sarà sganciato dal calendario annuale: la programmazione sarà aggiornata a seconda delle «contingenze epidemiologiche» e delle «novità dei vaccini disponibili» (sic). Le raccomandazioni sanitarie verranno formulate, dunque, in adeguamento al mercato più che alle malattie. Il Pnpv metterà a regime l’anagrafe vaccinale nazionale, che trasmetterà i dati dei cittadini alla rete globale di certificazione della salute digitale dell’Oms, di fatto una tessera transfrontaliera che verificherà lo status vaccinale di ogni singolo cittadino. Il Pnpv insisterà sulla necessità di monitoraggio continuo («granulare») dell’omessa vaccinazione «allo scopo di identificare chi necessita di essere incoraggiato verso un percorso vaccinale di compliance […] con speciale riguardo ai bambini». La caccia a chi non vuole sottoporsi a continue vaccinazioni «preventive», insomma, è ufficialmente aperta.
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